Scuole private. E di tennis

Scuole private. E di tennis

Ogni tanto, specialmente quando mi arrivano i solleciti di pagamento della scuola privata — per cui mi batto con intensità sacchiana tranne in vicinanza delle suddette scadenze – sogno che una delle mie due figlie diventi una tennista, brava, ricca e famosa da potersi(mi) permettere tante cose, tra cui un’istitutrice svizzera a domicilio. Mi assale prepotente il desiderio che guadagni il suo (che poi in realtà sarebbe mio) primo miliardo a 12 anni, il secondo a 14 e poi giù, a valanga, tra sponsor e premi, tra tornei minori e grandi slam, una paccata di soldi da non sapere dove metterli. Grandi alberghi, grandi macchine, grandi viaggi in prima classe, grandi guardie del corpo che tengano a bada le folle adoranti. Tutto bello e ricco. Poi leggo (o sento in tv), il tutto filtrato dal tono morboso dei giornalisti, di Anna Kournikova a cui attribuiscono un amorazzo al mese, di Amelie Mauresmo fidanzata con una barista, di Martina Hingis che ha litigato con sua madre perché è ossessiva, del padre di Jelena Dokic che ha menato un cameraman. Allora accompagno le bambine a scuola, leggero come il mio portafoglio.