«Se ogni israeliano e ogni palestinese avessero un amico dall’altra parte, questa sofferenza non esisterebbe più»

Due mamme, il “pane della pace”, le candele del Santo Sepolcro e i tre ragazzi rapiti a Hebron. Così l’insolita amicizia tra un’ebrea e un’araba cristiana è diventata un miracolo in mezzo a una guerra infinita

Samar Sahar è nata a Gerusalemme est. Durante il periodo nefasto della Seconda Intifada, quando avevamo tre attentati al giorno, perpetrati dai terroristi palestinesi, mi chiesero di andare a intervistarla. Ci incontrammo dopo alcune perplessità a casa di sua madre, io andai “scortata” da mio marito Yehuda e quasi in incognito, ma dopo pochi minuti di conversazione capimmo che era come se ci fossimo conosciute da sempre: due educatrici, due madri, io dei miei 4 figli, lei dei suoi 120 ragazzi orfani di Betania e delle 40 ragazze della Lazarus Home for Girls, lei cristiana io ebrea.

La nostra amicizia dette vita a una serie di progetti straordinari in piena guerra: la Giornata del pane della pace, dove donne israeliane e palestinesi cuociono i pani tradizionali e li condividono, conferenze in giro per il mondo, premi e riconoscimenti.

Tutto questo fino a che il quadro politico di Betania è cambiato. Hamas ha espulso Samar, dopo 35 anni di lavoro e dedizione, cancellando il suo passato e prendendo potere su tutto ciò che aveva creato, compreso l’edificio di cinque piani dove avrebbero dovuto abitare i suoi ragazzi, costruito con i contributi di 120 chiese di tutto il mondo. Da quattro anni Samar gira raminga da un convento all’altro, i suoi ragazzi sparsi, molti in strada, a lei è proibito vederli. La nostra bella storia sembrava finita. Poi, un mese fa, Brian Norsa, organizzatore di Sublimar, primo Festival di letteratura interreligiosa, ci chiama e ci invita: «Vorrei che raccontaste la vostra amicizia, un esempio di convivenza, di collaborazione». Quando lo comunico a Samar la sua gioia è incontenibile: «Angelica, inizia una nuova vita, potremo tornare a raccontare insieme l’amicizia possibile tra un’israeliana e una palestinese, potremo rinnovare il nostro progetto della condivisione del pane!».

Preparo le slide di presentazione e inserisco le foto dell’orfanotrofio affinché Samar possa raccontare la sua esperienza. Nell’auditorium della Società umanitaria lei apre il nostro intervento con emozione, in mano un fagottino dal forte odore di miele: «Prima di partire sono andata al Santo Sepolcro, a Gerusalemme, e ho preso queste candele speciali per accenderle qui con voi, per chiedere al Signore che faccia tornare presto a casa i tre ragazzi rapiti a Hebron. Accendo queste candele per tutte le madri di Israele. Con la speranza che non soffrano più. Che altri abbiano la fortuna di avere un’amica israeliana come è capitato a me: se ogni israeliano e ogni palestinese avessero un amico dall’altra parte, questa sofferenza non esisterebbe più».

Alla fine del nostro intervento alcuni rappresentanti della Comunità ebraica di Milano ci propongono un progetto: i ragazzi di Beresheet LaShalom devono assolutamente venire con Samar e altre donne a dare un esempio di “nutrimento dell’anima”, calando le maschere per cuocere insieme e condividere serenamente challot, pite e lafot all’Expo 2015. Inshallah Samar!