“Scarcerazione gratiosa” e altre opere. Ecco come la Chiesa ha rinnovato la vita dietro le sbarre

Le confraternite, l’avvocato dei poveri, le “carceri nuove”. Il mondo cattolico e la cura (materiale e spirituale) dei detenuti raccontati nel nuovo libro di Francesco Agnoli

Oggi papa Francesco celebrerà la Lavanda dei piedi nel carcere minorile di Casal del marmo a Roma. Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo alcuni stralci del capitolo “La Chiesa e il carcere”, tratto dall’ultimo libro di Francesco Agnoli, La grande storia della carità, Cantagalli, in libreria tra una settimana. 

La Chiesa e il carcere

Una delle sette “opere di carità corporale” presenti nella storia della Chiesa sin dalle origini è la visita ai carcerati. Proprio Gesù aveva insegnato ai suoi discepoli: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Matteo, 25-31).

Del resto Gesù stesso avrebbe patito la prigionia; come lui il primo capo degli apostoli, san Pietro (nel carcere Mamertino di Roma), e una fitta schiera di santi delle origini: san Basilide, oggi patrono del Corpo di polizia penitenziaria, san Peregrino, santa Felicita e santa Perpetua…

I primi segnali evidenti di questa concezione si hanno con il solito Costantino: l’imperatore che diede la libertà ai cristiani, che abolì la crocifissione e il marchio a fuoco per gli schiavi e contrastò i giochi gladiatori in nome del Dio cristiano, nel 320 d. C. si interessò agli schiavi e prescrisse un trattamento più umano per i prigionieri, imponendo l’alleggerimento delle catene e la possibilità per i prigionieri di qualche uscita all’aperto. Inoltre, al concilio di Nicea, introdusse la figura del “procuratore dei poveri”, che aveva il compito di dare assistenza giudiziaria ai più indigenti. Sua madre, santa Elena, fece liberare molti prigionieri condannati ad metalla o ad bestias…

Dopo Costantino, l’imperatore Valentiniano II stabilì l’amnistia, in tempo di Pasqua e di Natale, per i prigionieri rei di delitti non gravi. Intanto vescovi e sinodi invitavano i parroci a visitare periodicamente le carceri, per portare sollievo spirituale e materiale. Nei secoli nacquero varie confraternite dedite proprio al sollievo delle pene fisiche e psichiche dei carcerati e talora anche dei loro familiari. Nel 1198 venne fondato l’Ordine dei Fratelli della Redenzione dei prigionieri (o Fratelli Trinitari); nel 1218 l’Ordine della Beatissima Vergine Maria per la Redenzione dei prigionieri…

Ma fu soprattutto dopo il Concilio di Trento, e in particolare nella città pontificia di Roma, che l’attività in favore dei carcerati divenne notevole e diffusa. A partire dal XVI secolo, infatti, nella città santa “si assistette al sorgere di numerose associazioni laicali che, animate da un nuovo spirito caritativo, cercarono di soccorrere la multiforme umanità emarginata che popolava le città e le prigioni ecclesiali. Lo sviluppo del movimento confraternale, avviato dal Concilio di Trento, fu influenzato dalle nuove condizioni sociali ed economiche del periodo, ma anche dalla vivacità degli ordini religiosi e dal crescere di uno spirito religioso, congiunto con una nuova coscienza dei doveri sociali del cristiano. Le nuove confraternite ripresero la spiritualità di quelle medioevali, cercando però di adattarla ai nuovi bisogni della società: ai tradizionali compiti culturali si aggiunse una notevole operosità apostolica e caritativa e la tendenza ad assumersi direttamente alcuni compiti sociali, svolgendo talvolta una funzione di supplenza nei confronti del clero”. Così a Viterbo, nel 1541, “la preesistente Confraternita di S. Leonardo fu trasformata in una società di beneficenza per il soccorso dei detenuti. In quel periodo, le spese per la conduzione del carcere erano erogate direttamente dai reclusi; coloro che non riuscivano a pagare la tassa di detenzione e il vitto erano aiutati economicamente dalla Confraternita. Quest’ultima cercò di garantire con la sua presenza un trattamento più umano ai prigionieri. I confratelli sollecitavano i processi, controllavano la distribuzione quotidiana del cibo e fornivano il necessario vestiario ai detenuti. Una volta alla settimana, normalmente il sabato, accompagnavano il governatore, il vescovo, il priore, “l’avvocato dei poveri” e il procuratore del fisco nella visita generale delle carceri. Papa Pio IV conferì alla Confraternita il privilegio di liberare dalla prigione, ogni venerdì santo, un condannato; il prescelto, anche se destinato alla pena capitale, poteva essere scarcerato con il consenso della parte offesa. A questi compiti, di natura prettamente materiale, si aggiungevano quelli di carattere spirituale; l’istituzione effettuava quotidianamente un’opera di evangelizzazione, istruendo nella fede i reclusi e spronandoli al pentimento e alla conversione… (…)

