Rovereto. Bruciata in nome dei migranti la chiesa antiabortista (anche se li accoglie)

Il 10 gennaio è stata lanciata una molotov contro il portone della chiesa di San Rocco. Intervista a don Matteo Graziola, ideatore del presepe contro l’aborto: «Grazie a Dio il fuoco non ha raggiunto i banchi»

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Ma che c’azzecca bruciare il portone di una chiesa con i migranti? Succede a Rovereto (Trento) quando la mattina del 10 gennaio, intorno all’alba, qualcuno avvisa le autorità: sta andando a fuoco il portone della chiesetta di San Rocco, in corso Bettini. Domato l’incendio, la scena che si propone a don Matteo Graziola, incaricato dell’adorazione eucaristica perpetua a cui è dedicata la chiesa, è desolante: il cuore del portale in legno è sventrato, sul grande bassorilievo in cotto che rappresenta l’incontro tra san Francesco e san Rocco sopra l’entrata si allungano le scie nere delle fiammate. Il fumo ha danneggiato gli intonaci, c’è fuliggine ovunque. Sul muro della facciata troneggia una scritta: “I veri martiri sono in mare”.

IL PRESEPE ANTIABORTISTA

«Sono due giorni che puliamo, grazie a Dio il fuoco non ha raggiunto i banchi. Sono arrivato poco prima delle sette e ancora non si vedeva niente, fumo ovunque», spiega a tempi.it don Matteo. La procura ha aperto una indagine, la scena suggerisce c’entrino il lancio di una molotov e la pista anarchica, i giornali invece suggeriscono il movente: l’allestimento del presepe antiabortista intitolato “La strage di Erode” (con la statuina di Erode accanto alla Natività e quella di minuscoli feti abortiti disseminati sul cammino dei Re Magi) posto sulla scalinata di San Rocco. Non è la prima volta che un’iniziativa prolife scatena rappresaglie a Rovereto, ma il battagliero don Matteo ha sempre tirato dritto per la sua strada, dividendosi tra l’insegnamento di religione al Liceo Rosmini, i gruppi di preghiera antiabortisti, e la partecipazione ai gesti delle Sentinelle in piedi.

Una volta, nel 2014, è pure finito al pronto soccorso  con un ematoma e un amico col setto nasale fratturato da una squadraccia di figuri poco inclini al confronto e molto agli insulti, pugni, calci, spintoni e lancio di uova che avevano aggredito le Sentinelle. Questa estate invece il pronto soccorso l’ha probabilmente evitato grazie l’intervento della polizia, ma gli anarchici che fuori dall’ospedale avevano circondato il suo gruppo del Rosario per la vita, dopo la giornata di volantinaggio per la città con le vele di Provita e Movimento per la Vita, non promettevano nulla di buono.

Insomma, è la vecchia storia dell’Italia che sente di vivere in un regime di aborto libero e insindacabile, il resto, con buona pace della libertà di espressione, è medievalismo bigotto e retrogrado e come tale va zittito. A colpi di bombette incendiarie.

«RISCHIAMO L’ESTINZIONE DELLE COSCIENZE»

Hanno scritto i giornali che il presepe in seguito alle polemiche era stato spostato dalla scalinata all’interno della chiesa. «Veramente è sempre stato fuori, lo abbiamo ritirato un giorno perché ci avevano rubato il muschio. Il tempo di procurarcene del nuovo ed era di nuovo sulla scalinata». Ma la notte del rogo non c’era, di notte viene sempre riposto nella chiesetta francescana insieme al pannello che lo accompagna con la cronistoria delle leggi abortiste, da quelle hitleriane alla Cina di Mao fino alle moderne norme occidentali, «lo sa quanti aborti legali vengono registrati ogni giorno in Europa? 5.600, è la cultura dello scarto, piaccia o meno i numeri sono questi, che lascia dietro di sé una scia di bambini abortiti ma punta all’estinzione delle coscienze». Piaccia o meno, don Matteo ha fatto il suo mestiere, boicottare l’addormentamento della comunità sull’aborto, «Giovanni Paolo II ci esortava all’evangelizzazione, alla battaglia culturale, legale, alla caritativa».

Certo, la sua natività ha impressionato negativamente anche molti cattolici e chi abortista non lo è affatto, ma in un momento in cui esistono preti che invitano a non fare il presepe in segno di protesta contro il decreto sicurezza o che fanno nascere il bambinello di Betlemme su un barcone alla deriva, la reazione a una minuscola rappresentazione come quella di San Rocco può diventare il pretesto per appiccare il fuoco?

LE CONDANNE DI CHIESA E PROVINCIA

«Bruciare una porta, che sia di una struttura di accoglienza, come accaduto in passato, o di una chiesa, luogo di culto aperto e libero, è uno sfregio per tutta la comunità», ha tuonato l’arcivescovo di Trento, Lauro Tisi. «Ogni parola di condanna rischia però di essere scontata se non ne deriva l’impegno affinché il dissenso e la diversità di opinione, legittimi anche all’interno della comunità ecclesiale, non travalichino mai il rispetto delle persone e degli ambienti ad esse destinati. Chi ha appiccato quel fuoco potrà alimentare paura e divisione, ma non riuscirà mai a mandare al rogo la forza del dialogo e del confronto, conquista di civiltà di cui tutti dobbiamo essere custodi e garanti».

Di “opinione” ha anche parlato il presidente della Provincia autonoma di Trento Maurizio Fugatti: «Esprimere il proprio pensiero con il danneggiamento dei simboli e delle proprietà altrui, quindi con la violenza e la prepotenza, è sempre sbagliato. In una democrazia ci sono altri modi per esprimere le proprie idee. Chi ha incendiato l’ingresso della chiesa di San Rocco, a Rovereto, è nemico del dialogo e del confronto pacifico», promettendo che qualora i responsabili «fossero garantiti alla giustizia, dovranno essere pesantemente condannati».

Ma di quali pensieri si parla? Davvero sono i “martiri del mare” il primo dei pensieri di chi dà fuoco a una chiesa? «Guardi, la diocesi di Trento è in prima linea nell’accoglienza dei migranti e degli emarginati, attorno alla nostra chiesa fanno riferimento profughi pachistani, bulgari, africani, c’è una famiglia musulmana che viene qui ogni mese con i bambini. La scritta sulla facciata è fumo negli occhi come quello che ha invaso San Rocco e ha avvolto il nostro presepe: se le nostre statuine rappresentano davvero un grumo di cellule senz’anima né valore perché prendersi il disturbo di incenerirci il portone?».

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