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Quanto ci costano le sanzioni alla Russia in termini di Grana (Padano)

luglio 15, 2016 Elisabetta Longo

Intervista a Stefano Berni, direttore del Consorzio Tutela del formaggio dop: «Quando è arrivato l’embargo avevamo 50 mila forme pronte per il mercato russo»

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Da agosto 2014 in Russia non è più entrata una forma di Grana Padano. Colpa della guerra commerciale tra Europa e Russia, scatenata dalle sanzioni imposte a Vladimir Putin da Bruxelles per la crisi ucraina. A quanto deciso dal presidente russo stesso, il divieto di importazioni di prodotti europei verrà prolungato fino a 31 dicembre 2017. Se le sanzioni europee saranno confermate, anche l’embargo potrebbe proseguire ulteriormente. Tra chi ci rimetterà di più figurano anche molti produttori agricoli e alimentari italiani, che da tempo erano presenti sui mercati e sulle tavole russe. Lo scorso 30 giugno Coldiretti ha organizzato a Verona una manifestazione contro le sanzioni a Putin che ha riunito secondo i giornali oltre 10 mila coltivatori e allevatori. L’associazione stima che a causa dell’embargo il settore ha perso 600 milioni di euro l’anno, e proprio in un momento in cui il mercato russo cominciava a essere molto interessante per il “made in Italy”. Conferma tutto in questa intervista a tempi.it il direttore del Consorzio Grana Padano, Stefano Berni.

Agosto 2014, arriva l’embargo. Che tipo di mercato avevate davanti in quel momento?
Stavamo per esportare 50 mila forme di Grana Padano. Ogni forma vale circa 400 euro, una volta esportata all’estero raggiunge un valore di circa mille euro. Così può calcolare che razza di perdita hanno subìto i nostri produttori. Per di più, moltissime forme sono state prodotte appositamente per il mercato russo, proprio in previsione di un boom di vendite. Invece sono rimaste nei magazzini e il loro valore si è abbattuto, come sempre accade con l’offerta in eccesso. Poi, per fortuna, almeno in parte sono state ridestinate ad altri mercati in cui la presenza del Grana Padano è importante, per esempio Stati Uniti e Canada, o in mercati emergenti come la Scandinavia e i Paesi del Nord.

Quindi i russi, rimasti senza Grana Padano, si sono organizzati per cominciare a produrre alternative. Di un prodotto inimitabile.
Da una decina d’anni stavamo accelerando sul mercato russo, con eventi promozionali, incontri e degustazioni. Finalmente stavamo ricevendo risposte positive, sulle tavole russe il Grana Padano cominciava a farsi largo con decisione. Quando l’Unione Europea ha deciso di sanzionare la Russia, avevamo registrato un fatturato doppio rispetto all’anno precedente. Stavamo per chiudere un accordo importante che avrebbe assicurato la nostra presenza sulla linea ad alta velocità Mosca-San Pietroburgo. È sfumato il lavoro di anni. Ma non ci siamo arresi: sappiamo che se si dovesse riaprire il mercato, grazie a questo impegno, riusciremmo ad affermarci con più facilità di prima, perché ormai i russi conoscono il prodotto.

Su quali mercati state puntando adesso, in attesa di tornare in Russia?
Le esportazioni negli ultimi anni sono aumentate del 50 per cento. La Germania è un paese in cui siamo molto forti, oserei dire che i tedeschi ci amano tanto quanto gli italiani. Stiamo andando bene anche negli Stati Uniti e in Canada, mentre ci stiamo impegnando nei mercati orientali. Da quelle parti la questione è un po’ più complessa, la cucina è molto diversa dalla nostra, ma comunque anche lì il Grana Padano potrebbe trovare il suo ruolo. Diciamo che i giapponesi sembrano abbastanza interessati, il palato cinese invece è meno pronto.

Il Grana Padano, come tanti altri prodotti made in Italy, è molto imitato nel mondo. Questo è solo un danno o può trasformarsi in un vantaggio almeno in termini di popolarità?
Il nostro prodotto non è un bullone, ogni singola forma ha una sua storia, una forma proveniente da Soresina sarà diversa in sfumature di sapore da una proveniente dal Veneto. Ci sono chef stellati che utilizzano esclusivamente il Grana di una certa zona e di una certa stagionatura, proprio perché non è un bullone, è materia viva, che racconta il territorio in cui è prodotto. Teniamo viva la ricetta tramandataci dai monaci cistercensi mille anni fa, e ad essa aggiungiamo standard elevati di sicurezza e tracciabilità dati dalla portata industriale.

Basta la dicitura dop (denominazione di origine protetta) per differenziare il Grana Padano dalla concorrenza? Anche all’estero?
Purtroppo all’estero il marchio dop, che è una dicitura europea, non viene adeguatamente difeso. Cioè se un’azienda di un paese non appartenente all’Unione Europea decide di fare un prodotto più o meno simile, che richiami l’originale fin nel nome, non è sanzionabile. In Turchia per esempio c’è il Rami Padano (“rami” in turco significa “grana”). Il marchio dop impone un disciplinare rigido a livello di ricetta e metodologia, ma al tempo stesso tutela il lavoro del produttore e il consumatore che acquista la forma. Per fare un chilo di Grana Padano servono 15 litri di latte, ogni forma pesa 38 chili. Con tutte le bottiglie di latte che utilizziamo ogni anno riusciremmo a coprire l’intera circonferenza della Terra. Ma per il momento non siamo ancora riusciti a tornare in Russia.

Foto Ansa

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