Social e minori. Un’alleanza per l’educazione (non virtuale)
Dallo scorso 10 dicembre l’Australia è diventato il primo paese al mondo a vietare per legge l’utilizzo dei social network ai minori di sedici anni. Negli ultimi tempi sempre più studi scientifici e sociologici hanno identificato nell’uso eccessivo di smartphone e piattaforme social da parte dei minori l’origine di numerosi problemi di salute e sociali dei più giovani. Nel suo La generazione ansiosa, saggio del 2024 già diventato un punto di riferimento sul tema, il sociologo americano Jonathan Haidt ha denunciato i danni che lo spostamento progressivo della vita dal mondo fisico a quello virtuale ha fatto su ragazzi e ragazze della generazione Z: calo dell’attenzione, depressione, cyberbullismo, accesso incontrollato alla pornografia, esposizione all’adescamento da parte di pedofili, dipendenza dallo scrolling compulsivo.
Social vietati ai più piccoli: cosa succede nel mondo
Che fare? L’educazione di ragazzi, genitori e insegnanti è il punto di partenza, ma l’esperienza comune è che non basta: in molti paesi si stanno sperimentando leggi per impedire l’accesso ai social ai più piccoli. In Italia è in discussione un disegno di legge bipartisan che punta a vietare l’iscrizione alle piattaforme fino ai 15 anni. Tra i firmatari e sostenitori c’è la senatrice del Pd Simona Malpezzi, vicepresidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, che a Tempi dice di avere «apprezzato il metodo con cui è stata fatta la legge australiana: hanno deciso un anno fa di affrontare il problema, dandosi il tempo di trovare la soluzione migliore per intervenire in modo drastico su ciò che loro stessi hanno definito un’emergenza».
Social e minori. «I genitori non vogliono fare i “carabinieri”»
Qualcuno parla di “Stato etico”, ma secondo la senatrice, ex insegnante, la norma «serve a responsabilizzare le piattaforme: impone verifiche obbligatorie, attribuisce loro responsabilità e prevede sanzioni enormi». Però mette in panchina i genitori. «Il legislatore ha riconosciuto la difficoltà di coinvolgere i genitori e stabilito — ed è la parte più controversa — che nemmeno il loro consenso può derogare alla norma. Davanti a un’emergenza non si deroga, dicono».

La scommessa, sottolinea Malpezzi, «sta nell’educazione. Noi però preparando il disegno di legge abbiamo incontrato molti genitori, e associazioni che li rappresentano, e vediamo bene – ed è un problema che c’è in tutto il mondo – che non tutti hanno strumenti educativi adeguati, non tutti se la sentono di fare i “carabinieri”: un conto è crescere i figli fin da piccoli con certe regole, un altro trovarsi a metà del percorso a dover imporre norme nuove perché ci siamo accorti che l’assenza di regole crea problemi. Questa difficoltà i genitori ce la dicono chiaramente, ed è sintomo di fragilità vere».
«Serve un villaggio, e non virtuale»
A questo si aggiunge un’altra osservazione: «Tu puoi educare tua figlia o tuo figlio in un modo, ma se fuori il contesto sociale non ha quelle regole, i tuoi figli risultano “svantaggiati”». Serve un villaggio, e non virtuale. Per questo, prosegue la senatrice, sono importanti esperienze come i Patti digitali, una rete di associazioni che promuove la nascita e lo sviluppo di patti di comunità per l’uso della tecnologia favorendo l’incontro tra genitori, insegnanti e altre figure educative con lo scopo di individuare semplici regole su cui sia possibile trovare un accordo, a partire dall’età giusta per cominciare a usare uno smartphone fino a decidere luoghi e tempi del suo utilizzo. Un esempio perfetto di «comunità educante che mette insieme enti locali, scuola e famiglie».
L’emergenza è globale: tutto il mondo si è accorto dei danni che un uso smodato e in giovane età di questa tecnologia fa alle persone. «Noi, come Parlamento italiano – spiega Malpezzi – ce ne siamo resi conto in modo netto dal 2022, quando è arrivato il primo allarme dei neuropsichiatri, in particolare quelli del Bambino Gesù, che segnalarono un aumento notevole degli accessi di minori al pronto soccorso per autolesionismo, disturbi alimentari e problemi neuropsichiatrici che richiedevano il ricovero. La nostra prima reazione è stata dare la colpa al Long Covid. Poi, guardando i dati, abbiamo visto che il fenomeno è mondiale e parte dal 2010: l’anno in cui il telefono cellulare diventa smartphone».
Tutela per i baby influencer
È l’anno in cui Haidt, nel suo saggio, dice che inizia la grande crisi della generazione Z: permettendo una connessione potenziale di 24 ore al giorno, lo smartphone modifica la percezione del presente. Da allora in tutti i paesi i numeri dei ragazzi con problemi di salute sono saliti vertiginosamente. «Gli Stati Uniti sono stati i primi in cui si è cominciato a vietare i cellulari a scuola, che è una misura giustissima, ma non basta», osserva Malpezzi.
