Soldi ai giudici? Meglio la galera

Dopo l’ultima condanna a 13 mesi di carcere (e 100milioni di lire di scuse per il dottor Gian Carlo Caselli) il direttore di Studio Aperto confessa di sognare una “cella pulita” in compagnia di ladri e spacciatori

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Sì, è vero, ha ragione Il Foglio, i magistrati ci querelano, i magistrati ci giudicano, i magistrati ci sottraggono quattrini perché siano versati ad altri magistrati. E allora qui lo dico e qui non lo nego: io non pago più, e se a Caltanisetta mi hanno condannato a 13 mesi di carcere e cento milioni di lire di risarcimento solo perché ho detto che Gian Carlo Caselli è uno di quelli che beatificano Giovanni Falcone morto dopo averlo osteggiato da vivo, alla prossima preferisco andare in galera piuttosto che pagare per un “reato” di opinione. Notate: il pm di Caltanisetta in aula aveva chiesto 6 mesi e 60 milioni, la corte ha raddoppiato la posta, sconcertando la stessa accusa, oltre che ovviamente i miei avvocati. Merito la stessa simbolica pena di un ladro o di uno spacciatore se dico che detesto Caselli? E allora aboliamo la condizionale, smettiamola con questa foglia di fico delle pene simboliche e non se ne parli più. Che m’importa di continuare lo stillicidio di tribunali dove si danno ragione l’un l’altro e s’intascano i soldi? Meglio una condanna definitiva, vado dentro con la valigetta, a scontare un anno per nulla, per aver detto la mia opinione su un magistrato, e voglio vedere che cosa succede. Non è che io sia spaventato da questa prospettiva. Mi viene in mente la storia dei contadini di Mao Tse-tung: il Grande Timoniere mandava ai lavori forzati i professori universitari e poi le sue guardie rosse dicevano: “Se non resistete a venti gradi sottozero è perché siete stronzi voi, mica perché siamo noi ad essere persecutori”. Non voglio fare la vittima: ho già preso quattro assoluzioni a Brescia da querele di pezzi da novanta (due Davigo, un Colombo, un Remondino), ma questo di Caltanisetta è proprio un caso di sopraffazione.

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