Silenzi profetici e lacrime romagnole. Ecco perché i tifosi amano Delio Rossi

Dagli inizi a Foggia all’esonero di Firenze. Più di 20 anni sulle panchine della provincia italiana, stupendo tutti per la sua semplicità. Questo è l’allenatore appena esonerato dai Della Valle.

È bastato fermare per un istante la sua voce, subissata dai fragorosi applausi dello scarno pubblico che partecipava alla conferenza stampa d’addio dal suo Palermo. «Delio, siamo con te!», qualcuno gli grida. Lui alza la testa, e la formale austerità del suo discorso cede il passo a un silenzio commosso: le sue narici si allargano, gli occhi si fanno rossi. Il viso sembra provato dall’ennesima fatica che una vita calcistica da campi di provincia non ha mai finito di dargli: tante volte il suo ottimo lavoro si è dovuto scontrare con difficili situazioni societarie, e anche l’avventura col Palermo di Zamparini pare doversi concludere in questo modo. Ma ogni remora viene spazzata via da una battuta tutta romagnola: «Ue ragazzi, dovete andare a mangiare però!». Che vicinanza tra quella conferenza stampa e quella di oggi, in cui Rossi ha chiesto scusa a tutti per quel brutto gesto a Ljiajic: non si è trincerato dietro facili discorsi su chi ha ragione o chi no, ne dietro formali scuse. Ma la sua verace vena romagnola ha voluto dire tutto: il risentimento per quanto detto dal giocatore serbo, la stizza per i troppi parolai che gli hanno voluto fare la morale, la difesa del suo lavoro e della sua famiglia. E poi l’ammissione di colpa davanti ai tifosi: «Scusate, ho sbagliato! Ora state però vicina alla squadra e alla società, che ne hanno bisogno».

Delio Rossi in Romagna ci è nato, ma quando a inizio anni Novanta ha cominciato l’attività da allenatore ha scelto che la sua casa sarebbero state le panchine delle tante squadre che hanno via via apprezzato il suo sapiente modo di gestire il gruppo. Su e giù per il litorale adriatico i primi incarichi, tra Torremaggiore, Pescara e Foggia. Poi l’exploit con la Salernitana: i gol di Ciccio Artistico e Marco Di Vaio spingono i campani a una storica promozione in Serie A, e Delio Rossi diventa il “Profeta”. Sarà per quell’aria da vecchio saggio silenzioso, che muto e semplice osserva il mondo dalla sua area tecnica a bordo campo, ma poi si scopre saperne una sempre più del diavolo. Poche parole, pochi proclami, per lui parla quanto succede sul rettangolo di gioco. Una semplicità che ha sempre affascinato i tifosi, ovunque Delio ha allenato. È uno come loro: una persona comune, che mai ha esagerato in scenette populistiche da quattro soldi, ne si è mai tirato indietro dall’incontrare e conoscere la sua gente. A Salerno, per dire, l’han fatto cittadino onorario. A Roma, sponda Lazio, ogni volta che Delio Rossi torna è uno scroscio continuo d’applausi: le 4 stagioni con i biancocelesti sono un fiore al occhiello che vanta petali luminosi, come una Coppa Italia portata a casa nel 2009 e tre derby vinti alla grande sulla Roma. E delle composte lacrime di Palermo si è già detto, una commozione che il caso ha voluto che Rossi replicasse sempre di fronte ai rosanero, qualche mese dopo, quando fu richiamato ad allenare i siciliani e li portò a giocarsi la finale di Coppa Italia, persa contro l’Inter: «Volevo regalare qualcosa di più grande ai nostri tifosi», disse commosso al termine del match.

 Questo è Delio Rossi, chiamato a novembre a Firenze, per provare a salvare il salvabile di una squadra, alla disperata ricerca di sé e di punti, rimasta stordita dall’esonero affrettato del forse incolpevole Mihajlovic. Ma i problemi dei Viola di quest’anno sono ben più grandi, tutt’altro che imputabili alla guida tecnica che siede in panchina: alla squadra non mancano solo idee, ma anche voglia di giocare, una malattia i cui sintomi si ravvisano forse anche tra gli ambienti societari. Che può fare un mister in queste situazioni? Si rimbocca le maniche e fa quel che riesce: cerca di dare fiducia al gruppo, valorizza i campioni (leggi Jovetic) e i giovani che han voglia di giocare (Camporese, Nastasic, Salifu), prova a tenere sereni quei giocatori che potrebbero essere disturbati da troppe voci di mercato. Si prende qualche soddisfazione, tipo battendo due volte la Roma, o infliggendo un colpo decisivo al Milan che vuole lo scudetto, battuto 2-1 a San Siro da un’incredibile rete di Amauri. Semplice e silenzioso, soppesa le sue parole al termine di questo successo: «Avevo paura di venire qui a San Siro e temevo che i ragazzi non avessero il coraggio. Ci voleva la partita perfetta, e siamo riusciti a giocare bene…». Ma è una stagione travagliata, sospesa in bilico tra il troppo poco e l’appena sufficiente a salvarsi, e il mugugno della Curva Fiesole è qualcosa di più di una semplice insoddisfazione: da queste parti non si gioisce come si deve da quel 2-1 ad Anfield Road sul Liverpool, siglato Gilardino-Jorgensen. Era la Fiorentina di Prandelli, quel match si giocava due anni e mezzo fa. Un abisso di tempo per questa città, abituata ad avere palati fini da notti europee, ma capace di gustarsi anche i rustici menù del calcio di serie C.

Poi quella partita contro il Novara. I viola sono sotto 2-0 contro i piemontesi. C’è nervosismo: due sberle prese dalla penultima in classifica in meno di trenta minuti bruciano come sale nelle ferite, e l’infantile reazione di Ljiajic al cambio è la goccia che fa traboccare il vaso. In questi due giorni si è letto di tutti: dallo scandalo di tanti per questa violenza, a chi invece sostiene Rossi perché ha fatto bene a ribellarsi agli sbeffeggi di un ragazzino di vent’anni straviziato. Ma Delio se ne frega: accetta l’esonero, riconosce l’errore, fa fuori tutte le sue ragioni. Servirà tutto questo a portare un po’ di umanità in questo pallone, fin troppe volte palleggiato tra immagini di facciata di uno show milionario e le tante etichette moralistiche che gli si vorrebbero appiccicare? Speriamo, chissà magari il “Profeta” c’ha visto lungo…