Resistenza cristiana

Nella piana di Ninive, dove i perseguitati ricominciano a vivere. Sotto l’ala dei curdi

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Batnaya (Iraq settentrionale)

La folla oscilla lungo il nastro d’asfalto fra i campi, avanza veloce cantilenando inni in aramaico. I soldati sul terrapieno, mitra imbracciato, guardano stupiti il serpentone festante di uomini, donne e bambini ma scrutano pure nervosi la strada principale. Nella prima fila che avanza spiccano i paramenti viola di due vescovi caldei: Faraj Rahho, vescovo della vicina Mosul, e Shleimun Warduni, ausiliario del patriarca di Baghdad salito fin qui per l’occasione. Pochi minuti prima ha tagliato il nastro dell’inaugurazione, nello stesso momento in cui il sangue scuro di una pecora appena sgozzata sul posto allagava l’asfalto davanti a lui. La marcia collettiva si arresta davanti a uno spiazzo su cui si affaccia un viale con 12 case nuove di zecca, e il semirestaurato monastero di sant’Abramo, dentro a cui è stata ricavata una scuola materna. Le donne e le ragazze si infilano nell’ingresso che immette nel cortile del vecchio monastero, gli uomini fuori appoggiano al suolo i kalashnikov, i ragazzi fanno ressa al banco delle bibite. «In questo paese siamo tutti chiamati a vivere in pace e a costruire in pace, sunniti e sciiti, cristiani e yazidi», dice monsignor Warduni.
Chi ha reso possibile un giorno di festa per i cristiani iracheni, ovvero chi ha finanziato la costruzione di un quartiere per le famiglie in fuga da Baghdad e Mosul dotato di scuola materna e collegato con una vera strada all’abitato principale della cittadina di Batnaya, è Sarkis Aghajan, anche lui cristiano, ministro delle Finanze nel Krg, il governo regionale del Kurdistan. Batnaya fa parte della cintura di comuni rurali abitati quasi esclusivamente da cristiani, tutti fra i 10 mila e i 20 mila abitanti, che si stende a nord-est e a nord-ovest della città di Mosul, distante da qui appena 25 chilometri. Formalmente siamo nel governatorato di Ninive, direttamente dipendente dal governo di Baghdad, ma in realtà l’influsso e il controllo del governo regionale autonomo curdo si spinge sin qui: ovunque i peshmerga, gli sperimentati combattenti curdi, affiancano la polizia irachena e le milizie di villaggio, e tutti i lavori pubblici che si vedono in giro sono finanziati con denari che provengono solo ed esclusivamente dal bilancio del Krg. «Il nostro governo ha accolto fin dall’inizio questi gruppi, soprattutto le comunità cristiane, perché sappiamo bene le circostanze difficili che stanno vivendo dopo la caduta del regime», ci aveva detto ad Erbil il giorno prima Falah Mustafa Bakir, il ministro degli Esteri del Krg. «Il primo ministro Nevarchan Barzani ha incaricato da subito l’allora vice primo ministro Aghajan di prendersi cura di coloro che fuggivano dai pericoli di Baghdad e cercavano rifugio nella piana di Ninive, oltre che nei governatorati propriamente curdi di Erbil, Dohuk e Suleymaniyah. Non vogliamo che i nostri fratelli iracheni soffrano, siano essi cristiani, sciiti o sunniti».
Dopo un lento svuotamento sin dai primi anni del regime di Saddam, le cittadine cristiane della piana di Ninive si stanno ripopolando: i cristiani in fuga dal sud cercano protezione sotto l’ala curda, e qua trovano istituzioni che non solo offrono condizioni di sicurezza accettabili, ma addirittura investono su di loro e li mettono in condizione di ricostruirsi una vita. A pochi chilometri dall’inferno, che coincide con la città di Mosul. Arriva da lì suor Genevieve, religiosa domenicana da poco trasferita con alcune consorelle e i bambini dell’orfanotrofio che gestivano nella cittadina di Tel Kef. Le consorelle rimaste a Mosul hanno appena subìto un attentato: la loro casa madre è uno degli obiettivi colpiti dalle autobomba anticristiane del 6 gennaio. «Non s’è fatta male nessuna perché erano fuori», ci dice. «Ormai restiamo a Mosul solo per testimonianza. La chiamiamo “la nostra Fallujah quotidiana”. Quando non succedeva niente per un giorno ci dicevamo: “Chissà che cose terribili stanno preparando per domani”. Ma non perdiamo la fiducia nel Signore. Lui sta facendo miracoli continuamente per noi. Vede quanti cristiani qui oggi? Che ci siano ancora tanti cristiani vivi in Iraq è un miracolo».

L’inferno di Mosul
Monsignor Rahho è un vecchietto con la barba a punta e i modi decisi. È abituato a mandare al diavolo gli ufficiali governativi e i comandanti americani che chiedono di conferire con lui dopo ogni attentato. «Perché ci hanno colpito ancora proprio adesso? Perché a Natale le tv hanno fatto vedere le chiese piene di gente per le celebrazioni, e gli estremisti si son detti: “Non siamo ancora riusciti a cacciarli tutti”. Allora hanno ricominciato a mettere le bombe, per demoralizzare i cristiani e spingerli alla fuga. Non li rapiscono quasi più perché i più ricchi e intelligenti sono già fuggiti all’estero, restano i più poveri. A Mosul i cristiani sono un terzo di quelli che erano prima del 2003, le famiglie caldee sono scese da 2.700 a meno di mille». In questi anni il vescovo ha ricevuto ben 11 lettere di minacce di morte. Nel marzo scorso è sfuggito a un tentativo di rapimento. «Era la festa dell’Annunciazione e stavo andando alla chiesa di san Giorgio, credo di sapere con certezza chi mi ha salvato», sorride ironico. «Da Mosul non me ne vado, ho dei protettori che stanno molto in alto».
Nelle aree protette dai curdi la vita rifiorisce, ma non è totalmente al riparo dalla violenza terrorista. A Tal El Skof, altro paese cristiano a cinque minuti di auto da Batnaya, la via centrale dove si succedono negozi, uffici e scuole è percorsa da una quantità di uomini in armi, in divisa e in borghese, decisamente superiore alla media. Nell’aprile e nel novembre scorso due autobomba sono state fatte esplodere in questa via, praticamente entrambe nello stesso posto: di fronte all’ufficio del Pdk, il partito curdo che controlla la zona. Ne hanno fatto le spese anche una scuola materna delle suore caldee, proprio di fronte alla palazzina sventrata del Pdk, e molti edifici circostanti. La prima bomba ha causato molte vittime fra i peshmerga, la seconda ha ucciso una donna. «Purtroppo nemmeno qua la sicurezza è assoluta», spiega padre Gibrail Tooma, superiore del vicino convento di Al Qosh. «La povertà e la disoccupazione spingono alcuni a trasformarsi in spie dei terroristi, anche fra i cristiani. Dobbiamo sempre vigilare».

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