L’entusiasmo e il fervore che caratterizzarono l’opera e l’impegno di questi sodalizi a Roma, contagiarono anche altre città italiane, dove si moltiplicarono le adesioni alle varie confraternite. Firenze, Palermo, Siena, Genova, Cagliari, Siracusa e, soprattutto Napoli, si distinsero per la loro opera di assistenza a favore dei carcerati… (…)

Il privilegio che rese più famosa l’Arciconfraternita della Pietà fu quello della “scarcerazione gratiosa” di Pasqua e Natale che, concesso da Sisto V nel 1590, riguardò, per lo più, i carcerati per debiti. Questa particolare categoria di detenuti rappresentava più della metà della popolazione carceraria e l’attività dell’istituzione, insieme a quella di altri sodalizi, fu determinante per la loro liberazione. Si trattò di un’opera molto impegnativa, soprattutto dal punto di vista finanziario, a causa dell’ingente quantità di denaro indispensabile per il suo espletamento. La Confraternita, nel liberare il carcerato-debitore, si faceva infatti garante presso il creditore, svolgendo un’autorevole mediazione fra i due. In caso di inadempienza essa interveniva, facendosi interprete presso il creditore affinché condonasse il debito oppure impegnandosi essa stessa a rifonderlo. La generosa attività dell’associazione causò, ben presto, l’indebitamento dell’istituzione. Sisto V, considerando particolarmente benefica questa missione, decise di aumentare la rendita annua dell’organizzazione, da destinarsi in modo specifico alla liberazione dei cittadini incarcerati per debiti insoluti. Nonostante le numerose donazioni, le difficoltà finanziarie del sodalizio non cessarono e furono tra le cause principali della crisi che investì le confraternite, ed in particolare quella della Pietà e quella della Carità, nel corso del XVIII secolo”. (…)

Questo breve ricordo di tanta carità, spiega perché spetti alla Chiesa il merito di una svolta epocale nella storia della carcerazione, con la costruzione, nel 1650, in via Giulia, a Roma, del primo penitenziario moderno (le cosiddette “carceri Nuove”). In precedenza le prigioni medievali e rinascimentali erano stati luoghi di custodia e di pena improvvisati, bui e privi di ogni igiene, ricavati nelle torri, nelle segrete di un castello o nei sotterranei umidi di un palazzo. Tali luoghi erano, inevitabilmente, inadatti, e comportavano una reclusione di straordinaria durezza. Il pontefice Innocenzo X ritenne che fosse il momento di far costruire all’architetto Antonio Del Grande, con la collaborazione di Virgilio Spada, un luogo “più mite e più sicuro” nello stesso tempo: il primo “carcere polifunzionale completo di servizi, alloggi per il personale, infermeria e cucine per ogni settore, con celle suddivise razionalmente fra tipi di prigionieri, per sesso, per età, per pericolosità e per tipi di reato commesso”. In questa grande struttura, funzionale, nata con precisa funziona custodialistica, non vi erano più segrete sotterranee, ma celle luminose, areate, “poste lateralmente all’asse longitudinale del corridoio”, secondo una “soluzione architettonica semplice, funzionale che rimarrà immutata sino ai nostri giorni”. Per i detenuti erano previsti la possibilità di pregare, di avere assistenza spirituale, di leggere, di scrivere, di praticare un mestiere, addirittura dietro piccolo compenso. “Questo penitenziario- nota Parente- divenne ben presto il fiore all’occhiello, il simbolo, a livello mondiale, di una nuova era nel campo carcerario”.

