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Quel tu (di Isabeau) che fa rinascere l’io (di Pino) in carcere

agosto 8, 2012 Daniele Ciacci

Caduta e rinascita di Pino Foscherini, il ragazzo che voleva sopraffare la vita e invece finì in galera. «Ero oppresso dal mio futuro qui. Poi Isabeau e il suo laboratorio teatrale hanno creduto in me. E finalmente ho imparato a donarmi agli altri».

Pubblichiamo l’articolo dal numero 32-33/2012 di Tempi, in edicola da giovedì 9 agosto.

«Ora mi è chiaro quanto ho perso. Ho cercato di sopraffare la vita, la povertà e l’angoscia. Ho intravisto una felicità distorta nei soldi facili e nella malavita. Credevo che la gente mi rispettasse, ma mi temeva. Ed ero solo». Giuseppe Foscherini è cambiato. Non è più il ragazzo appena maggiorenne che ventun anni fa si affiliò a una cosca mafiosa, prese a rapinare e a minacciare, venne arrestato e adesso sta scontando la sua condanna. Giuseppe – detto Pino – c’è rinato, in prigione. «Sono stato fortunato. Mi hanno beccato quasi subito, quando non avevo ancora compiuto danni irreparabili. In carcere ho incontrato persone che mi hanno insegnato a uscire dal mio autocompiacimento. E mi hanno fatto scoprire che anche io sono buono».

Un ragazzo del Salento, tarantino, indefesso lavoratore nel negozio dei nonni. Pino cresce in una famiglia frantumata dopo la separazione dei genitori, la morte della madre e le seconde nozze del padre. «Avevo i miei grilli per la testa, ma davo sempre il cento per cento in tutto. Sia quando lavoravo, sia quando rapinavo. Avevo stabilito come dovevano andare le cose. C’è chi decide di fare un mestiere, chi indossa una divisa e chi si immischia in affari loschi. La scelta tra queste tipologie umane rappresentava la svolta per me. Ma, grazie a Dio, la vita è ben altro».

Per entrare nel carcere di Opera si passa per due blocchi di polizia penitenziaria. Un cancello nero, alte sbarre di metallo. Alla prima tappa, dopo l’ingresso, bisogna lasciare i dispositivi elettronici, i cellulari, i documenti. Nel secondo si attraversa un metal detector e si entra nel giardino principale. Nel cielo grigio di Milano si staglia la grigia struttura della casa di reclusione. Da una parte, la sezione dedicata al 41 bis, il regime di isolamento più duro, quello riservato ai mafiosi. Ma qui c’è soltanto un grande giardino, curato, contornato da alti edifici in cemento che ostacolano lo sguardo, e lo rivolgono inevitabilmente al cielo. E poi c’è Pino, quarant’anni e un figlio, del quale dal penitenziario si è riscoperto padre: «In lui rivedo me, ripercorro la mia vita e, in parte, i miei errori. Capisco la fortuna che ho avuto e gliela racconto».

Il tassello mancante
Quando una sera di vent’anni fa vennero ad arrestarlo, trovarono l’intero quartiere in subbuglio. I marescialli, che conoscevano Pino da quando era alto così, non credevano al nome scritto sul mandato. No, è un bravo ragazzo, un gran lavoratore. Non segue certi giri, non sta coi banditi. «Invece ero io – dice Pino con un sorriso amaro sulle labbra – e nessuno lo sapeva». Si era nascosto anche da suo padre. Gli disse: «Pino, non può essere vero». «I miei genitori non mi credevano capace di tanto. Si erano costruiti un “castello” mentale su chi ero, su cosa facevo, su cosa desideravo dalla vita. Me ne rendevo conto, e volevo infrangerlo».

Inizia così la lunga trafila di Pino attraverso le carceri della penisola. «Sono stato aspro. Ho fatto di tutto per lavorare contro di me e contro chi voleva aiutarmi. Mi sentivo schiacciato dall’ingiustizia, oppresso dal mio futuro in galera. Comprendevo che a questa fatica doveva seguire un passo. Ma non sapevo quale». Intanto, nel carcere di Spoleto, decide di studiare. A 29 anni arriva il diploma artistico e si prepara a un altro trasferimento, a Rossano (Cs). Qui Pino incappa in un nuovo ostacolo che segna la sua permanenza dietro le sbarre. «Mi mancava poco per uscire – racconta – ma ho fatto a botte con un secondino». Pena prolungata e biglietto del treno. Destinazione: Opera. «Se in una conversazione aggredisco fisicamente chi discute con me, non significa necessariamente che non possieda argomenti adatti a fronteggiare le sue tesi. Il più delle volte la lotta scivola dal campo della dialettica a quello delle convinzioni più intime, dove la paura di scoprirsi, di mostrare all’avversario i desideri del cuore, è insostenibile. Si offusca la mente, e resta solo da menare le mani. Invece, se ti confronti con la voglia di apprendere, hai già vinto la partita», riflette oggi Foscherini. Ma manca sempre quel tassello, quel passo. «Non era un vuoto “elastico”, che potesse essere colmato da cose diverse. Mancava l’ingranaggio a misura del cuore, che lo facesse ruotare, lo mettesse in azione». Pino inizia a frequentare i testimoni di Geova, cercando le risposte alle sue domande in un gruppo di volontari che varca i cancelli del carcere. «Sono cattolico per tradizione, non per adesione personale alla Chiesa». Ma l’esperienza con i congregati ha vita breve: «Pensavo che la fede dovesse creare pace. Lì, invece, si annusava il rancore del vittimismo». Quindi è la volta della compagnia evangelica di Fratello Roberto. Neanche questa, però, è la strada di Pino. «Qualcosa continuava a ripetermi: stai bene, ma non ti basta».

