Società per affidi

Un mondo da demolire. Un Dio da estirpare. Scritti alla vigilia delle prima grande guerra. Il programma dell’intellettuale in odio al popolo e una prefigurazione del club dei Costanzo show. L’uomo? Una passione inutile

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L’uomo moderno vive senza la fede passata e senza una fede presente e spesso senza neppure la fede in una fede futura. Vive spesso la sua tragedia, senza salire tant’alto con lo spirito da farsi lui Fato e dominare il proprio intreccio. Di qui lo sgomento, la nerezza, il nichilismo di tante anime. L’individuo non è più retto dalle dighe sociali, che separavano, ma sostenevano, che impedivano il salire ma non permettevano il cadere, ed è ogni giorno davanti all’alternativa di diventare un padrone del mondo o l’ultimo straccio di carne che una forza cieca afferri per ripulire le vie. L’uomo moderno non può educare i figli, non sa come condursi nella società, non ha un decreto per leggervi la sua condotta; sicché, talvolta, stanco, invigliacchito ed impaurito del futuro nero, non è meraviglia se volge indietro gli occhi e mormora: Padre nostro che sei nei cieli… in quei cieli dove il suo spirito aveva poco prima fatto il deserto. Ma facciamoli carne nostra, questi tormenti e questo vuoto moderno, che son grandi come certe pienezze e certezze (retoriche) d’un tempo; ma osiamo guardarlo senza paura, questo nulla al quale ci siamo appoggiati; ma si prenda con sicurezza tutta questa rovina e ripariamoci in essa come in un grande castello. Noi non siamo contenti di dichiarare che Dio è morto per i filosofi, chè anche a costo di vedere essa morte divinizzarsi nella bocca parla-miti del popolo e del fanciullo, dobbiamo pure per essi fare che Dio sia morto.

di Giuseppe Prezzolini*

*Letterato, fondatore de “La Voce”, nato a Perugia nel 1882, morto a Lugano nel 1982. Questo brano è stato tratto da “Parole di un uomo moderno”, in “La Voce” 1 maggio 1913, passim.

La nostra generazione, da dieci anni a questa parte, ha visto sorgere un nuovo regime, di fatto e di diritto; ha visto la tirannia di una “società” succedere al conflitto dei “partiti” e i costumi pubblici della macchina sostituire i costumi parlamentari. Ha visto la morale parolaia di stampa e di tribuna delle società di pensiero, giustizia, verità, coscienze, alle prese con la morale reale. È questo il fatto al quale tutti pensano e di cui nessuno parla, l’immensa rete delle società di pensiero, molla vera e reale, sebbene non ufficiale, di tutto il vostro regime sociale, il cui vasto edificio amministrativo crollerebbe senza questo sostegno invisibile ed extralegale. Per raggiungere questo fine, creano una repubblica ideale ai margini e a immagine di quella vera, con la sua costituzione, i suoi magistrati, il suo popolo, i suoi onori e le sue lotte. Vi si studiano gli stessi problemi politici, economici, ecc., si discute di agricoltura, di arte, di morale, di diritto, vengono dibattute le questioni del giorno e giudicati gli uomini in vista. In breve, questo piccolo Stato è l’immagine esatta di quello grande, salvo una piccola differenza: non è grande e non è reale. I suoi cittadini non hanno né un diretto interesse né un impegno di responsabilità negli affari di cui parlano. I loro decreti sono soltanto desideri, le loro lotte conversazioni, i loro lavori giochi. In questa città immaginaria si fa della morale lontano dall’azione, la politica lontano dagli affari; è la città del pensiero. La cosa più grave è questa coscienza, la quale parla nei club e nelle società di pensiero, non fa altro che parlare: è il popolo vero ad agire, soffrire, lavorare. Si ha quindi un grande spiegamento di virtù in favore della democrazia, che in realtà non costa nulla ma che per il popolo costituisce uno spaventoso accrescimento di fatica; è il popolo a dover pagare le spese delle virtù. Tra il piccolo popolo che parla e il grande popolo che lavora nasce un nuovo conflitto. C’è popolo e popolo; c’è quello che legifera, declama e predica la morale dalla tribuna, quello che pena, lavora e vive. La distanza tra l’uno e l’altro, negata per principio, aumenta appunto perché viene negata e perché la logica legiferante perde il contrappeso del reale. Tutta la nazione finisce col rimetterci. Le società di pensiero, non avendo nulla da creare, non avvertono l’ostacolo né l’impotenza dell’uomo né il bisogno di Dio. Tale pensiero si incarica ora di scostruire, di ricostruire la società. Ma in che modo il nulla può creare?

di Augustin Cochin*

*Sociologo, nato a Parigi nel 1876, morto durante la Prima guerra mondiale sulla Somme l’8 luglio 1915. Questo brano tratto da: “Meccanica della rivoluzione” a cura di Mario Marcolla, Rusconi, Milano 1971, passim.

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