Solidarietà a fini di potere: l’Europa e il caso dei vaccini

Non era possibile arrivare al risultato senza una partecipazione corale dei paesi esposti alla pandemia. Tutt’altra storia quando si tratta di decidere chi se ne avvantaggia

I sovrani delle democrazie continuano a sfilare, malgrado siano nudi come vermi, acclamati per i risultati eleganti che non hanno conseguito nella gestione di questa crisi pandemica. E le voci che apprezzano questi falsi abiti lussuosi si alzano anche forti. Come chi sostiene la legittimità della Germania a comprarsi trenta milioni di vaccini al di fuori degli accordi, perché, in fin dei conti, “si è trattato di un equivoco”.

Si ritrovano tutti nudi nel recitare il successo della gara alla solidarietà tra paesi europei, raccontando quanto il pubblico che acclama vuole sentire e agendo come la politica richiede si debba agire. Perché se la solidarietà risponde al bisogno di contenimento della paura che, soprattutto in queste situazioni, passa attraverso la percezione di condividere la situazione drammatica stando nella stessa barca, essa tuttavia non è una strategia efficace sul piano pratico.

Non voglio escludere questa alta dote dai caratteri della politica, ma voglio ricollocarla nel carattere del politico il quale la esercita nella sua azione politica: se, infatti, non è il politico a essere dotato di grandi doti morali ed etiche, non può essere la sua politica caratterizzata da queste. E qui mi taccio, lasciando a ciascuno valutare la prospettiva offerta dai politici.

Escludo che la solidarietà sia un carattere funzionale dell’agire politico soprattutto in un contesto di emergenza protratta – quando cioè è superata la prima immediata risposta – in cui si continua a promuovere la crisi sollecitando la necessità di un’azione rapida: è in questa prospettiva che la solidarietà si ritrova a essere una tattica funzionale al conseguimento dello scopo immediato, ma non una strategia che abbia una visione del futuro a cui si tende, proponendo una visione “del dopo”.

Proprio la vicenda del vaccino mostra realtà e finzione. Non era possibile arrivare al prodotto, il vaccino, senza una partecipazione corale dei diversi paesi esposti alla pandemia, contribuendo con denari, conoscenze, disponibilità demografica a sperimentare: da solo nessuno sarebbe arrivato a realizzare in questi tempi il bene di scambio. Poi però, dopo, è tutta un’altra storia: quando si tratta di decidere chi si avvantaggia del risultato. Qui entra in gioco un vetusto e superato consorzio chiamato Europa, che pone dei paletti – l’articolo 7 dell’accordo sull’acquisto del vaccino che vieta ai singoli paesi di negoziare separatamente – aggirati senza danno a vantaggio di qualche singolo. Che non sarà mai punito per questa infrazione, essendo il gioco palese tra i giocatori. Non tra gli spettatori.

Questa vicenda è emblematica di come la solidarietà sia uno strumento funzionale al raggiungimento di obiettivi limitati – dunque una tattica – e mai sia un orientamento fondativo della espressione politica – strategia – della comunità internazionale.

Essa non è la qualità con cui misurare le politica internazionale, che il Covid ha dimostrato essere ancella della politica nazionale fondata sul consenso locale, sempre orientata alla filosofia dello scambio e non della condivisione.

La solidarietà è uno strumento prezioso di cui si è fatto ampio uso corale nelle innumerevoli dichiarazioni dei governi, non perché ne fosse riconosciuto il valore morale ma, appunto, la funzione pratica di consolidamento del proprio potere attraverso un rinforzo che passa esclusivamente attraverso una narrazione, un atto dichiarativo, una attribuzione di qualità, senza necessità di dimostrazione.

Perché, in fin dei conti, tutti vogliamo credere alla solidarietà per ritrovare l’energia che ogni tanto sembra mancare alla volontà di rispondere alla pandemia: siamo dunque ben disposti verso di essa. E per di più si tratta di uno strumento perfettamente adeguato al regime iper-comunicativo: la solidarietà si dichiara come fondamento dell’agire senza necessità di manifestarla nella pratica, tanto c’è abbastanza pubblico ben disposto a credere e l’effetto è indipendente dal risultato che si manifesta sul destinatario sodale.

Per di più essa non ha confini se non determinati da ciascuno, soggettivamente, perché risponde solo alle proprie personali definizioni, che essa contribuisce a consolidare rinforzando quello spazio in cui dimorano con successo le proprie personali idee.

Tutto ciò caccia la paura, aumenta la stabilità. Peccato che sia completamente inutile per quanto riguarda l’efficacia pratica della gestione della crisi. Tutt’al più si ottiene un risultato, non disprezzabile, che porta le vittime a morire meno arrabbiate.

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Marco Lombardi, autore di questo articolo, è direttore del dipartimento di Sociologia e del centro di ricerca Itstime dell’Università cattolica del Sacro Cuore

Foto Ansa