Sarai maturo.Al 60%…

La nuova maturità berlingueriana alla prima prova. Nell’esperienza
di un preside di liceo torinese lo scoraggiante risultato di un esame presentato come avveniristica riforma di efficienza ed equità e finito nell’ennesima peripezia burocratica con ragazzi ridotti ad addizioni aritmetiche e un giudizio simile al gioco della schedina

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Ora che negli atrii deserti delle scuole pendono, ultimi testimoni, i tabelloni con le votazioni conclusive, possiamo giudicare la nuova edizione dell’Esame delle scuole superiori, voluta caparbiamente dal ministro Berlinguer con una serie di decreti e circolari che sono colati adagio adagio sulla scuola italiana. Si può dire che se il ministro e il suo apparato si sono messi in testa di dare il colpo di grazia alla scuola di impianto umanistico della Riforma Croce/Gentile, ci stanno riuscendo senza grande fatica. La scuola dell’umanesimo era già stata messa in discussione dalla contestazione e aveva perso la sua originalità pedagogica, cedendo o arretrando davanti alla cultura di massa. Occorreva perciò ripensare il ruolo della scuola, alla luce di un quadro sociale profondamente mutato. Tuttavia il governo postcomunista, bisognoso di protagonismo a buon prezzo, anziché affrontare il problema della riforma della scuola, ha cercato di modificarne l’uscita. C’erano naturalmente ragioni per farlo, ma l’effetto ottenuto è scoraggiante, lascia perplessi, delusi, preoccupati.

Lo studente alfanumerico (e un po’ saggista) Innanzitutto si è registrata la scomparsa del soggetto da valutare, dissolto in un complicato sistema contabile, in una progressione numerica addizionale. Del soggetto sono spariti sia l’anima che il corpo. Infatti Berlinguer ha definitivamente ridotto l’uomo e il suo valore al calcolo e al numero. Un processo di addizioni aritmetiche sostituisce i famigerati giudizi, la loro consumata retorica umanitaria, l’improvvisata e patetica psicologia, gli ossimori, gli eufemismi e le iperboli. Netta condanna delle parole da parte della moderna ideologia progressista che, scoprendo finalmente l’economicità dei numeri, ha risolto lo spirito individuale nell’interpretazione esatta. Il quadro è tanto preciso quanto vuoto. Un inesorabile modello di esatta univocità riduce le differenze allo stereotipo per antonomasia, il numero. La seconda questione consiste nella spietata uniformità, in cui precipita ogni differenza individuale e di indirizzo di studi. La terza prova scritta ha introdotto il metodo dei quiz col dogmatismo e il nozionismo televisivi, finora relegati soltanto ai sistemi della più brutale selezione aziendale o ai metodi di eliminazione nell’accesso alle facoltà o ai concorsi, oppure ai giochi da spiaggia o ai test “psicologici” dei settimanali. L’intento di recuperare, con una tale prova, qualcosa del percorso effettivo compiuto dalla classe durante l’anno oltretutto era veramente ambiguo: che cos’altro dovevano essere infatti le restanti prove e il colloquio? a cosa avrebbero dovuto riferirsi, se non ai programmi effettivi presentati dalla classe? In definitiva, la terza prova scritta si è rivelata del tutto superflua e gravemente superficiale, tenuto conto del suo destino di brutta copia del colloquio orale, finendo in più per appesantire il lavoro delle Commissioni. In quanto alla sovrabbondanza delle tipologie, non risulta affatto che valorizzino le possibilità espressive degli studenti. Prendiamo il cosiddetto “articolo di giornale” e il “breve saggio”. L’articolo di giornale è una prestazione tecnica e professionale, non una possibilità espressiva indeterminata. Esso richiede competenza ed esperienza, frutto di apprendimento ed esercizio. Quale presunzione il “lancio” di questa competenza di mestiere (come sarebbe per esempio comporre un poemetto in esametri o eseguire una cantata o disegnare un abito) nell’ambito della prova di un mattino! Si tratta solo di un gioco di scelte fatte a tavolino: l’idea di trasformare uno studente allevato (quando va bene) a base di Dante, Foscolo, Manzoni e D’Annunzio in “giornalista” risulta in definitiva artificiosa e ridicola. E che dire dello studente “saggista” (breve, per carità!)? Il saggio, dicono gli esperti, non è il tema tradizionale. Che cos’è allora? Bisogna dire che resta un bel mistero. Forse intendono dire che il vecchio tema era troppo soggettivo e che nell’epoca della “tecnologia avanzata” anche l’espressione dello studente deve adeguarsi, diventare asettica, oggettiva, senza corpo né anima (di nuovo). Dietro il carattere artificioso di queste velleità ministeriali si nasconde la pretesa di sintonizzare lo studente coi media. L’ideologia berlingueriana si fonda sulla vocazione mediatica dell’uomo-massa: contro la concezione umanistica dell’uomo-persona.

Se le commissioni danno i numeri La terza questione riguarda il compito attribuito alle Commissioni. Incerti tra una conduzione analoga dell’Esame di licenza media o da vecchio Esame anni Cinquanta, le Commissioni giudicatrici hanno sfoderato la vecchia improvvisazione che ispira questo momento della scuola, la finzione dei professori che, deposti i propri registri, partono per l’avventura di giudicare le altrui classi. Con l’aggravante del dover applicare un sistema di valutazione che si è subito rivelato gravemente inadeguato. Le tabelline numeriche inventate dal ministro, infatti, ribaltono la scala tradizionale da 1 a 10 su scale di punti in ventesimi, in quindicesimi, in trentacinquesimi: il tutto riportato alla fine in centesimi. Bene. Si è saputo fin dall’inizio che i rapporti suddetti non vanno a favore degli studenti, anzi: se la normale gestione dei voti scolastici si basa, per ferma tradizione, su una gamma che va dal 2 al 7 o 8 (quali sono gli insegnanti che danno normalmente i 9 e i 10?), allora nulla di più prevedibile che la progressione numerica dei voti assegnati alle prove scritte e al colloquio mantenesse esattamente gli stessi criteri della scala in decimi, praticata abitualmente durante l’anno (che cosa cambia se il nuovo 3/15 è del tutto identico al vecchio 2/10?). Con l’effetto non solo di schiacciare i voti in basso, ma soprattutto di far risultare problematico per i casi deboli lo stesso voto minimo, il 60/100. Infatti un semplice 57 o 58 o 59, che in proporzione alla normale scala in decimi corrispondono a un sei meno, non possono dar luogo a promozione. Con l’aggravante dell’esclusione della discussione in sede di scrutinio conclusivo (i voti vengono scritti subito dopo le prove e subito dopo il colloquio), ridotto al lavoro d’ufficio. C’è da rimpiangere il vecchio esame? In esso si valutava un contesto rappresentato da persone, non da numeri: si poteva criticare il giudizio sintetico “gonfiato” o stereotipato, ma i giudizi avevano un oggetto da trattare in termini di logica, di psicologia e di etica. Il nuovo Esame antiumanistico ha tolto alle Commissioni un tale oggetto di discussione, e l’ha sostituito con l’oggetto del calcolo puro e semplice. C’è da chiedersi allora: i bocciati di questo nuovo Esame non saranno per caso le vittime sacrificate a uno schema falsamente efficientistico? Non si tratta di “promuovere anche gli asini”. Si tratta di capire se questo nuovo Esame non sia fatto per far ricadere sui più deboli le inconcludenti peripezie di una riforma burocratica, del tutto velleitaria e pubblicitaria.

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