Non ha vinto il popolo, non ha vinto l’élite. Però ci siamo persi Sanremo

Lo storytelling dell’«arabo felice» e del borgataro impenitente. In margine a un teatro Ariston dell’assurdo dove si parla di bavagli e a televotare si fa peccato

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E anche quest’anno Sanremo non ha fatto prigionieri. Certo, si può far finta di dimenticare che non più di festival della canzone italiana si tratti, che non è più il “tempo per noi”, che dopo aver ascoltato per cinque sere consecutive la stessa canzonetta vorremmo essere in grado di portarcene a letto «almeno il ritornello», come sentenziava la Giò, indimenticata collaboratrice domestica di Guareschi. 

ERANO CANZONI O VACCINI?

Si può fingere di non sapere che negli anni gli organizzatori – non i padri costituenti – abbiano deciso di “correggere” il voto popolare con l’aggiunta delle altre votazioni «per evitare che a vincere, ogni anno, fossero quelli con la maggior popolarità penalizzando quelli con la maggiore qualità» (dice il critico Ernesto Assante su Repubblica). Si può soprassedere su peso e concetto di giuria d’onore e dei giornalisti che hanno invertito il risultato finale (il concorrente Ultimo per il pubblico da casa era il primo, con il 46,5 per cento delle preferenze, Mamhood aveva solo il 14,1 per cento dei voti, eppure è lui a portarsi a casa la vittoria). E ricordare fino allo sfinimento che ciò che nasce intramontabile non vince mai Sanremo (Vita Spericolata di Vasco Rossi, Gianna di Rino Gaetano, Donne di Zucchero, Un’avventura di Lucio Battisti e Piazza Grande di Lucio Dalla ancora fanno gorgheggiare un paese in balìa dei trapper).

Ma non si può partecipare all’annuale teatrino dell’assurdo di Ionesco, quando specchiarsi nell’Ariston diventa la priorità numero uno nell’Italia della recessione tecnica, dell’obitorio demografico, della disgregazione sociale, e trasformare il Festival in un partitone tra vaccinisti e antivaccinisti, tra élite fomentatrici del livore antigialloverde e antiparafascista contro le truppe cammellate da ignoranza, livore e odio rovesciato in piazza, fingendo di non sapere che il risultato sarà sempre lo stesso: alla fine non vince nessuno.

«L’ARABO FELICE» È ITALIANO MA CHISSENE

«La vittoria del ragazzo italoegiziano dimostra che, se vengono governati, i processi migratori sono un plus per l’Italia. Come in Gran Bretagna, Germania e Francia. Ci vogliono più Mahmood: l’inevitabile integrazione che arricchisce il Paese», scrive Aldo Cazzullo sul Corriere, parlando di Alessandro Mahmoud per parlare dell’Italia, «un Paese con il tasso demografico tra i più bassi al mondo, separato da due ore di gommone da un continente dove una donna fa in media sette figli (come in Niger), è destinato inevitabilmente a mescolarsi». «È la realtà che va in scena, ed è una realtà che è addirittura migliore dell’immagine del Paese che vediamo ogni giorno», è ancora Assante su Repubblica magnificando l’Italia di Sanremo che «non è isolazionista né respingente». «Obiettivamente un bellissimo esempio di integrazione, lo aspetto a Palazzo Marino», si è congratulato il sindaco di Milano Beppe Sala.

Ora, il fatto che questo ventisettenne, ribattezzato dall’Huffington Post «l’Arabo felice», si trovi a dover precisare in ogni intervista «io comunque sono nato a Milano e sono un ragazzo italiano al 100 per cento», non ha alcuna importanza: vive a Gratosoglio («dobbiamo mettere al centro le periferie, come chiede il Papa?», si chiede l’accorato Cazzullo), è nato in Italia da mamma sarda ma ha un papà egiziano, ergo «questa vittoria è una favola», per usare le parole di Claudio Baglioni. E fa niente se il testo della sua canzone parli di un padre non proprio modello che «Beve champagne sotto Ramadan» e «Fuma narghilè e se ne va» interessato non al figlio ma solo ai Soldi (titolo del brano oggettivamente per nulla sanremese eppure vincente a Sanremo). 

