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Salvate i bambini Down dall’editorialista pro-choice

marzo 24, 2018 Caterina Giojelli

La vicedirettrice del Washington Post spiega perché avrebbe abortito un bambino con la sindrome di Down. Ecco cosa le risponde il presidente della Jerome Lejeune Foundation Usa

«Gentile Ruth Marcus, nel suo editoriale sul Washington Post afferma che avrebbe interrotto le sue gravidanze se i test di ciascun bambino fossero risultati positivi alla sindrome di Down. Mentre lei è libera di esprimere la sua opinione personale, anche se sconsiderata, io sono costretto a confutare pubblicamente le sue affermazioni sui bambini abortiti con questa sindrome». Comincia così la lettera aperta di David G. Lejeune, presidente della Fondazione Jerome Lejeune Usa, scritta in occasione della Giornata mondiale della sindrome di Down alla vicedirettrice del Washington Post Ruth Marcus che il 9 marzo scorso ha firmato un lungo editoriale dal titolo “Avrei abortito un feto con sindrome di Down. Le donne hanno bisogno di questo diritto”.

L’editoriale pro-choice del Washington Post
«Se credete che l’aborto sia equivalente all’omicidio, l’uccisione di una vita umana – scrive Marcus – naturalmente fareste una scelta diversa. Ma questa non è la mia convinzione e la Corte Suprema ha affermato la mia libertà di credere e agire di conseguenza». Il pezzo è una lunga difesa dell’importanza dei test prenatali e del diritto delle donne a non dare alla luce un bambino «la cui capacità intellettuale sarà compromessa, le cui scelte di vita saranno limitate, la cui salute potrebbe essere compromessa», «la maggior parte dei bambini con sindrome di Down presenta un deficit cognitivo da lieve a moderato, ovvero un QI compreso tra 55 e 70 (lieve) o tra 35 e 55 (moderato)», «sarò brusca qui: questo non era il bambino che volevo. Non era la scelta che avrei fatto. Potete chiamarmi egoista o peggio, ma sono in buona compagnia. È evidente che la maggior parte delle donne davanti a questa infelice alternativa prenderebbe la stessa decisione». Marcus spiega che non è sola, che due terzi delle donne americane sceglie di abortire in tali circostanze, che la scelta personale deve vincere sempre sulle interferenze del governo, usa la sentenza della Corte Suprema nel caso Roe vs Wade come una sorta di imprimatur morale per attaccare le leggi degli Stati che impongo restrizioni al diritto di abortire. La tesi, che individua nella donna l’arbitro per eccellenza della vita umana, viene rincarata una settimana dopo, in un secondo editoriale, dove alle moltissime critiche ricevute risponde dando spazio alle lettere di numerose lettrici d’accordo con lei, «queste e-mail riflettono una maggioranza ridotta al silenzio, messe a tacere perché, come ho scoperto, dire che avresti interrotto una gravidanza per questo motivo scatena la furia e l’invettiva».

È a questo punto che Lejeune scrive la sua lettera: «Ci sono delle vite in gioco», spiega il presidente, elencando i cinque motivi per cui quelle di Marcus non sono semplici opinioni personali, ma punti di vista pericolosi.

1. «L’eugenetica ha sempre torto».
La vicedirettrice «pensa sia accettabile interrompere una gravidanza se non vuole un bambino ma sta facendo un passo in più, celebra il diritto di interrompere in modo selettivo una gravidanza quando quel particolare bambino non è voluto». Lejeune ripercorre la storia dell’eugenetica che va di pari passo a quella del razzismo, dell’odio e della discriminazione dei disabili, ricorda i 100 milioni di bambine abortite in Cina dalla politica del figlio unico, «come femminista, come si concilia il tacito sostegno a un principio fondamentale dell’eugenetica che ha portato alla morte di tante bambine? Certamente, le persone con anomalie o disabilità genetiche non hanno alcuna possibilità di essere accettate in una società che tollera l’eugenetica. Abortire per l’unica ragione di eliminare un particolare bambino, un bambino con la sindrome di Down, non è diverso dall’eliminare un bambino perché è una femmina. È semplicemente eugenetica moderna, ed è sbagliata». Quale sarà il prossimo, quali altre caratteristiche potrebbero essere ritenute indesiderabili tanto da giustificare l’eliminazione di un “particolare” bambino? È un pendio scivoloso, spiega Lejeune. Interrogarsi sulle caratteristiche in base alle quali a un bambino possa o meno essere permesso di vivere è una questione che non dovrebbe nemmeno porsi. «Abbiamo tutti il diritto fondamentale alla vita».

