Ru486, altre drammatiche storie sulla kill pill. «Mi dicevano che dovevo solo aspettare»

La studentessa universitaria che racconta le pene atroci e il parto del figlio nel suo letto. E la donna che, ignorata dai medici, ha visto il figlio morto fra le sue mani, rischiando di morire dissanguata.

Il 23 febbraio scorso la giornalista americana Sarah Terzo ha raccontato sul sito di Liveactionnews.org alcuni nuovi casi di aborti provocati dalla Ru486, la pillola abortiva chiamata “kill pill”. Alcuni giornali e siti stranieri hanno ripreso alcune delle storie citate dalla Terzo. Fra le tante, due vicende sono emblematiche.

CONVULSIONI E CRAMPI. La prima storia è tratta dal Boston Phoenix e parla di una donna che, alla sesta settimana di gravidanza, decise di abortire con la Ru486. La ragazza, una studentessa universitaria, aveva assunto il farmaco ed era subito tornata «al dormitorio, qualche ora più tardi», nonostante l’aborto non fosse ancora avvenuto. «Mi contorcevo nel mio letto a due piazze – ha raccontato – soffrendo convulsioni e crampi debilitanti. I miei compagni di stanza, il mio migliore amico e il mio ragazzo si aggiravano intorno a me. Mi portavano antidolorifici, Balsamo di Tigre, borse d’acqua calda…». E se fosse stata sola? La ragazza sapeva solo di aver «versato moltissimo sangue», mentre il suo corpo espelleva il figlio: «Allora ho vomitato. E, infine, mi sono addormentata».

RISCHIO DI MORTE. La seconda storia è tratta da un post apparso sul sito Pregnant Pause. Una donna ha raccontato del suo aborto a domicilio che credeva fosse indolore e che invece «mi ha fatto urlare lamenti terribili. Mi sdraiai sul divano del mio ragazzo, la prima notte ero sola, e mi contorcevo pregando che finisse tutto o piuttosto di morire. Ho chiamato il numero di emergenza che mi avevano dato e dissi loro che gli antidolorifici non funzionavano. Mi risposero, molto cinicamente, che non c’era più nulla da fare per me». Solo allora, ha detto ancora, «mi informarono che questo era normale e che dovevo aspettare». Ma «i dolori continuavano» e solo «dopo due notti di quello che pensavo sarebbe stato la fine di un incubo ho cominciato a sanguinare».
Giunto il terzo giorno sono iniziate le contrazioni: «Pensai: ecco, è finita, ora posso cominciare a guarire, giusto? Sbagliato!!». Circa una settimane e mezzo più tardi, mentre guardava la televisione, la donna ha cominciato a sentirsi male. I crampi erano tornati di nuovo: «Pensando che dovesse essere normale, in un primo momento ho creduto che non fosse nulla. Ma nel giro di due ore cominciai a sanguinare molto. L’emorragia si era aggravata sempre più, non riuscii a raggiungere il bagno». Poi le contrazioni, fino a vedere in faccia quel figlio, descritto come una «massa di carne». Così «chiamai di nuovo il numero di emergenza della clinica, mi risposero che era normale e bastava aspettare». Più i giorni «passavano, più faticavo a muovermi e camminare», fino alla decisione di chiamare il ginecologo che le ha ordinato di andare in pronto soccorso: «Scoprirono che la mia pressione era di circa 60 su 52». La donna, a rischio di morte, aveva bisogno di ben due litri di sangue. Quindi le trasfusioni, e altre «12 ore degradanti, umilianti, dolorose, stressanti e quasi insopportabili».