«Tutti i pedagogisti ci dicono: bene i divieti, ma bisogna recuperare i ragazzi creando spazi che oggi non hanno più perché, se non sei un benestante, sport, musica e attività extrascolastiche che “tengono impegnati” costano troppo. Gli oratori sono sempre di meno, e c’è un grande problema di “tempo morto”. Anche in Italia adesso il telefono è vietato in classe, ma i ragazzi escono da scuola verso l’una. Senza proposte e luoghi alternativi il divieto serve a poco. Per questo stiamo pensando anche a spazi di patto digitale: luoghi dove si dice “puoi venire, ma il telefono non si usa”. Quella dei nostri figli è una generazione in cui il gioco fisico quasi non esiste più. E il gioco fisico serviva a riconoscere l’altro; oggi la “forza” si sfoga online, spesso nel cyberbullismo».

La soluzione non è tagliare fuori i genitori
Prima di entrare nel merito della proposta di legge italiana Malpezzi sottolinea ancora la mancata “alleanza” dei genitori: «Io stessa non ho dato un buon esempio alle mie figlie, che sono cresciute vedendomi usare lo smartphone per lavoro sempre, anche a casa. So di non essere l’unica, e a nostra discolpa possiamo dire che fino a qualche anno fa non conoscevamo i danni che questo modo di fare avrebbe prodotto sui ragazzi. Oggi però ci sono genitori che usano i figli per aumentare i follower e guadagnare: non mi riferisco soltanto ai baby influencer, ma ai vlog familiari in cui i bambini recitano tutto il giorno davanti a uno smartphone. Un fenomeno che negli Stati Uniti ha già fatto danni enormi sui ragazzi».
C’è un problema con i genitori, ma la soluzione non è tagliarli fuori. Ecco perché, spiega la senatrice dem, «la nostra proposta di legge interviene su tre fronti. Innanzitutto chiede l’introduzione dell’age verification: le piattaforme devono verificare l’età degli utenti con strumenti indicati da Agcom. Se non lo fanno, vengono sanzionate. Poi prevede il consenso dei genitori, a differenza di quella australiana: padre e madre possono dare ai figli il proprio telefono e l’accesso, assumendosene la responsabilità. Infine prova a tutelare i cosiddetti baby influencer, i minori che sui social producono contenuti monetizzati: tutti i loro guadagni devono essere depositati in un conto tutelato, non accessibile ai genitori. Questo serve a responsabilizzare le famiglie e chiarire che il problema è la salute mentale dei nostri figli».
Investimento educativo
Non è un segreto che questi divieti siano facilmente aggirabili, tanto che viene il sospetto che una legge del genere abbia più il valore di un monito. «Io vengo dalla scuola e ho sempre creduto che spiegare valga più che vietare. Su questo tema specifico però ho cambiato idea, arrivando anche a posizioni personali più “estreme” rispetto alla nostra legge, perché ho visto quanto sia profonda la crisi: i social propongono modelli sbagliati, causano disturbi alimentari, propongono contenuti pericolosi, il tutto senza che i genitori ne siano consapevoli. Una legge che vieta i social ai minori di 15 anni aiuta a riflettere».
Ma non basta, insiste Malpezzi: «Abbiamo presentato un ordine del giorno per creare un fondo e prevedere misure di accompagnamento per genitori e scuole. Serve un investimento educativo enorme. Il problema è che senza smartphone, oggi, “non esistiamo”. Nel cervello dei bambini questo provoca scompensi enormi: la materia bianca, ancora plasmabile, perde la capacità di mantenere una concentrazione prolungata. Davanti a questi fatti, devi intervenire».
Social e minori: serve la collaborazione delle piattaforme
È difficile fare qualcosa se le piattaforme non collaborano, e alle piattaforme economicamente conviene tenere più utenti possibili incollati allo smartphone, qualunque età abbiano. «Con le grandi aziende tech non ci siamo posti in modo punitivo: abbiamo spiegato il problema, spesso trovando collaborazione e disponibilità a pianificare campagne sui rischi della dipendenza da social. Ma la loro posizione è che in ultimo la responsabilità non è loro, ma dello Stato. La risposta è no: voi ci guadagnate, se non rispondete all’allarme con le misure richieste – controllo dell’accesso, rispetto dei parametri – vi sanzioniamo». La normativa europea vieta già la profilazione degli utenti sotto i 18 anni, ad esempio, ma viene comunque fatta. «Questo deve cambiare».
È una battaglia complessa, fatta di molti fronti, dove il più importante è quello della consapevolezza degli adulti. «Molte volte mi sento disarmata», conclude Malpezzi, «ma il fatto che la Commissione europea ne stia parlando è anche merito dell’Italia: soprattutto grazie al lavoro di Marianna Madia e Lavinia Mennuni, che hanno costruito un dialogo per produrre una norma solida». Restano i dubbi sulla privacy, che hanno spinto l’Italia ad astenersi nel voto sul controverso “Chat control”. È un lavoro ancora lungo, «ma il fatto che ci sia volontà di intervenire su questa emergenza da parte di tutte le forze politiche è un ottimo segnale. Il mio invito al governo infatti è di lasciare la palla all’Aula: è un’iniziativa parlamentare e il Parlamento è il legislatore».
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