Qui, come ai tempi del Manzoni (o di Ester)

Le foto dell’ospedale della figlia infermiera, le cronache dalla Barbagia e un saluto da un kibbutz israeliano

Cronache dalla quarantena / 7

Adesso che è arrivata “a livella”, di colpo c’è solo il Fondo Salva Stati all’orizzonte del progresso competitivo. Dov’è tutta l’intelligenza dei giusti e la sapienza dei cioccolatai che si incentravano a raccontare quanto il passato pesa e quanto invece, il domani progressivo – “ehi, siamo mica più nel medioevo!” – sarà una bella valvola di felicità? Di colpo siamo catapultati nel secolo dei Promessi Sposi, con le autorità pubbliche che prima minimizzano la peste, poi infocolano nel popolo l’idea che sia una esagerazione, infine, per viltà accettano con rassegnazione infame la caccia all’untore.

In Sardegna era cominciata così. Finalmente La Nuova Sardegna, che bontà sua ci aveva dato dentro con i “fuggiaschi” lombardi e ai primi morti i social si erano scatenati a dare generalità, indirizzo, frequentazioni delle povere vittime, si sta premurando di contrastare “questa follia di ignoranti” che considerano l’infezione, la malattia, la morte, colpa di qualcuno.

Insomma, non c’è nessuna accabadora, strega, divinità malvagia dietro il nanokiller. C’è solo la verità sbattuta in faccia della estrema contingenza della vita umana. Verità che il nanokiller ci sbatte in faccia con una violenza brutale che non si vedeva dalla febbre spagnola di inizi 900 o (ma qui c’entrano gli uomini ingoiati dall’ideologia, e gli europei in cima a tutti) la Cambogia di Pol Pot di fine secolo scorso.

Il progressista è uno a cui il passato pesa. Il sopravvissuto è uno a cui il passato manca. Il cristiano è finalmente Teresa e i suoi fratelli. Lei, appena appena laureata, mela appena caduta dall’albero, entra in ospedale di buon mattino per il primo turno da infermiera; ed è presenza in un luogo che ormai ha un solo immenso reparto e un unico genere di ospiti ammalati. I fratelli si dividono la cura della casa. Chi va a scuola in conference call, chi pulisce casa, chi riempie lavatrici su lavatrici per tenere lontano nanokiller e suoi parenti micron.

Intanto la foto che Teresa scatta e manda in rete, staglia l’ospedale incontro a una strepitosa aurora purpurea, neanche l’ospedale fosse la bella Grigna, il nobile Resegone, l’imponente Monte Rosa. Ospedale o montagna. Tutto è sacro per il cristiano. Poiché il cristiano sa, con San Paolo, che è Dio che chiama all’esistenza le cose che non esistono. Tutto è sogno. Vapore acqueo. Aria che si passa. La vita, i giornali, i matrimoni, le vacanze, le gioie, i dolori… Tutto è sogno come diceva fratello Kafka. Solo Dio è.

Questo Paolo era la magnifica lettura della liturgia della messa che don Francesco Mariani ha celebrato in totale solitudine nella parrocchia dell’omonimo Saulo di Tarso in quel di Nuoro. Dove in una magnifica omelia per la prima volta mi ha fatto pensare a Giuseppe, il papà di Gesù a cui i Vangeli non fanno dire una parola. Ma che nel silenzio è stato proprio il Padre, festa del papà, colui che sostiene la costruzione dell’umanità nei figli. Qui sta la misteriosa collaborazione tra l’umano e il divino, mistero dell’incarnazione e della consustanzialità della divina Trinità.

Nel mio piccolo, dopo che don Francesco mi ha insegnato tanto da direttore di Radio Barbagia, anch’io ho iniziato a collaborare al settimanale diocesano nuorese L’Ortobene. Giacché, l’animo e il carattere dei nuoresi, sta in fronte a loro come “o sole mio” sta in fronte a Napoli. L’Ortobene è in onore dell’imponente omonimo massiccio di granito che svetta a Oriente della città isolana. Quell’oriente dal quale, dicevano gli antichi, “verrà la salvezza”, “un bimbo è nato tra noi”. Ebbene, non è mai stato così vicino, anzi mai nessuna generazione ci è caduta dentro come noi che eravamo sicuri di essere lì lì per strappare il fuoco agli Dei e consegnare i misteri ultimi della vita a un’astronave in viaggio verso Marte, caduta dentro, dicevo, in una cronaca di Osea o un’invettiva di Geremia.

Sì, il vecchio testamento è più nuovo, più attuale, più reale, di tutte le elucubrazioni progressiste dell’Università di Harvard o del New York Times. Chiamano gli psicologi a fare cosa? A fotografare l’aria impaurita? Ma il pungiglione di Cristo, anche nella mente più desertificata, è capace di uccidere centinaia di vuoti idoli di Baal, più delle versioni moderne dell’irritante Belzebù.

Ho detto alla Terragni che, come dice Giussani, la Madonna è la certezza della nostra speranza. Lei che è una femminista ganza ma passatista insopportabile secondo le Baal della Lgbt generation dell’utero in affitto (ora rinsecchito un po’ dal nanokiller) mi aggiunge al Giuss che a Napoli dicono: “lassa fa’ a la Maronna, che del resto è Let it be”. Lei sa sempre quello che va fatto. Affidiamoci a lei. Come adesso mi arriva il saluto della nostra amica ebrea di Nazaret, Galilea, kibbutz Sasa, Angelica Livné Calò. Sono sempre più persuaso della profezia che don Giussani fece intorno all’anno 2000. Quando a Farina che lo intervistava per il giornale di Vittorio Feltri, disse, «se non viene prima la fine del mondo, tra sessanta-settant’anni cristiani ed ebrei saranno una cosa sola». Sì, perché quello che stiamo vivendo adesso è dell’ordine del libro di Ester e di quello del Deuteronomio. E tutto insieme, Ester, il Deuteronomio, l’adesso, è dell’ordine della chiamata all’esistenza che fa Dio a tutte le cose.