Referendum, Giannino: Ora tocca a noi difendere una prospettiva liberale

Pubblichiamo in anteprima la rubrica “Non sono d’accordo” di Oscar Giannino del numero 24 di Tempi, in edicola dal 16 giugno. L’autore di Chicago blog spiega perché si è speso per far prevalere le ragioni del no al referendum sull’acqua e perché ora sta a noi difendere una visione liberale, sussidiaria e antistatalista

Pubblichiamo in anteprima la rubrica “Non sono d’accordo” di Oscar Giannino del numero 24 di Tempi, che uscirà in edicola a partire da giovedì 16 giugno.

Non ho sbagliato il pronostico sul referendum, come non l’avevo sbagliato sulle amministrative. Gli evidenti segni di crisi di consenso del governo Berlusconi hanno portato prima alla sconfitta in città simbolo come Milano, Napoli, Trieste e via continuando, e ora hanno riportato dopo 26 anni il quorum referendario di molto oltre il 50 per cento. Non aver capito che da mesi questa era l’aria che tirava nel paese, oppure – ciò che è peggio – averlo capito ma non esser riusciti ad articolare un minimo di reazione politica, è il segno conclamato di una gravissima crisi del centrodestra e innanzitutto del suo leader. Per conto mio, mi riesce assai difficile oggi immaginare atti politici di portata tale da invertire il segno.

Di fatto, Berlusconi è politicamente ferito gravemente perché privo di reazione, e al suo fianco la sinistra di governo è politicamente sconfitta. Il principio delle gare di evidenza pubblica nell’affidamento dei servizi locali (il primo quesito sull’acqua indebitamente e vergognosamente gabellato per privatizzazione) è entrato nella legislazione e nel dibattito italiano grazie ai riformisti del Pd, fin dai tempi di Napolitano ministro dell’Interno, poi con Prodi. Ma il Pd su questo (come sul ripensamento in materia di no al nucleare che aveva avviato in primis lo stesso Bersani) è stato letteralmente travolto. In nome del no a un Berlusconi minaccia per la democrazia e soprattutto ridotto – autoridotto, verrebbe da dire – a barzelletta di sesso-dipendenza, e alla semplificazione radicale e antagonista di ogni scelta concreta.

È vero, Berlusconi ci ha abituato a resurrezioni successive a ogni sconfitta politica. Ma questa volta la vedo dura. Non è una sconfitta come quelle del 1996 e del 2006, non è la mera riproposizione alla lunga di azioni giudiziarie intentate nei suoi confronti a raffica. Da un anno e più a questa parte, è una emorragia mai cauterizzata della sua figura personale, della sua capacità di leadership, del suo immaginario di italiano di pancia estraneo alle ingessature politiche, ma capace di portare a casa qualcosa che alla pancia degli italiani piace. Quanto alla sinistra di governo, della crisi profonda del riformismo molto mi dolgo, e temo che l’ondata radicalizzante resterà il segno predominante delle alleanze come delle scelte programmatiche, dalla patrimoniale al no a ogni forma di flessibilità di mercato del lavoro come vuole la Fiom. Quanto al Pdl, o il dibattito interno si distingue nettamente dalla crisi di Berlusconi o continuerà a vivere di luce riflessa, una luce che attualmente è quella delle prime ore di una serata estiva. Sparire del tutto davanti al paese, invece di difendere nel referendum le leggi approvate su nucleare e servizi locali, è stata una vera e propria capitolazione in termini di credibilità e capacità di interpretare gli italiani.

Hanno davvero pensato che il quorum non ci fosse. Alcuni hanno deciso di lasciare evidentemente che la crisi del berlusconismo avvenga, per poi scegliere la via politica e personale più conveniente per il futuro. La cosa non riguarda noi, però, la minoritarissima e intrepida pattuglia liberale che – al di fuori di ogni appartenenza partitica e politica, questa era la condizione alla quale ho accettato la presidenza del comitato Acqualiberatutti, dal quale i cofondatori del Pd si sono dati alla macchia nella campagna referendaria – si è battuta nei referendum per i no sul nucleare e sull’acqua, perché scelte di questo impatto economico e civile si dibattono e si assumono con serietà, non piegandosi alle semplificazioni demagogiche alle quali abbiamo assistito. 

Per il post referendum non vedo alternative all’addio al nucleare, che pagheremo tutti. Quanto ai servizi pubblici e all’acqua, una soluzione c’è: che il governo adotti la proposta di legge Bersani depositata in Parlamento, che prevede esattamente la remunerazione in tariffa degli investimenti che il referendum cassava, e sul resto dei servizi pubblici locali il testo del ddl Lanzillotta del governo Prodi, che era per la scelta generale di gare pubbliche, sia pure con qualche concessione in più alle gestioni in house, proprio come i referendari non vogliono. Almeno si riderà, a vedere il Pd che si rimangia i suoi testi.

Ma c’è un problema più generale. La visibilità ottenuta e l’esperienza maturata in questi referendum – per dire, il mio Chicago blog è diventato il punto di riferimento in poche settimane di tutti coloro che volevano controinformazione antidemagogica basata su numeri e fatti – ci devono convincere che magari nostro malgrado abbiamo un ruolo evidente. Un ruolo innanzitutto culturale (per la scelta del partito ciascuno è giudice). Il grande compito di affidare a letture e scrittura, riflessioni e confronti, la difesa più energica della prospettiva liberale: seccamente antistatalista in materia fiscale e di iniziativa economica; fortemente personalista in termini di diritto naturale, contro ogni riemergere nostalgico di collettivismo statuale; radicalmente garantista in materia giudiziaria; per la sussidiarietà dal basso contro il centralismo dirigista; per la flessibilità liberamente contrattata contro ogni ingessatura del mercato del lavoro, dei servizi e delle professioni. Tenere alta la bandiera di chi non confonde la lezione politica ed economica del Novecento e dell’ultima grande crisi con la difesa di posizioni personali.