Il Paese dei Normali
Sergio e la radiocronaca
Sergio ha cinquantadue anni, una famiglia che ama e un lavoro che sopporta da trent’anni. Non lo detesta più. Il rancore consuma energie. Ci entra ogni mattina come si entra in un edificio già conosciuto, senza aspettative e senza sorprese.
Fa sempre lo stesso tragitto. Stesso bar, stesso caffè, stesso saluto al collega che da anni promette di cambiare vita e non lo fa mai. Anche Sergio, a dire il vero, lo ha pensato molte volte. Poi i figli sono cresciuti, il mutuo ha fatto il suo corso, le occasioni sono diventate racconti.
Ha un solo svago: il calcio.
Non può permettersi abbonamenti alle piattaforme. Troppi costi, troppe offerte che scadono, troppi dispositivi da aggiornare. Ogni partita sembra una password da ricordare. Così la domenica accende la radio. La tiene sul tavolo della cucina, con l’antenna leggermente inclinata, come si faceva una volta per trovare il segnale giusto.
Dice che gli mancano Pizzul, Ameri, Ciotti. Tonino Carino da Ascoli. Voci che non spiegavano tutto, ma facevano vedere. Non c’erano replay, non c’erano grafiche. C’era una frase che correva più veloce del pallone.
I figli gli chiedono perché non guarda le partite in streaming come tutti. Lui risponde che la radio lascia spazio all’immaginazione. Che un gol raccontato entra diversamente nel petto. Non è nostalgia. È una misura.
La voce che vibra
Mentre ascolta, chiude gli occhi. Il lavoro si allontana per novanta minuti. Non sogna di diventare un altro. Sogna un cross preciso, un tiro che prende l’incrocio. Quando il cronista alza la voce, anche lui si alza dalla sedia, come se potesse aiutare.
Non commenta sui social. Non discute di moduli. Non conosce le statistiche avanzate. Conosce la voce che vibra quando la palla entra. Gli basta.
Quando la partita finisce, spegne la radio. Il lunedì è già lì, ordinato, puntuale. Sergio non ha cambiato lavoro. Non ha cambiato squadra. Non ha cambiato ambizioni. In un mondo che pretende aggiornamenti continui, lui resta fedele a un suono leggermente gracchiante che racconta ancora il campo, non il contorno.
E in quel suono, ogni settimana, ritrova una misura che non gli chiede di essere diverso da com’è.
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