Quando Raggi diceva: «Iniziamo a cacciare gli indagati?»

Il sindaco di Roma raggiunta da un avviso di garanzia. Cosa dovrebbe fare se applicasse a sé quel che pretendeva dagli avversari politici?

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Il sindaco di Roma Virginia Raggi ha scritto su Facebook di aver ricevuto «un invito a comparire dalla Procura di Roma nell’ambito della vicenda relativa alla nomina di Renato Marra». Secondo i giornali è indagata. Il primo cittadino capitolino ha anche annunciato di aver «informato Beppe Grillo e adempiuto al dovere di informazione previsto dal Codice di comportamento del MoVimento 5 Stelle».

CODICE ETICO. Essendo il provvedimento nell’aria da tempo, si può parlare di “non notizia” (mentre rimane una notizia che il sindaco di una città risponda prima al suo referente politico e poi ai cittadini). Ora risulta più chiara l’interpretazione di quel codice di comportamento che, a inizio anno, Beppe Grillo aveva fatto votare sul blog. Ma queste sono tutte cose note, di cui già s’è discusso e che rendono solo più lampante la palese incongruenza tra grillismo di lotta e grillismo di governo.

«PER ABUSO D’UFFICIO SI’». Una contraddizione fatta notare ieri sera a Linea Notte su Rai 3 dal professore Giovanni Orsina, docente di Storia contemporanea alla Luiss di Roma, durante un confronto col fondatore del Fatto quotidiano Antonio Padellaro. Al giornalista che, dopo aver ammesso i «gravi errori» di Raggi, tendeva a minimizzare le accuse (abuso d’ufficio e falso in atto pubblico), Orsina ribatteva di essere d’accordo con un’interpretazione massimamente garantista dell’accaduto, ma la tempo stesso di non poter non notare la profonda spaccatura tra le parole del M5S quando si tratta di raccogliere voti e quando si tratta di governare. Sia sufficiente ricordare la risposta di Luigi Di Maio alla Stampa: «”Basta essere indagato per non potersi più candidare?”. Dipende dal tipo di reato. Se sei indagato per abuso d’ufficio sì».

«SIAMO INCORRUTTIBILI». Per restare a Virginia Raggi. Era lei che attaccava il piddino Matteo Orfini ricordandogli su twitter che i «partiti devono rispettare requisiti: iniziamo a cacciare indagati e condannati?». Era sempre lei a pretendere coerenza dal fu pentastellato sindaco di Parma Federico Pizzarotti quando, indagato per abuso di ufficio, «non avrebbe dovuto nascondere l’avviso ai suoi concittadini, pretendiamo trasparenza e legalità». Era sempre lei a rimbrottare il ministro Maria Elena Boschi sui condannati e indagati presenti nel Pd: «I partiti si sono accorti di quanto sia importante fare le liste pulite, noi lo facciamo da sempre. Forse dovrebbero fare un po’ di pulizia non solo su chi deve entrare ma anche dentro». Era lei, ai tempi delle vicende che hanno coinvolto il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, a definire in due parole il crisma dei portavoce pentastellati: «Siamo incorruttibili».

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