Renato Zero. Ritratto del maestro della provocazione esistenziale, non ideologica

La sua è una sfida paradossale perché inclusiva. C’è più autenticità nel circo di Renato che nei sermoni di tanti pseudomoralisti di oggi

Chi oggi ha quarant’anni lo ricorda a Fantastico, nei gloriosi anni Ottanta prima della transizione dalle piume di struzzo ai completi neri ma non per questo ordinari. Quel passaggio dall’esibizionismo alla sobrietà è uno degli snodi fondamentali per comprendere Renato Fiacchini in arte Zero, l’artista fenomenale che ha contribuito ad aprire i canoni della canzone d’autore italiana aprendoli alla gente normale, al popolo. Negli anni Settanta l’Italia canta e sogna con Fabrizio De André e Francesco De Gregori, quando esplode il successo di quel personaggio dai travestimenti bizzarri e geniali, in grado di scrivere canzoni che fanno piangere e ballare. Contemporaneamente.

Negli anni Sessanta, non ha ancora vent’anni, Renato parte dalla Montagnola per andare al Piper, il locale romano dove si vive un’America lontana solo geograficamente. Magrissimo, alto, scatenato nel ballo e teatrale nelle movenze, la domenica pomeriggio lascia a casa mamma casalinga e papà poliziotto per presentarsi al locale vestito di piume, lustrini, cilindro in testa, palandrane, zeppe altissime. Uno dei pezzi forti è una cinta stretta sulla vita sottile, al centro una fibbia con la foto in bianco e nero delle sue zie. I primi tempi si cambia nell’androne «per non ferire papà». «I colleghi di papà mi puntavano. Finivo regolarmente al commissariato di Campo Marzio, dove lui lavorava. Lo apostrofavano: “Non ti vergogni ad avere un figlio così?”. Ma lui non si è vergognato mai. Mi veniva a prendere: “Renatì, nnamo a casa”». Anni più tardi, sul letto di morte, chiederà a “Renatì” di cantargli Il carrozzone per andarsene con la sua voce nelle orecchie. E in quel gesto del figlio che non vuol dare il dispiacere a papà sta un tratto fondamentale della natura che Renato Zero mostrerà negli anni e che forse è alla base del suo successo così trasversale e definitivo: travestirsi è una provocazione, certo, ma serve prima a esprimere sé e la propria arte che a scandalizzare. Il risultato, paradossale, è una provocazione estremamente inclusiva. Perché c’è più autenticità nel circo di Renato Zero (nel pieno del successo terrà i suoi concerti proprio in un tendone affittato dalla famiglia Togni) che nei sermoni di tanti pseudomoralisti di oggi. «Non si è mai nascosto dietro ai trucchi – ha detto intelligentemente di lui il critico del Tg1 Vincenzo Mollica. Ha usato i trucchi per raccontare la verità».

Dell’insulto fa un cognome
Certo, i primi anni non sono facili. Troppo strano, ambiguo. Per strada gli dicono: sei uno zero. Dell’insulto lui fa un cognome. Le prime canzoni non sono un granché, nei provini in Rai insieme all’amica Loredana Berté viene giudicato «inadatto al mezzo televisivo». Sono gli anni Settanta a segnare la svolta. L’incontro con Franco Migliacci, paroliere di Mudugno e produttore discografico, e poi l’esplosione con Mi vendo (1976) e Il triangolo (1978). Renato non si può comprendere senza Roma, che segna un’appartenenza geografica e culturale. In lui c’è qualcosa che la romanità incarna perfettamente ed è lo sprezzo del senso del limite indossato in maniera più esistenziale che ideologica. Prova ne è l’assoluta trasversalità della fede sorcina. «Un sorcino ora è il presidente di una banca, un altro è un alto magistrato di Milano».

Le voci di ambiguità sessuale non le ha mai smentite né confermate. «Mi sento un privilegiato – ha detto a un altro sorcino impensabile come Marco Travaglio – che approfitta della musica per cercarsi e rassicurarsi, per sfanculare gli analisti e perdere la paura dei borghesi». Politicamente non ha mai voluto schierarsi, è stato iscritto tra gli antiabortisti per quel verso geniale e spiazzante: «Un altro figlio nasce e non lo vuoi. Amalo!». Più volte ha ripetuto di essere contro l’aborto usato come ultimo anticoncezionale. «Il successo che più mi ha sorpreso – ha detto sempre a Travaglio – è Il cielo, scritto di getto alzando lo sguardo nel vento di Ventotene, contro la superficialità di chi vuole sostituirsi a Dio. “Gli spermatozoi, l’unica forza, tutto ciò che hai, ma che uomo sei se non hai il cielo?”: mai scritto un verso più bello». Come dargli torto.