Si vota in Pakistan: vincerà l’islam integralista di Sharif, militari permettendo

Sharif non vincerà un’elezione, ma una guerra tra zombie combattuta sulle rovine di un paese. La violenza politica e religiosa ha spazzato via 2.674 vite

Immaginare chi vincerà è facile. Capire cosa gli sopravvivrà è molto più complesso. Il rebus del voto di sabato 11 maggio in Pakistan è tutto qui. La vittoria andrà certamente a Nawaz Sharif, il 63enne ex premier liquidato da un colpo di stato nel 1998 e tornato a calcare la scena politica grazie all’appoggio dell’Arabia Saudita e dell’islam integralista. Il problema è però lo scenario del suo trionfale ritorno. Sharif non vincerà un’elezione, ma una guerra tra zombie combattuta sulle rovine di un paese in bancarotta, distrutto dal terrorismo e dalla corruzione.

La tragedia è scritta nelle cifre. Tra gennaio e fine aprile – mentre i candidati battevano le piazze a bordo di macchine blindate circondate da guardie del corpo – la violenza politica, religiosa e settaria ha spazzato via 2.674 vite. Gli assassini su commissioni, gli attentati dinamitardi e le operazioni militari sono le tre principali cause della mattanza. In quattro mesi il Pakistan totalizza insomma un numero di morti superiori a quelle subite dall’esercito americano in Afghanistan. E tra i cadaveri eccellenti di questa carneficina, a conferma dei legami tra servizi segreti deviati e terrorismo, spicca quello di Chaudhry Zulfiqar Ali, il magistrato che indagava sull’uccisione nel 2007 di Benazir Bhutto.
La cartina di tornasole simbolo di questa macelleria è Karachi. Il primo porto del paese, un formicaio da oltre 20 milioni di abitanti, cuore di tutte le attività commerciali e industriali, è il principale terreno d’infiltrazione dei talebani.

A Karachi le bande armate integraliste controllano interi quartieri e li usano come icone territoriali per dimostrare la loro capacità d’amministrare la giustizia e garantire l’ordine. Nella metropoli formicaio regno di violenza e malavita, i gruppi armati talebani sostituiscono ormai forze dell’ordine e tribunali. Per chiedere la loro collaborazione gli abitanti devono solo comporre i numeri di cellulare segnati sui murales affissi nei quartieri. L’inflessibile imparzialità talebana è la più richiesta anche per risolvere la controversie commerciali e legali trascurate dalla giustizia di Stato. «Se i talebani ci chiamano ci presentiamo entro due minuti, altrimenti siamo morti», ammettono gli uomini d’affari costretti a lavorare nelle zone sotto controllo integralista.

Il quadro economico non è migliore. Il paese, dotato di un arsenale nucleare sufficiente a cancellare l’intero sub continente indiano, è uno Stato in bancarotta. Bruciato il prestito da 7,6 miliardi di dollari concessogli nel 2008, Islamabad si prepara a chiedere al Fondo monetario internazionale altri cinque miliardi. Il teatrino della politica chiamato a governare questo scenario non è meno inquietante. Il presidente Ali Zardari, eletto nel 2008 sull’onda dello sdegno per l’assassinio di sua moglie Benazir Bhutto, è un fantoccio impotente. Un decreto del 2010 lo ha svuotato di qualsiasi potere effettivo, trasformandolo in un emblema da cerimoniale. Relegato nel suo palazzo e minacciato dalle incriminazioni per corruzione pronte a travolgerlo non appena dovrà rinunciare all’immunità presidenziale, Zardari è un uomo senza futuro. La “débâcle” di Zardari ha trascinato al disastro anche il Ppp, il partito della famiglia Bhutto di cui il presidente ha ereditato la leadership. Dopo il voto, la maggioranza parlamentare conquistata dal Ppp nelle elezioni del 2008 passerà nelle mani della Lega Musulmana di Nawaz Sharif. Ma neppure questa è una garanzia di stabilità. Grazie al suo pedigree di protettore dei movimenti integralisti, Nawaz Sharif è l’unico candidato a non temere le bombe talebane, ma deve guardarsi dall’ostilità dei militari e dalla diffidenza degli Stati Uniti.

Generali pronti al golpe?
Dopo la facile vittoria il futuro premier dovrà dunque convincere un Fondo monetario internazionale poco propenso a concedere cinque miliardi di dollari a un governo sospettato di connivenze con l’integralismo talebano. Se ci riuscirà, favorendo come promette il rafforzamento dell’economia di libero mercato e impegnandosi a non interferire nel conflitto afghano, dovrà fare i conti con un fanatismo integralista pronto a rivoltarglisi contro. Senza i miliardi occidentali rischia invece di andare incontro a un devastante tracollo economico, garantendo ai militari la replica del golpe guidato nel 1999 da Pervez Musharraf.

Su questo fronte, la nemesi abbattutasi sul grande nemico Musharraf non lo aiuta. Il generale ed ex presidente, rientrato nel paese a marzo per partecipare alle elezioni, è stato prima dichiarato ineleggibile e poi relegato agli arresti domiciliari in virtù delle mai chiarite responsabilità nell’omicidio Bhutto. Ma la brusca eliminazione dell’ex generale non ha fatto piacere ai militari. Il potente capo di stato maggiore, generale Ashfaq Parvez Kayani, ha già fatto capire di non gradire il trattamento riservato al suo ex collega. E in Pakistan ciò che non piace ai generali difficilmente dura a lungo.