Scuola neutra? Vecchio e anacronistico pregiudizio verso le paritarie

In quasi tutta Europa argomentazioni del genere screditerebbero pesantemente la professionalità di chi le sostiene

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Abbiamo chiesto a don Francesco Macrì, ex presidente e attuale vicepresidente nazionale Fidae (Federazione che associa la quasi totalità delle scuole cattoliche italiane), un commento sulla recente sentenza con cui un giudice, dopo un caso di separazione tra coniugi, si sarebbe pronunciato a favore dell’iscrizione dei due figli minori in scuola statale in quanto «scelta neutra, mentre la privata potrebbe “orientare il minore verso determinate scelte educative o culturali in genere”».

Premesso che non ho letto il testo della Sentenza, emessa il 18 marzo 2016 dal Giudice Giuseppe Buffone della Nona Sezione civile del Tribunale di Milano e che pertanto le mie conoscenze si limitano alle scarne note di agenzia, riportate da alcuni giornali nazionali, mi pare di poter fare queste osservazioni.

Privilegiare da parte del Tribunale la tesi del papà che opta per il figlio una scuola “statale” e non quella della madre che avrebbe viceversa preferito una scuola cattolica con la motivazione che «solo l’istruzione pubblica non rischia di orientare il minore verso determinate scelte educative o di orientamento culturale» ci mette davanti ad una sentenza che eufemisticamente potremmo qualificare assai “originale” e lontana mille miglia da tutto il dibattito pedagogico, svoltosi in Italia in questi ultimi trent’anni e che ha trovato, nel susseguirsi delle varie riforme dell’intero sistema di istruzione e formazione, precise “traduzioni” a livello di ordinamenti, formazione dei curricoli, progetti educativi di istituto, piani dell’offerta formativa, valutazione, profilo in uscita degli studenti, ecc..

Essa manifesta diverse aporie culturali e pedagogiche. Mi limito a richiamarne solo tre:

  1. che l’istruzione possa essere “neutra” rispetto ai valori e ai comportamenti qualora si svolga in una istituzione “statale” dimenticando che l’istruzione è per se stessa educativa o diseducativa a seconda del quadro di valori o disvalori di riferimento e dei metodi utilizzati;
  2. che la scuola cattolica, in quanto appunto cattolica, sia una scuola di “orientamento = indottrinamento” come se vi potesse essere (vera) educazione violando la coscienza degli alunni e la libertà di scelta educativa dei genitori;
  3. che solamente la scuola statale sia una istituzione “pubblica” a differenza di quella paritaria, omettendo di ricordare che vi è una legge dello Stato italiano, la legge 62/2000, che a chiare lettere attribuisce anche alla scuola paritaria il carattere pubblico e di servizio pubblico.

Altre cose si potrebbero aggiungere, ma il discorso diventerebbe troppo lungo e tecnico. Mi limito a concludere in maniera sintetica che questa sentenza traduce una vecchia e anacronistica concezione pregiudiziale tutta italiana nei confronti della scuola paritaria con la disinvoltura di chi non si accorge che la coscienza dei diritti civili (compreso quello della libertà di scelta educativa) va maturando anche nel nostro Paese, che in quasi tutta Europa argomentazioni del genere screditerebbero pesantemente la professionalità di chi le andrebbe a sostenere, che il vero ed unico problema quando si parla di scuola non è quello dell’etichetta “statale” o “paritaria”, ma quello della “qualità dei servizi erogati”, perché è solo la “qualità” che garantisce il bene degli alunni e quindi il loro diritto di essere istruiti ed educati conformemente ai loro bisogni ed aspirazioni.

Francesco Macrì
Vicepresidente nazionale Fidae, membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI)

Foto Ansa


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