Il seme della guerra dentro ognuno di noi. E il bene che può sanarci

Di Massimo Camisasca
11 Marzo 2026
Non c’è alternativa. Se non siamo creature, veniamo dal caso e possiamo solo sopravvivere con la forza o soccombere. A meno che…
Un edificio in fiamme in seguito a bombardamenti israeliani nel Sud del Libano, 19 febbraio 2024 (foto Ansa)
Foto Ansa

Il mondo brucia. E non è una metafora. Da quattro anni lo vediamo infiammato da missili, droni, razzi, mitragliatrici, cannoni e armi di ogni genere. E sto parlando delle guerre di cui tutti, attraverso i media, conosciamo la virulenza. Mentre altre guerre, di cui poco si parla, insanguinano l’Africa, l’Asia, l’America, rendendo triste e preoccupato il cuore di chi non si accontenta di un tiepido nido costruito attorno alla propria persona, con poca sicurezza di futuro.

“È la fine del mondo?”, mi chiedono alcune voci amiche turbate e quasi annichilite da tanto furore. “Chi ha torto e chi ha ragione?” è la domanda che viene subito dopo e che non ha risposta. Non solo perché a noi poveri mortali che non apparteniamo alle cabine di comando mancano troppi elementi per un giudizio, ma perché ragioni e torti sono aggrovigliati tra loro e spesso non è facile arrivare a un discernimento chiaro. Ma soprattutto perché non si può più parlare di torti e ragioni, di bene e di male, quando sono stati cacciati fuori dalla porta, come ospiti inutili e indesiderati, i princìpi che dovrebbero orientare la difficile vita di chi governa e di chi è governato, i princìpi morali e naturali.

Le radici del male

Quanto più conosciamo nei dettagli la storia dell’uomo, tanto più la vediamo tragicamente segnata dalle guerre, dal sangue, dalla violenza che spesso si applaude da se stessa, da barbarie (eccidi, torture, sevizie innominabili) che non si immaginerebbero possibili.

Cosa è il cuore dell’uomo? E la sua mente? La sua volontà? Quali sono le passioni che muovono questa lotta dell’uomo contro l’uomo?

Le radici del male sono profonde e dobbiamo dirlo una volta per tutte, a noi e ai nostri fratelli: esse risiedono dentro ciascuno di noi, dentro ciascun uomo o donna della terra, quando non ricorda più o non vuole ricordare di essere creatura.

Non c’è alternativa. Se non sono creatura, se non vengo da un Essere libero e amante che mi ha voluto, vengo dal caso e posso avere un solo obiettivo: sopravvivere con la forza o soccombere. Queste forze (denaro, potere tecnologico, mezzi di comunicazione) sono di pochi: gli altri sono destinati alla schiavitù. A meno che… Ma questo “a meno che” lo riprendiamo più avanti.

Stiamo perdendo tutto

Abbiamo cacciato Dio, cioè l’apertura al mistero, dalle nostre case, l’apertura ad una misura diversa nella vita: l’ascoltare e il perdonare, non per essere perdenti, ma per vincere una vera umanità.

Abbiamo cancellato la possibilità di un incontro che venga dal di fuori della nostra quotidianità eppure sia presente in essa. Vogliamo vivere come dèi e stiamo perdendo tutto. Vogliamo guardare solo la terra e non più il cielo e allora torniamo a camminare a quattro zampe invece che su due. Nella sua evoluzione dall’animale l’uomo si è alzato su due gambe per vedere il cielo e allora, con lo spirito di Dio, ha cominciato ad essere libero dai condizionamenti altrui e propri, ha cominciato a pensare che ci fosse un’altra dimensione oltre la sopraffazione.

Certo, non ci sono regni di Dio perfetti e completi sulla terra. Chi lo ha promesso nel passato o lo promette oggi è un omicida: dai grandi imperi dell’antichità che dichiaravano dio l’imperatore, al comunismo e al nazismo del secolo passato e alle forme di imperialismo di oggi. Ecco da dove nascono le guerre, dall’uomo che si ritiene padrone della vita: dall’aborto, dall’eutanasia, dalle ricchezze rapinate, dal disprezzo per il proprio simile, dal consumo esagerato e violento dei beni della natura, dalla lotta per una libertà senza confini che dimentica il povero, l’infelice, il malato.

I veri vincitori della storia

Il piccolo è più grande del potente, perché il piccolo che riconosce Dio sa che dalla sua vita, per dono, può nascere un fiume di acqua viva che rinnova la terra.

La Chiesa oggi è poca cosa agli occhi del mondo. La sua presenza pubblica va sparendo. E questo non è un bene. Ma da tutto ciò può nascere un bene (ecco svelato quell’“a meno che” lasciato in sospeso poco sopra): il bene delle comunità che, con i loro difetti anche macroscopici, sono luoghi in cui l’uomo è ristorato e sanato dall’ira, dalla tentazione della violenza, dal cinismo che vede solo il proprio successo. Comunità la cui esistenza fa bene pensare. I tempi di Dio, anche se lunghi e lunghissimi, sono sempre brevi.

I vincitori mondani non sono i vincitori della storia. Non è un caso che oggi, proprio nella nostra Europa, molte comunità di giovani rinascano attorno all’Eucarestia e all’adorazione eucaristica. Essa è il segno dell’immensa potenza di ciò che sembra, nella sua semplicità e nel suo silenzio, assolutamente impotente.

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