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La preghiera del mattino di Lodovico Festa

Quali sono le ragione delle fatiche industriali italiane

Di Lodovico Festa
28 Novembre 2025
Il caso Ilva, l'ideologismo ambientale, le iniziative della magistratura. Non è tutta colpa del governo Meloni. Rassegna ragionata dal web

Su Strisciarossa Riccardo Gianola scrive:

«Da Torino, Genova, Taranto, storiche città dell’Italia industriale, emergono i segni di una disgregazione produttiva, si lascia morire un tessuto economico che dovrebbe essere salvaguardato, sostenuto, rilanciato. Se il nostro paese “cresce” dello zero virgola ci sarà pure qualche relazione con l’industria in agonia, con l’insipienza del governo Meloni che vara una finanziaria “senza sviluppo” per usare i termini di Confindustria. Dalle fabbriche dell’ex Ilva occupate e in sciopero sale l’allarme di lavoratori lasciati soli. Quel che rimane dell’ex Ilva, è senza pace, senza padroni, abbandonata da un governo incapace di attirare imprese, di formare cordate, di proporre una strategia industriale. Niente, siamo al solito teatrino delle convocazioni ministeriali dove i tavoli sono vuoti di piani, mentre il governo della destra, rispondendo a vecchi indecenti istinti, tenta pure di dividere gli operai del Nord da quelli del Sud proponendo tavoli tecnici separati. Che il ministro delle imprese e del Made in Italy Adolfo Urso non sappia cosa fare lo si è capito nei giorni scorsi con la bozza del decreto-legge che contiene “misure urgenti per assicurare la prosecuzione delle attività produttive”. Il testo prevede che Acciaierie d’Italia possa “utilizzare i 108 milioni residui del finanziamento ponte fino a febbraio 2026”, quando dovrebbe terminare la gara per il passaggio di proprietà degli impianti. Il governo aggiunge 20 milioni per la cassa integrazione, che quindi per il 75% del trattamento sarà a carico dello stato e non più dell’azienda e sono previsti fondi per la formazione di 1.550 operai. I sindacati hanno fatto due conti e hanno compreso che il governo senza idee e strategie vuole mettere 6000 operai in cassa integrazione. E poi? Non si sa».

Le osservazioni di Gianola sulla scarsa incisività del ministero dell’Industria su tanti fronti e in particolare sulla siderurgia non mi paiono del tutto infondate, ma trascurano il fatto che le principali difficoltà di iniziativa del governo Meloni sono condizionate dalle scelte della sinistra nella Seconda repubblica che hanno determinato un ambiente industrialmente degradato non semplice da risanare. Per esempio ha ragione Carlo Calenda quando ricorda come la Cgil e la sinistra non abbiano quasi mai sottolineato la catastrofica politica della famiglia ElkannAgnelli sulla Fiat, totalmente protetta dalla proprietà di una Repubblica che di fatto ha suggerito (senza neanche doverlo chiedere) di chiudere la bocca sulle vicende torinesi alla gran parte dei sindacalisti e politici progressisti.

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Sul Sussidiario Angelo Colombini scrive:

«Le organizzazioni sindacali hanno evidenziato che con questa accelerazione l’impatto sui lavoratori sarà molto pesante. Di fatto con gli impianti fermi a Taranto resteranno al lavoro solo 2.300 addetti, ponendo un ennesimo problema sociale, anche se la cassa integrazione straordinaria sarà accompagnata da un’integrazione economica. Durante il vertice il ministro Urso ha confermato ai sindacati il potenziale interesse di tre investitori sul gruppo siderurgico italiano. Ha citato ancora il gruppo azero Baku Steel, che sarebbe pronto a rientrare in gioco, oltre ai due fondi di investimento americani, Flack Group e Bedrock industries che a settembre avevano fatto offerte ridicole per gli asset e limitandosi al solo riconoscimento del valore del magazzino e svelando anche una trattativa coperta da riserbo. […] Alcuni quotidiani hanno riferito del possibile coinvolgimento di Giovanni Arvedi “il cavaliere italiano dell’acciaio”, che potrebbe scendere in campo al fianco di uno dei due fondi. Il gruppo Arvedi oggi produce quattro milioni di tonnellate di acciaio all’anno. L’altro soggetto, come riferito dal quotidiano della Confindustria, è un player straniero, con profilo industriale “la Qatar Steel, compagnia siderurgica qatarina, industrialmente piccola, ma ben provvista di liquidità”, che però non avrebbe presentato alcuna manifestazione di interesse. […] I sindacati unitariamente, uscendo dall’incontro con il Governo hanno chiesto chiarezza sul rilancio e sulla necessità di un intervento diretto dello Stato e hanno formulato un giudizio negativo: “È stato presentato un piano di chiusura. Ci sono migliaia di lavoratori e lavoratrici che finiscono in cassa integrazione e non c’è un piano finanziario al rilancio e alla decarbonizzazione; quindi, andremo dai lavoratori a spiegare che la scelta del Governo la contrasteremo con tutti gli strumenti possibili”».