Analogamente, in un capitolo intitolato “Carceri Nuove. A Roma spunta l’alba della riforma carceraria”, Carlo Cirillo Fornili nota che fu il volere di un pontefice cattolico, indirizzato anche dall’Arciconfraternita della Carità, a produrre una svolta che sarebbe stata elogiata e imitata in tutta Europa: “Soltanto un secolo più tardi il celebre filantropo Howard iniziò la peregrinazione nei penitenziari europei, araldo e suscitatore anch’egli di sentimenti umanitari verso i detenuti nelle carceri e propugnatore di nuovi sistemi. A Roma trovò il migliore carcere d’Europa, ne ammirò la struttura e la propugnò nei suoi scritti”

Il primato della Roma papale di aver avuto il “primo carcere costruito per servire da prigione”, a differenza dei “contenitori indifferenziati per diverse categorie di emarginati” come le case di correzione elisabettiane o la Rasp House di Amsterdam, venne “riattestato dalla edificazione del carcere di san Michele” destinato ai giovani malfattori, “fino ad allora divisi nelle varie prigioni della città”.

Il san Michele a Ripa Grande (Porta Portese) si segnala per essere stato il primo carcere per minorenni, un “esempio rivoluzionario di architettura sociale”, grazie all’organicità, agli “elementi umanizzanti” e ai requisiti di igiene, che sarebbero risultati all’avanguardia ancora per molti anni. Constava di sessanta celle, una per ogni ragazzo, fornite di servizi igienici, all’interno di una “struttura carceraria-correzionalistica molto semplice e molto funzionale”, in cui vi era spazio per preghiera, attività lavorative…, capace di segnare il passaggio da struttura “ad correctionem” piuttosto che “ad puniendum”.

Uno spaccato sulle carceri settecentesche-ricorda sempre Parente – “l’ha lasciato il filantropo inglese John Howard, che tra il 1775 ed il 1790 compie molti viaggi, con l’intento di studiare i sistemi carcerari dei diversi Paesi americani ed europei. Al suo rientro in patria, Howard lamenta le misere e deplorevoli condizioni dei prigionieri e delle prigioni europee, dove constata disordine, corruzione, cattive condizioni igieniche, squallido vitto e l’eterogeneità dei reclusi ammassati nelle celle. Nella sua relazione, Howard fa eccezione per le carceri papali di Roma. Nell’elogiare, in particolare, il sistema e le strutture dell’ istituto correzionale del San Michele, che porta come esempio, conclude la descrizione delle carceri romane affermando che esse sono le migliori d’Europa: “… le condizioni sono molto buone, le Carceri Nuove sono tenute, arieggiate, sono dotate di due infermerie bene attrezzate visitate quotidianamente dai medici, uomini e donne sono separati , come i criminali incalliti dai rei di lievi reati. Le visitano i detenuti e li assistono materialmente e , mentre il servizio religioso si presenta perfetto; anche i sono assistiti fin sul patibolo ..”. (J. HOWARD, 1788). Il regime carcerario vigente nei diversi Stati italiani pre-unitari è detto invece “e durissimo”, quasi a voler pareggiare, attraverso il supplizio della carcerazione, la pena di morte. (…)