Sono giovani e hanno inventato la cornetta per lo Smartphone «ma fare impresa è dura: tasse insostenibili»

Intervista a Guido Falck, fondatore di hi-Fun: «Cinque anni fa era tutto più semplice. Poi è arrivato Monti, che ha iniziato a tassare. Il nostro fatturato cresce ma non in Italia»

È arduo fare impresa in Italia. Anche se sei un giovane under 35. Lo sa bene Guido Falck, 32enne milanese che, insieme con due amici suoi coetanei (Amerigo Olivetti e Adalberto Grossi), senza aiuti e agevolazioni, hanno fondato hi-Fun. Con la base operativa a Milano e un migliaio di store in Italia, hi-Fun è un’azienda che produce soprattutto in Cina e conta sempre di più sull’export per vendere prodotti divertenti e tecnologici, come la celebre cornetta vintage da connettere allo Smartphone o come i guanti bluetooth per parlare dal mignolo e ascoltare dal pollice. Dietro hi-Fun, che l’anno scorso ha fatturato sei milioni di euro, oggi ci sono sette soci e una cinquantina di persone che collaborano con società autonome.

Come è nata hi-Fun?
Come tutte le aziende fatte da amici: sei anni fa io e gli altri soci abbiamo pensato di fare qualcosa di nostro. Forse perché ci sembrava meglio che cercarci un lavoro.

È stato il vostro primo lavoro?
Diciamo che è stato il nostro primo lavoro serio.

Da dove siete partiti?
Dai primi tre prodotti: un cuscino che suonava, un piccolo speaker molto potente e un altro a forma di mattoncino da costruzione. Ma fin dal primo momento c’è stata l’idea di creare un brand. E così è nata hi-Fun.

Come avete fatto a crescere?
All’inizio abbiamo avuto subito l’idea di seguire Apple, per cui creavamo e creiamo i nostri prodotti, sapevamo che avrebbe potuto farci da volano. Ora, però, è decisivo l’export. Abbiamo sedi a Milano, a Francoforte, a San Pietroburgo e a Hong Kong, mentre la maggior parte della produzione è in Cina. Abbiamo aperto otto hi-Fun store in franchising in tutta Europa, di cui l’ultimo a Palma di Maiorca e altri due o tre li apriremo entro la fine dell’anno.

E In Italia?
In Italia siamo presenti in circa un migliaio di store e abbiamo anche un centro che produce delle cover in stoffa all’interno di un carcere femminile pugliese.

Il prodotto di maggior successo finora qual è stato?
Il guanto bluetooth con cui si può telefonare con il gesto della cornetta, parlando al microfono nel mignolo e ascoltando dall’auricolare nel pollice. L’hanno scorso è finito su 16 televisioni di altrettante nazioni tra cui Russia, Stati Uniti, Francia, Olanda e Germania. Per ora ne vendiamo quanti ne riusciamo a produrre.

Gli aiuti del governo per le imprese under 35 vi sono serviti?
No, non abbiamo nemmeno voluto chiederli. Li lasciamo a chi potrebbe avere più bisogno di noi. Noi per fortuna il capitale iniziale ce l’avevamo.

Oggi quanto conta l’export?
Conta moltissimo e l’Italia mi sembra sempre di più un paese che sta affondando. Stando sul mercato italiano da sei anni lo vedo bene. Non si tratta di un lento declino ma di un vero e proprio tracollo veloce.

Non è un po’ troppo pessimista?
Sono i numeri a testimoniarlo. A settembre di quest’anno, un mese molto importante per noi, il fatturato a livello globale è aumentato del 52 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre in Italia è calato del 40 per cento. Tantissimi nostri clienti storici o faticano a pagare i conti o stanno chiudendo. L’altro giorno sono stato da un fornitore che mi ha detto: «Vede la via dove siamo? Tutti questi capannoni fino a due anni fa erano aziende, oggi sono chiusi, tranne il mio».

È difficile fare impresa in Italia?
Solo fino a cinque anni fa era tutto molto più semplice. È vero, con l’euro le nostre esportazioni sono svantaggiate da tempo, ma da quando è arrivato al governo Monti, che ha iniziato a tassare tutto, la situazione è peggiorata.

Come è successo?
L’Imu sui capannoni industriali è un grosso problema. E la tassa sui lavoratori è insostenibile: un giovane che riceve 1.000 euro in busta paga all’azienda ne costa 2.400 a fine anno.

Quindi è dura fare impresa in Italia?
È dura, perché un’impresa giovane che reinveste tutto quello che guadagna dovrebbe essere agevolata da un punto di vista fiscale, ma non è così.

La burocrazia è un freno ulteriore?
Eccome. Provi lei a lavorare in un contesto dove ogni due o tre mesi ti cambiano le carte in tavola. La mia commercialista è sempre più stressata e tesa. Quando hanno aumentato l’Iva di un punto abbiamo dovuto bloccare l’azienda per due giorni e aggiornare il sistema informatico alle nuove modalità di fatturazione. Non ha idea di quanto si può perdere anche solo in poche ore.

Cosa vi aspettate dalla politica?
Un vero piano di sviluppo industriale e che faccia qualcosa per far ripartire i consumi.