Storia di padre Giuseppe Girotti, il martire di Dachau che diceva: «Tutto quello che faccio è solo per la carità»

La vicenda del dominicano piemontese che sarà beatificato sabato. Gli aiuti agli ebrei perseguitati, la vita nel campo di concentramento. Morì a Pasqua «con le lampade accese e la letizia dei santi»

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padre_giuseppe_girottiSabato pomeriggio le campane del Duomo di Alba suoneranno a festa: nel piccolo comune cuneense è tempo di grandi celebrazioni per la beatificazione di uno dei figli, un giovane sacerdote che da qui se n’è andato nel ’44 per non tornare più, morto nel campo di concentramento di Dachau. Si chiamava Giuseppe Girotti, era un domenicano e nel lager nazista perse la vita nemmeno quarantenne. Era stato internato per  aver dato soccorso ad alcuni ebrei durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Dichiarato giusto tra le nazioni nel 1995, papa Francesco ne ha autorizzato la beatificazione un anno fa, chiudendo un processo iniziato nel 1988.

GLI STUDI E L’ASSISTENZA. A 13 anni aveva varcato la soglia del Collegio domenicano di Chieri, il 3 agosto 1930 era stato ordinato sacerdote. Studiò teologia tra Gerusalemme e Roma e tornò in Piemonte per insegnare Sacra Scrittura ai dominicani di Santa Maria delle Rose, a Torino. Furono anni che segnarono la sua vocazione e alimentarono la sua fedeltà alla Chiesa e a Dio, spesa anche tra i poveri e gli anziani dell’ospizio cittadino che stava proprio di fronte al suo convento.

GLI AIUTI AGLI EBREI. E fu con questa attenzione al prossimo che si mosse quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale e i regimi fascista e nazista cominciarono la caccia agli ebrei. Come tanti altri sacerdoti, anche padre Giuseppe organizzò una rete di contatti e amicizie con cui aiutare le famiglie più perseguitate, nascondendole o facendole fuggire: «Tutto quello che faccio – disse un giorno al suo Priore – è solo per la carità».
Poco si conosce di questa sua attività, ma di alcuni episodi si sa con certezza i dettagli: fece scappare in Svizzera il nipote del rabbino Deangeli di Roma e offrì aiuto a Salvatore Fubini, avvocato ebreo. Quando il 29 agosto del ’44 un repubblichino si presentò a lui fingendosi un partigiano ferito, padre Giuseppe lo accompagnò da un medico di nascosto e cadde nella trappola tesa contro di lui. Fu arrestato e messo in carcere: da Torino finì e San Vittore, Milano, poi a Bolzano e infine nel campo di concentramento di Dachau.

LA MORTE. Qui fu messo a raccogliere le patate assieme ad altri prigionieri: le mani nude immerse nella terra gelida d’acqua e neve. Sul petto, teneva cucito un triangolo rosso, quello dei detenuti politici. Ogni mattina alle 4, assieme agli altri preti del campo, si ritrovava a dire Messa. «Dobbiamo prepararci a morire, ma serenamente, con le lampade accese e la letizia dei santi», furono le sue parole quando avanzò il rigido inverno tedesco. E più i mesi passavano più le sue condizioni di salute peggioravano, aggravate da freddo, sporcizia e tifo. A fine marzo del ’45 era ormai ridotto a pelle e ossa, fu trasportato in infermeria e qui morì l’1 aprile, giorno di Pasqua. A ucciderlo fu un’iniezione di benzina, pratica usata già altre volte dai nazisti. Il suo corpo non fu bruciato perché all’epoca i forni di Dachau erano già fuori uso, e così padre Giuseppe fu seppellito assieme ad altri 200 cadaveri.

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