Sei ragioni per cui Mancini non ha fallito al Manchester City

Roberto Mancini, non è certo una notizia inaspettata quella del suo esonero. Ieri sera si è avuta l’ufficialità che l’ex-giocatore della Samp non sarà più il tecnico del Manchester City nella prossima stagione. La stagione è stata amara e priva di titoli, conclusa nel peggiore dei modi con la sconfitta in FA Cup contro la quasi retrocessa Wigan. La difesa del tecnico è stata scarsa, aggrappandosi ancor prima del match decisivo alla scarsa stima che nutrono nei suoi confronti i giornali.
Mancini se ne va: la rete di Watson è dipinta come l’emblema della sconfitta del suo calcio, danaroso ma inconcludente. Per sottrarsi da condanne fin troppo scontate e dozzinali, e per evitare che il fallimento dell’equazione “soldi uguale vittorie” ci porti a dimenticare quanto di buono lo jesino ha fatto, vale la pena ricordare alcuni aspetti delle annate manzoniane al City. Perché il Mancio a Manchester non è che abbia fallito del tutto.

Il ritorno ai successi. 4 anni, 3 titoli. Un digiuno interrotto dopo 35 primavere e l’illusione diventata speranza di poter competere coi rivali concittadini dello United. La storia di Manchester ha sempre sorriso alla sponda rossa, ancor di più negli anni dell’ascesa di Ferguson: agli sky-blues spettavano le briciole, se non addirittura le erbe azime delle leghe minori. Mancini ha coronato il lavoro degli sceicchi (dove per altro non era riuscito un certo Sven Goran Eriksson) riportando la squadra ai vertici del calcio inglese e inseguendo una stabilità di risultati mai raggiunta prima.

Il titolo vinto un anno fa. Se una coppa mancava da 35 anni, per il titolo bisogna andare ancora più indietro e contare fino a 44. Quell’attesa è stata saziata nella maniera più inaspettata un anno fa, dopo un testa a testa con lo United che, a inizio primavera, pareva impossibile da sostenere. Quando mancavano sette giornate al termine i Citizens erano dietro di 8 punti, 4 partite dopo riuscivano nell’aggancio. Infondere fiducia e convinzione ad un gruppo prima che s’abbatta la sfiducia è compito del tecnico: Mancini sembra che lo scorso anno vi sia riuscito in pieno. Specie in quei minuti di recupero maledetti della partita col Qpr.

Gestione spogliatoio. Le teste calde in questi anni non sono certo mancate all’Etihad Stadium. La più nota è stata Balotelli, croce e delizia del City manciniano: dopo le continue espulsioni, liti e scenate lo jesino ha preferito piantarla di difendere Mario di fronte ai giornali e lasciarlo partire per il Milan. La sua pazienza non è stata premiata, ma per responsabilità diretta del giocatore, a differenza di quanto accaduto invece con Tevez: anche lui fu messo fuori squadra dopo essersi rifiutato di scendere in campo in Champions contro il Bayern Monaco. L’Apache pareva destinato al Milan o al Psg, accusava l’allenatore di averlo trattato «come un cane», non parlava più con il Mancio. Poi però il braccio di ferro ha premiato il tecnico: Tevez si scusò, tornò in campo a fine marzo mettendo anche la sua firma nella conquista del titolo.

L’organizzazione della squadra. Facile è giudicare il City solo per i tanti milioni spesi. Va detto però che i campioni strapagati non scendono in campo da soli: ci vuole qualcuno che li schieri e dia loro un’impronta di gioco. Questo il Mancio l’ha fatto, senza farsi problemi a mandare in panchina a turno Aguero, Tevez, Balotelli, Dzeko e chiunque, per motivi tattici o disciplinari, non era congeniale alle sue idee. Suo merito è anche quello di aver premiato la geniale versatilità di Yaya Touré: arrivato dal Barcellona per prendere il posto di Vieira, da difensore è diventato centrocampista con licenza di uccidere, dandogli nuova voglia di vincere dopo gli anni in Catalogna e offrendogli la possibilità di siglare anche tante reti. Non c’è da stupirsi se, tra tutti i talenti stramilionari della squadra, l’ivoriano è proprio quello più pagato, con uno stipendio aumentato ora a 13 milioni.

Il mercato. I lauti acquisti che si sono susseguiti nelle scorse estati lasciavano intendere che Mancini potesse avere sempre tutto a disposizione dal club, e ciò ha sempre tenuto ottimi i rapporti con la dirigenza. Bisogna però tornare ad un’estate fa, periodo in cui le relazioni tra il Mancio e gli sceicchi sono andati incrinandosi: il tecnico chiedeva nuovi investimenti, dall’altra parte gli rispondevano picche. Lui chiedeva Van Persie, loro gli prendevano Maicon, Rodwell e Nastasic. Fa riflettere che l’olandese sia finito poi allo United, siglando la bellezza di 25 reti ed essendo decisivo per 24 punti nella classifica dei Red Devils. Forse Mancini aveva visto lungo?

La competizione con grandi allenatori. La Premier è diventata il paradiso degli allenatori, la spiaggia dorata dove tutti vorrebbero finire: per la cultura calcistica che si vive, per le disponibilità economiche dei club, per la possibilità di essere allenatore e al tempo stesso manager. Davanti ai signori più blasonati di questo mondo Mancini è arrivato come ospite, ma ha tenuto testa: a volte in maniera silenziosa, a volte facendo l’arrogante, a volte semplicemente lasciando parlare il suo calcio. Con Ferguson non sono mancati punti di atrito, in campo e fuori, però ha saputo batterlo nella corsa alla Premier di un anno fa; con Wenger non si è risparmiato qualche battuta piccata, del genere: «Io come lui? No, grazie, io voglio vincere»; con Moyes invece arrivò quasi alle mani per contendersi una palla persa, furono entrambi espulsi ma poi fecero pace. Davanti a un bicchiere di vino rosso, offerto al collega da Roberto Mancini.

@LeleMichela