Non si possono non condividere diverse osservazioni dei sindacati sulla iniziativa governativa sul caso Ilva, sicuramente troppo dilatata nei tempi. Ma anche in questo caso non si può non considerare i fattori che hanno intralciato le scelte governative sulla siderurgia nazionale, tra queste: la supina accettazione da parte della sinistra dello strabordare di un potere di settori della magistratura che ha ostacolato via via le scelte più razionali per l’impianto di Taranto, una concezione della difesa di beni sacrosanti come la salute e l’ambiente che in Europa, a Taranto e in Puglia si è trasformata in un ideologismo fanatico capace di diventare un terribile potere di blocco delle decisioni (soprattutto se alleato allo strabordare dei poteri di settori della magistratura), incapace di comprendere come solo l’alleanza tra natura e tecnologia possa risolvere le questioni che la storia ha messo di fronte all’umanità. Infine vi è stata anche un’alleanza di ampi settori della sinistra con influenti ambienti confindustriali che preferivano bloccare certe decisioni piuttosto che dare troppo spazio a imprenditori come quelli che guidano il gruppo Arvedi, non sufficientemente inseriti nell’establishment nazionale.

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Su Agenzia Nova news si scrive:

«Il Consiglio di amministrazione di Mediobanca ha nominato Vittorio Umberto Grilli presidente e Alessandro Melzi d’Eril Amministratore delegato. “Sono emozionato e onorato di poter assumere questa carica in un gruppo che è al centro del sistema finanziario del nostro Paese da decenni, grazie alla indiscussa qualità e dedizione delle persone che ci lavorano”, ha dichiarato Melzi d’Eril. “Da oggi iniziamo a scrivere insieme un nuovo capitolo della storia della Banca. Sono certo che sarà ricco di importanti successi grazie al contributo di tutti noi. Spero di poter salutare personalmente una buona parte di voi quanto prima”, ha aggiunto».

Non va infine trascurato quanto abbia pesato lo svuotamento del ruolo strategico di Mediobanca voluto per vari – peraltro disastrosi – giochi di potere verso la fine degli anni Novanta del Novecento dalla Fiat d’intesa con quell’area della sinistra cattolica (politica e bancaria) che ha come punto di riferimento Romano Prodi. E va considerato quanto questo attacco alla banca allora in via Filodrammatici, abbia colpito al cuore i processi di capitalizzazione della grande industria italiana. Se si considera le grandi imprese, circa un trentina, in cui la banca di Enrico Cuccia aveva una relativamente significativa partecipazione negli anni Ottanta, di queste quelle ancora attive o di proprietà italiana sono poco più di un paio.

Forse oggi banchieri consapevoli degli interessi nazionali e imprenditori che vorrebbero un ritorno di una finanza capace di affiancare scelte industriali strategiche fanno intravedere un possibile futuro migliore per Piazzetta Cuccia. Naturalmente se lo permetterà quel ritorno di protagonismo di pm che tra Eni e urbanistica milanese, tra Tod’s e aggiotaggio per Mediobanca sembrano voler tornare al 1992 quando il Palazzo di Giustizia di Porta Vittoria dette il suo contributo decisivo a sfasciare l’Italia.

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Su Affari italiani Maddalena Camera scrive:

«È cresciuto di oltre 100 miliardi di euro il valore delle nove partecipate (direttamente o indirettamente) del Ministero del Tesoro (Mef) che sono Enel, Eni, Leonardo, Fincantieri, Montepaschi, StMicrolectronics, Poste, Terna e Tim. E dunque il Ministero dell’economia, guidato da Giancarlo Giorgetti, ha visto il valore del suo portafoglio incrementarsi del 75% a 271 miliardi di euro. A questo si aggiungono i dividendi per oltre 31 miliardi di euro, molto meglio di quanto fatto nello stesso periodo dal totale delle società quotate a Piazza Affari».

Per fortuna dell’Italia agli inizi degli anni Duemila Giulio Tremonti e Giuseppe Guzzetti hanno trovato un accordo per dare un ruolo industrialmente strategico (anche se oggettivamente limitato) alla Cassa Depositi e Prestiti, mossa che oggi consente ad alcuni grandi gruppi ancora controllati dello Stato di essere protagonisti dell’economia italiana e globale. Ma le strampalate privatizzazioni messe in atto da Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi, non ascoltando i consigli di quel geniale giurista che è stato Giuseppe Guarino e che proponeva una via thatcheriana nelle dismissioni delle industrie e della finanza di Stato, cioè una holding che non vendesse senza un piano strategico le proprietà dello Stato, segnano ancora oggi negativamente il panorama economico nazionale. Dunque non mancano di ragioni le osservazioni di Gianola ma sono comunque esorbitanti le difficoltà poste da trent’anni di egemonia della sinistra (decisiva spesso – via settori della magistratura, lobby industriali e influenze franco-tedesche e non di rado anche dell’anglosfera – anche quando governava Silvio Berlusconi). Certamente in questo contesto uno dei limiti principali delle forze del centro-destra oggi alla guida del governo, è di non saper organizzare un’argomentata discussione pubblica sui problemi dell’industria nel corso della storia della Seconda repubblica: senza aver una precisa idea di quel che è avvenuto nel passato, non è poi facile superarne i limiti essenziali.

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