Suburra. Sollima è una garanzia, Amendola notevole. Ma qualcosa manca

Sollima guarda al poliziesco anni Settanta. Il problema è che il film è un po’ un bigino fatto per essere approfondito

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Un politico romano finisce nei guai e deve chiedere aiuto alla criminalità organizzata.

Luci e ombre. Le luci sono tutte nella confezione e nella concezione dell’opera, finalmente un film italiano votato all’estero (e infatti Netflix ci farà una serie). E Sollima ci sa fare: fa meno bene rispetto alla serie – splendida – di Romanzo Criminale e di Gomorra o al bel ACAB, ma gira con efficacia con uno sguardo al poliziesco degli anni Settanta.

Il problema è che il film è un po’ un bigino di una storia che sembra fatta per essere approfondita. Alcune cose funzionano: tutti i caratteristi, specie i boss e un notevole Amendola, vera eminenza grigia. Altre cose meno: alcuni passaggi frettolosi (il cardinale colluso con la mafia, ma per favore), il politico interpretato da Favino e in generale un racconto della politica appena accennato. Rimane un buon prodotto medio, meno coeso del Romanzo criminale cinematografico e privo di quello spessore tragico dei grandi affreschi gangster.

Suburra, di Stefano Sollima

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