A Pyongyang non possono vivere né in pace, né in guerra

Cartolina da Seul

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Continua in questi giorni la politica di provocazioni della Corea del Nord, che il 15 giugno scorso è riuscita finalmente a farsi affondare una nave che si era introdotta furtivamente in acque sudcoreane, ultimo episodio di una serie di atti aggressivi che su queste pagine abbiamo raccontato. Tale politica non è frutto di un’insensata cattiveria da “Impero del Male” in miniatura, ma di una logica perfettamente coerente e molto inquietante.

Nelle condizioni attuali, infatti, la Corea del Nord non può permettersi né la pace, né la guerra. Non può fare la guerra perché il suo pletorico esercito, anche se potrebbe imporsi come efficace forza d’urto iniziale in un conflitto, difficilmente sopravviverebbe a una guerra moderna come quella che gli Usa e i loro alleati sarebbero in grado di sviluppare. Non può fare la pace perché non resisterebbe alla pressione interna del collasso economico che l’ha portata al di sotto della soglia di sussistenza. Dai resoconti di coloro che sono riusciti a fuggire si apprende che il governo è ormai isolato, che gran parte della popolazione è ridotta a mangiare cortecce (nel migliore dei casi) e che gli aiuti internazionali vengono sistematicamente dirottati per il mantenimento dell’esercito e dell’apparato politico. Il lavoro è solo un ricordo e molta gente non ha neppure più la forza di uscire di casa, se non per cercare di raccattare qualcosa per campare ancora un’altra giornata.

Insomma, che sia per esplosione o per implosione, il collasso del più puro sistema politico stalinista del pianeta è una possibilità tutt’altro che remota. Appunto per scongiurare questo rischio il presidente Kim Jong Il e compagni sono costretti ad una politica da equilibristi fondata sulle virtù di uno stato di tensione costante soprattutto verso l’esterno. Pyongyang mette continuamente in pericolo lo status quo proprio per salvarlo. Sembra un paradosso, ma proprio ventilando minacce di guerra la Corea del Nord incassa gli aiuti economici e finanziari dall’estero che mantengono in vita l’esercito e il Partito, e si assicura che Corea del Sud, Usa e Giappone adottino una politica soft nei suoi confronti. Così si può tirare avanti per un altro po’, finché dura o finché una guerra non finisce per scoppiare veramente.

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