2. Non esiste alcun diritto costituzionale negli Stati Uniti ad abortire un nascituro con sindrome di Down
In una nota inviata dal Bioethics Defense Fund and Alliance Defending Freedom alla Corte distrettuale che si era opposta alla legge dell’Indiana, riguardo al divieto di abortire quando l’unica ragione per terminare la gravidanza è la trisomia 21 del feto, si fa notare che scegliere di abortire un bambino solo perché ha una determinata caratteristica genetica solleva lo spettro dell’aborto come mezzo per effettuare il “controllo di qualità” degli esseri umani. «La Corte Suprema», continua Lejeune, «non ha mai inquadrato la decisione protetta costituzionalmente di abortire come la possibilità di scegliere se abortire o meno un particolare bambino in base al sesso o alla disabilità o a un’anomalia genetica».

3. Si appella alla moralità, ma non c’è nulla di morale nella sua posizione
Marcus risolve ogni considerazione a proposito di quelle che riconosce essere «difficili scelte morali» con una serie di “tutte le fanno”, “sono in buona compagnia”, “la maggior parte delle donne prenderebbe la mia stessa decisione”. Ma il fatto che sia comune non rende certo un’azione giusta o morale, «sopprimere una vita è sbagliato. Sopprimere la vita di un bambino non ancora nato è sbagliato. Sopprimere la vita di un bambino non ancora nato con sindrome di Down è sbagliato. Sostenere il “diritto” di eliminare un nascituro è sbagliato, così come è errato determinare il valore della vita in base a caratteristiche come sesso, salute, ricchezza o convenienza». Questo per Lejeune dovrebbe essere il centro di ogni dibattito sull’aborto.

4. Lo scopo del test prenatale non è decidere se uccidere un bambino
Lo scopo dei test, spiega Lejeune, è capire come prendersi cura del bambino, individuare condizioni che potrebbero causare problemi di salute man mano che il feto cresce, preparare la donna e permettere a chi non si sente all’altezza della sfida di crescere un bimbo Down di poterlo dare in adozione.«È deludente che da nessuna parte nel suo pezzo sia stata menzionata questa opzione molto importante. Se è veramente a favore della libera scelta, per favore consideri di sostenere la scelta della vita attraverso l’adozione, e non semplicemente la morte attraverso l’aborto».

5. Le sue dichiarazioni svalutano la vita di chi vive con la sindrome di Down
«Sono il presidente della Jerome Lejeune Foundation Usa. Esistiamo per portare avanti il lavoro del compianto dottor Jerome Lejeune che non solo scoprì la causa della sindrome di Down, ma chiamò i suoi pazienti “i miei fratelli”». Lejeune rilegge l’elenco di considerazioni della giornalista circa le difficoltà che possono sorgere legate a un bimbo con la sindrome di Down: da un basso quoziente intellettivo alla compromissione dell’autonomia e dell’indipendenza dell’intera famiglia, «dando per scontato che una vita più difficile non valga la pena di essere vissuta. Le sue affermazioni quindi presuppongono che, perché un bambino sia desiderato, lui o lei debba essere molto intelligente, avere possibilità di vita illimitate, godere di buona salute e la possibilità di vivere indipendente e finanziariamente sicuro. È davvero questa la lista delle caratteristiche più importanti che deve avere? È questo lo standard a cui dovremmo tendere noi stessi e i nostri figli? Ritengo che la capacità di amare, apprendere e costruire relazioni siano solo alcune delle qualità più importanti da valorizzare nei nostri figli. Inoltre, è mia convinzione, sostenuta dalle esperienze di innumerevoli migliaia di famiglie, che coloro che soffrono di sindrome di Down aggiungono immenso amore e gioia a una famiglia, superando di gran lunga le sfide che presentano. Sono bambini dolci, amorevoli, belli che non vogliono altro che amarci incondizionatamente. Sono l’incarnazione della verità universale scritta sul cuore umano dal nostro Creatore che ogni vita ha un valore intrinseco e ha diritto alla dignità umana».

«Una vita con sindrome di Down è una vita degna di essere vissuta e una vita che vale la pena difendere». Si chiude così la bella lettera di David G. Lejeune. «Sono con i miei fratelli e le mie sorelle con la sindrome di Down e le chiediamo di riconsiderare le sue convinzioni e i pericolosi effetti che le sue parole potrebbero avere sui bambini vulnerabili degli Stati Uniti e oltre».

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