IL BORGATARO IMPENITENTE

Non ha il curriculum vitae di Nino d’Angelo, spuntato dalla periferia di Napoli negli anni del boom, un’infanzia arrabattandosi per tirare a campare (ignorato dai critici alla sua prima partecipazione al Festival ma il suo album fu tra i più venduti), ma anche lui si è svegliato alle quattro e mezza del mattino per alzare le serrande di un bar e «sono un fan dei Pokémon» (dice al Corriere), è uno da gente vera, «cresciuto lì, dove centinaia di famiglie vivono in torri contaminate dall’amianto» (ricorda Repubblica) che affronta il duro tran tran della giornata, perfetto per fornire un’immagine lepenizzata di chiunque gli preferisse il borgataro impenitente Ultimo.

E siccome se la butti in politica Salvini si schiera col popolo (e così è stato, «Mahmood… mah… la canzone italiana più bella?!? Io avrei scelto Ultimo, voi che dite?», twitta come da copione attesissimo il ministro degli Interni) c’è bisogno che Ultimo incarni l’ingrato barbaro: «Ultimo e il linguaggio del rancore», titola Repubblica, «L’amarezza di chi perde è una forma di dolore che fa storcere la bocca, dire e ridire con aggressività. Non fa sconti: è un rimuginare, un cercare di allontanare da sé quel calice». In realtà Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, dato per favorito fin dall’inizio del Festival con la canzone I tuoi particolari, si è rivolto ai giornalisti – che cercavano di cavargli un confronto impietoso con Mahmood, rimproverandogli di averlo appellato “ragazzo” («perché? Quanti anni c’ha?»), e di essere incazzato e non contento di stare sul podio –, con un più prosaico: «Avete rotto il ca***».

IL GIORNALISMO IMBAVAGLIATO («MERDE!»)

E veniamo ai giornalisti: mentre si inchiostrano le pagine dei quotidiani con i titoli sulla fratellanza e la bella integrazione, nel video della conferenza stampa con Ultimo che gira su twitter, si sentono i cronisti commentare «pagliaccio», «vaffan****», «str****». Più o meno quanto accaduto durante la premiazione finale, quando in sala stampa si esulta per il terzo posto de Il Volo: «Merde!». Meno male che a rimettere le cose a posto ci pensa Natalia Aspesi, ancora su Repubblica – sì, il dopofestival delle polemiche si vince ancora sui giornali, non sul twitter –: «Ecco perché questo festival che appariva innocuo, segna l’inizio di una nuova fase pericolosa: inizia la paura di dire quel che si pensa anche su cose qualsiasi, l’attacco ai giornalisti persino della canzone è una minaccia di bavaglio generale».

LE GIURIE DALLE MANI PULITE

E perché non dovrebbe essere anche questo lo specchio dell’Italia dell’Ariston, quello delle giurie che si trovano molto a disagio con tutti coloro che ricordano che la canzone italiana è anche quella cosa che boh, sia che «siamo soltanto bagagli, viaggiamo in ordini sparsi» (Ultimo) o «siamo musica vera che resta» (Il Volo), non presta il fianco alla morale della favola o all’impegno civile? «I kantiani hanno le mani pulite, ma non hanno mani», scriveva Péguy, e non troviamo parole migliori per raccontare cosa accade a certe latitudini solcate dai Ferzan Özpetek, Beppe Severgnini, Serena Dandini o Joe Bastianich (per citare qualche membro della giuria d’onore che ha ribaltato il verdetto).

«Nessuno è sfiorato dal dubbio che Mahmood sia bravissimo», scrive Repubblica. Resta però la certezza che a non votarlo si faccia peccato. E che grazie al dopofestival delle polemiche (e certo, alla totale assenza di canzoni intramontabili, ritornelli memorabili o testi più forti di prediche e fervorini politici) quest’anno, fuori dalle maglie del sindacato protettivo del conformismo di turno, il Festival non l’abbia vinto nessuno. Tra il popolo e le élite ci siamo persi anche il vincitore morale al Roxy Bar.

Foto Ansa

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