Tentar (un giudizio) non nuoce

Quando l’odio diventa linguaggio pubblico

Di Raffaele Cattaneo
27 Settembre 2025
Senza la consapevolezza del limite, senza la pratica quotidiana del rispetto, la società diventa una giungla e i più fragili ne pagano il prezzo.
Manifestanti a Milano lanciano un secchio e oggetti contro la polizia durante una protesta. Un manifestante, in primo piano al centro, salta per lanciare un bidone della spazzatura verso la polizia, visibile in lontananza. Altri due manifestanti sono visibili, uno in primo piano a sinistra e un altro a destra, che alza il pugno in aria. La strada è bagnata e disseminata di detriti. In lontananza, si vedono veicoli della polizia e agenti in tenuta antisommossa (foto Ansa)
Scontri alla stazione Centrale di Milano durante la manifestazione per Gaza, 22 settembre 2025 (foto Ansa)

In questi giorni dibattiti, cronache e piazze sembrano avere un filo rosso comune, un ritorno sottile ma pericoloso alla forza come metodo politico. Non mi riferisco soltanto all’azione dichiarata di Hamas o a quella di Netanyahu, o se volete di Putin o di Trump, ma a ciò che accade qui, quando l’aggressività diventa un linguaggio che contamina la vita pubblica. È come se Hamas, Netanyahu e gli altri simili avessero già vinto, perché al di là di come finirà il conflitto tra loro hanno reso normale, in ogni latitudine, l’idea che per sostenere le proprie posizioni sia legittimo sopraffare l’avversario, ridurre al silenzio chi non la pensa allo stesso modo.

Ho visto questa dinamica a Milano, al termine della manifestazione pro-Palestina, quando alcuni facinorosi hanno assaltato, con comportamenti violenti e criminali, l’atrio della Stazione Centrale. L’ho rivista, con altre forme ma identica logica, nella seduta del Consiglio regionale lombardo: un dibattito improvvisato, urlato, degenerato fino all’occupazione della presidenza dell’Aula e alle espulsioni, non solo per la Palestina, ma persino a causa di una proposta sulla caccia che ha acceso passioni viscerali. Non sono gli episodi in sé che mi interessano, ma il clima che rivelano. Un clima che legittima l’arroganza, che trasforma la sopraffazione in strumento politico, che ci abitua a pensare che la democrazia sia solo forza di numeri o capacità di gridare più forte.

Trump e la vedova Kirk

Eppure, la democrazia è l’opposto. È, come ricordava di recente Angelo Panebianco sul Corriere citando Montesquieu, un “regime moderato”. Non significa debolezza, ma un sistema che vive grazie all’autocontrollo e al rispetto reciproco. Senza questa temperanza la democrazia arranca e lascia spazio al fanatismo. La storia ci offre troppe prove di cosa accade quando la polarizzazione prende il sopravvento. Gli anni Settanta in Italia, con il terrorismo che ha insanguinato il Paese. La dissoluzione della Jugoslavia, con la politica ridotta a guerra di identità e poi di armi. Oggi assistiamo a un clima che non ha ancora quei tratti estremi, ma che rischia di imboccare la stessa strada. Un’ostilità quotidiana, un odio diffuso che non ha bisogno di teorie per legittimarsi perché si insinua nei gesti, nelle parole, nelle prassi.

Colpisce per esempio la distanza fra la voce della moglie di Charlie Kirk, che al funerale del marito ha dichiarato di aver perdonato l’assassino e quella di Donald Trump che nello stesso luogo, davanti a quelle stesse lacrime, ha rivendicato con orgoglio l’odio verso i nemici. Da una parte la testimonianza di chi riconosce che la vita si misura nel rispetto della persona anche quando si subisce il male più ingiusto. Dall’altra un leader politico che trasforma il rancore in valore pubblico, in strumento di consenso. In quel contrasto c’è tutta la sfida di questo tempo: se la politica sarà ancora lo spazio della parola che educa, o diventerà la legittimazione del disprezzo.

L’aumento dei suicidi

Occorre allora una resistenza culturale. Non è retorica, è un’urgenza civile. Significa opporsi al riflesso dell’ira con la forza della ragione. Significa ricordare che la civiltà non si misura dal diritto del più forte ma dalla capacità di proteggere il più debole. Significa scegliere il confronto al posto della sopraffazione. La storia ci insegna che ogni volta che il potere perde il senso del limite si apre la strada alla barbarie. Noi oggi dobbiamo ricordarlo in un tempo in cui la brutalità si traveste da spontaneità o da rivolta giusta.

Questa resistenza è tanto più urgente se guardiamo ai nostri giovani. In Lombardia i tentativi di suicidio tra gli adolescenti sono triplicati negli ultimi cinque anni. Dietro questo dato c’è un clima sotterraneo che non sempre esplode nelle piazze ma che abita i corridoi delle scuole, le chat, le relazioni familiari. È come una miscela di benzina pronta a incendiarsi, a volte contro gli altri, a volte contro se stessi. Educare alla moderazione non è un lusso per intellettuali, è una necessità vitale. Senza la consapevolezza del limite, senza la pratica quotidiana del rispetto, la società diventa una giungla e i più fragili ne pagano il prezzo.

Ecco perché credo che oggi il compito della politica sia innanzitutto pedagogico. Non serve moltiplicare gli slogan, serve testimoniare con la parola e con il comportamento che l’avversario non è un nemico, che il conflitto non è guerra civile, che la democrazia è possibile solo se ciascuno si autolimita per riconoscere l’altro. È questa la vera differenza tra una civiltà e la legge della giungla, non il dominio dei forti ma la costruzione di una forza comune. Se sapremo ritrovare questo livello più alto, allora non sarà Hamas o Netanyahu ad aver vinto, non sarà l’odio a dettare l’agenda. Sarà la nostra civiltà a mostrare di essere ancora viva.

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