Poi, a Natale, nella casa di reclusione si tiene una recita. A organizzarla è Isabeau, cantautrice milanese che dal 2007 – spinta dall’amico Claudio Ilarietti, presidente del consorzio di cooperative sociali Ex.it – gestisce laboratori di musical per i detenuti. Una folgorazione. «Mi infilai in cella e scrissi al direttore della struttura, Giacinto Siciliano, perché mi desse il permesso per partecipare alle selezioni del prossimo spettacolo. Mi diede il via libera e mi sottoposi all’esame di Isabeau e delle sue collaboratrici, Antonella Serici e Silvia Benedini». Pino viene scelto. Non perché sappia ballare o recitare. Tanto meno cantare. «Forse sono stato accettato perché ero euforico. E lo ero perché, finalmente, potevo donarmi agli altri. Sprigionavo energia».

Una domenica di libertà al mese
La luna sulla capitale è il titolo del musical. «All’inizio è stata dura. Non sapevo fare niente, e ogni volta bisognava rimettersi in discussione. Avevo sempre paura. Ma gli insegnanti credevano in me, e sono riuscito a fiorire». Per la sceneggiatura, Isabeau lavora sulla storia personale di ogni singolo attore, cercando di creare parallelismi e analogie. «Io recitavo la parte di Richard – racconta Pino – ma sarebbe più giusto dire che io “ero” Richard». Il protagonista è un giovane spazzacamino, di famiglia povera e orfano di madre, che si reca in città per studiare. Vuole crescere. Nello svolgersi della trama incontra balordi e truffatori, ma anche una ragazza benestante che gli fa da precettrice. «Anche io sono stato salvato dall’incontro con Isabeau e, di conseguenza, da tutti gli ostacoli che ho dovuto superare per raggiungere questo momento». Nel 2011, finalmente, il musical esce allo scoperto. Sul palco dell’Arcimboldi di Milano, i teatranti imbandiscono lo show e raccolgono fondi per i terremotati abruzzesi. «Ho abbassato le mura che limitavano il mio rapporto con gli altri. Soltanto allora sono iniziate le scoperte e le ferite comuni di un rapporto vissuto integralmente. La stessa esperienza si prova sul palco». Poi c’è la fatica: «Dopo la rappresentazione ero così stanco che ho dovuto rimandare un’intervista con Italia 1».

Grazie al rapporto con Isabeau, Pino scopre la tessera mancante che lo rendeva inquieto e riesce a completare lo strano mosaico del suo cuore. Si converte al buddismo e inizia a frequentare un bonzo. «Tra le immagini care al buddismo c’è quella della “torre preziosa”. Alta, d’avorio, fregiata di gemme. Rappresenta lo spirito, l’umanità di ognuno di noi. Mi ha colpito perché io, da piccolo, mi pensavo come un faro solitario che illumina le coste e il mare. Era uno sbaglio. Io non sono arrivato da nessuna parte. Sono sempre inquieto. Prima di essere un faro, devo ricostruirmi dalle fondamenta. L’oro, i marmi e le perle si aggiungono poi, quando le basi sono salde e la struttura regge. La torre diventa più alta e più bella quanto più accolgo la mia umanità». Il cambiamento di Pino è palese. Anche il direttore del carcere se ne accorge, tanto che spinge perché il magistrato di sorveglianza conceda al salentino un fine settimana al mese di libertà, con l’obbligo di non uscire dai confini comunali. Pino ne approfitta: va in piscina, segue la sua guida spirituale, si beve un caffè al bar. Quando può, incontra il figlio e il nipote di due anni. «A lui dicevo sempre: hai tempo per crescere, non ti ansiare, stai calmo che la vita va avanti. Invece sbagliavo. Bisogna dare il giusto valore al presente. È quello il “momento” che costituisce la vita. Non il passato e neanche il futuro».
Tra quattro anni Pino potrà ricongiungersi ai parenti. «Vorrei restare a Milano, trovare lavoro e tirar su famiglia».

Quella signora infelice
A Pino piace un bar, a Porta Genova, nell’ovest milanese dove s’affaccia il Naviglio. Si è legato ai gestori, alla loro figlia Emily e agli avventori che entrano, sostano, quindi si rifanno inghiottire dal tran tran della metropoli. Invece Pino ha tempo e resta lì. Chiacchiera senza freni con chi gli capita a tiro. Magari è importuno, ma non gli importa. Rischia. Un giorno attacca bottone con una donna torinese di sessant’anni. È triste. La figlia, che lavora a Milano, ha studiato per fare la giornalista, ma si ritrova in tutt’altre faccende affaccendata. «Mi diceva: “La felicità è un’illusione. Mia figlia fa un mestiere che non le piace, è insoddisfatta”. Io la capivo, perché spesso mi sento come lei, ma le ho risposto che tra di noi c’è una sola differenza». Quale? «Che io ho incontrato Isabeau e la fede. Così sono diventato un’altra persona».

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