Sarà beata la suora che fu uccisa dagli islamisti e disse: «Perdono, perdono, perdono»

Sarà beatificata a Piacenza suor Leonella Sgorbati, uccisa a Mogadiscio (Somalia) il 17 settembre 2006. Questa è la sua storia

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Articolo tratto dall’Osservatore romano – Nel martirio di suor Leonella Sgorbati si legge un richiamo forte alla fedeltà al carisma di prima evangelizzazione tra i non cristiani nel segno della consolazione, anche a costo della vita. La missionaria della Consolata uccisa a Mogadiscio (Somalia) il 17 settembre 2006, viene beatificata sabato mattina, 26 maggio, nella cattedrale di Piacenza, dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, in rappresentanza di Papa Francesco.
Suor Leonella, Rosa Sgorbati, nacque il 9 dicembre 1940 a Rezzanello di Gazzola (Piacenza), ultima di tre figli. Fu battezzata lo stesso giorno della nascita, nella parrocchia di San Savino. Il 9 ottobre 1950 la famiglia si trasferì a Sesto San Giovanni (Milano). L’anno successivo, dopo la morte del padre, la giovane Rosa, per completare gli studi, venne mandata in collegio dalle suore del Preziosissimo sangue. Nella cappellina del collegio, Rosa visse un’esperienza che affidò al suo diario e che la segnò per tutta la vita: «…mi sono sentita abitata in quel lontano giorno — aprile 1952 — e tu mi hai tenuta in te, mio Signore. Mai più sola… abitata …». Disse il suo sì al Signore e il 5 maggio 1963 entrò nell’istituto delle suore missionarie della Consolata. Il 22 novembre 1965 emise la prima professione religiosa. Fu, in seguito, destinata in Inghilterra per gli studi infermieristici. Nel 1969 conseguì il diploma di State Enrolled Nurse e nel 1970 partì per il Kenya. Il 19 novembre del 1972 si consacrò in perpetuo a Dio. Condensò il suo sì irrevocabile in una frase che scrisse alla sua ex maestra di noviziato: «Vorrei che attorno al Signore potessimo affermare quello che a volte cantiamo in Chiesa e che io non trovo il coraggio di dire: “Signore, con cuore semplice e gioioso ho dato tutto”. Ma io spero che un giorno il Signore, nella sua bontà, mi aiuterà a dargli tutto o se lo prenderà… perché lui sa che questo realmente io voglio, lui sa».
In Kenya si dedicò al lavoro nell’ospedale, a Nyeri prima e a Nkubu poi, e alla scuola per infermiere. A questo servizio offrì il meglio di se stessa fino alla morte. Nel 1993 fu scelta dalle sorelle come delegata al settimo capitolo generale e, in seguito, come superiora regionale in Kenya, per due mandati consecutivi.
La presenza delle missionarie della Consolata in Somalia risaliva ai tempi del fondatore, il beato Giuseppe Allamano (1925). La guerra civile costrinse le sorelle a un esodo forzato (1991). Ne rimase un piccolo gruppo nell’ospedale S.O.S. Kinderdorf International. L’ospedale progettò una scuola per infermieri e coinvolse le missionarie nella realizzazione. Suor Leonella si rese disponibile a dare il suo aiuto nell’attuazione del progetto. In Somalia era necessario coltivare con sensibilità e rispetto il dialogo tra cristianesimo e islam. Era essenziale dimostrare che le nozioni scientifiche non erano contro il Corano e occorreva chiarire che le suore non facevano proselitismo. La vita della piccola comunità di missionarie si esauriva in pochi ambiti: il lavoro all’ospedale e la vita comunitaria vissuta nel silenzio, nel servizio, nell’intensa preghiera, nel sostegno reciproco. Gesù Eucaristico si trovava in un mobile nascosto nell’angolo di una stanzetta.
In Somalia c’era una forte presenza di estremismo islamico. Le sorelle sapevano di essere a rischio, ma ognuna di loro aveva deciso di rimanere. Domenica 17 settembre 2006, alla fine delle lezioni, suor Leonella uscì dalla scuola per tornare a casa. Dopo pochi passi, si udì uno sparo: un proiettile l’aveva raggiunta. Tentò di ritornare verso l’ospedale, ma fu colpita di nuovo e si accasciò sulla strada. La gente la prese e la portò dentro l’ospedale. Le sorelle, avvisate dell’accaduto, si precipitarono nella saletta dove era stata trasportata. Suor Leonella, pallidissima, era cosciente. Afferma suor Marzia Feurra: «Era in un bagno di sangue, la faccia bianca e gelata, gli occhi chiusi, ma distesa […] mi è venuto in mente ciò che lei mi aveva confidato qualche giorno prima: “La mia vita l’ho donata al Signore e lui può fare di me ciò che vuole, per questo non ho paura e mi affido a lui”». Suor Gianna Irene Peano racconta: «Non c’era segno di paura o di tensione, nemmeno ansia, ma una grande pace sul suo volto, si vedeva che voleva dire una cosa importante, che le stava a cuore, e con un filo di voce disse: “Perdono, perdono, perdono”». In quel momento arrivò il chirurgo, che non poté far altro che costatare il decesso. Erano le 13.45.
Il beato Allamano fondò l’istituto nel 1910 per portare il Vangelo tra i non cristiani nel segno della consolazione ed esortava: «Dovremmo avere per voto di servire la missione anche a costo della vita. Dovremmo essere contente di morire sulla breccia… Quando farete i voti ricordatevi che, in mezzo i tre voti, c’è pure questo quarto voto».
Papa Francesco, in occasione dell’udienza privata concessa il 5 giugno 2017 ai capitolari dell’istituto missioni Consolata e alle capitolari dell’istituto suore missionarie della Consolata, ebbe a dire: «La storia dei vostri istituti, fatta — come in ogni famiglia — di gioie e di dolori, di luci e di ombre, è stata segnata e resa feconda anche in questi ultimi anni dalla croce di Cristo. Come non ricordare i vostri confratelli e le vostre consorelle che hanno amato il vangelo della carità più di se stessi e hanno coronato il servizio missionario col sacrificio della vita?». Secondo questo carisma, suor Leonella, affidando i suoi desideri più intimi alle pagine del suo diario, consegnava la propria vita: «La tua vita, il tuo amore, il tuo sangue… riceva la mia vita, il mio amore, il mio sangue. Mi sento povera, incapace. Accoglimi ugualmente; sono certa del tuo amore e della tua accoglienza».
* Superiora generale delle missionarie della Consolata
Foto Ansa

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