Primavere italiche. Le parole che Mattarella non ha pronunciato sull’Altare della Patria

Sulle smutandate che l’8 marzo avrebbero profanato il Vittoriano tace la Difesa, tace il Viminale, tace il prefetto. E la politica? Silenzio, a parte l’interrogazione di Gasparri

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Non insisteremo oltre nel chiedere spiegazioni alle istituzioni competenti sulle smutandate che l’8 marzo scorso avrebbero profanato l’Altare della Patria desnuda (vedi la precedente copertina di Tempi). Tace la Difesa, tace il Viminale, tace il prefetto di Roma. E la politica? Silenzio, a parte la generosa interrogazione parlamentare avanzata dal senatore Maurizio Gasparri.

Ci limitiamo a notare come nove giorni dopo, 17 marzo, il 156esimo anniversario dell’Unità d’Italia sia trascorso placido e pigro con il solito galà quirinalizio (fanfara e cavalli e corazzieri in gran parata) e con il presidente della Repubblica impegnato a deporre la corona di prammatica proprio al Vittoriano. Come se niente fosse accaduto.

In età antica, a un atto di empietà come il vilipendio del Vittoriano occorreva riparare mediante un rito espiatorio che i Romani chiamavano piaculum. Noi contribuiremo al rito prestando al capo dello Stato poche ma sentite parole con le quali avrebbe potuto lustrare l’Altare della Patria. Eccole:

«Il nostro è il mese del buon Padre Marte e porta con orgoglio il suo nome marziale, perché ne sostiene le ardue fatiche e puntualmente, senza remore e freno, ma anche senza discingere mai la spada. Entra la stagione del grande cambiamento, intenso e impetuoso. Occorre rimuovere, spostare la mole invernale, la stagione dell’irrigidimento terrestre, l’intransigenza del gelo. Disgelare. Sono le fatiche di Marzo! E, nel contempo, iniziano anche le fatiche del guerriero, le Moles Martis… E c’è fatica più ardua dell’essere all’altezza degli avi nostri? Sto parlando di coloro che – anime antiche – seppero riunire l’Italia dispersa e poi fecero del Piave un baluardo di Vittoria nella Grande Guerra. Rileggete i versi di Luigi Valli: “Sul rombo feroce infinito, sugli ululi lunghi/ sul fuoco lo scoppio e lo schianto/ pareva che un canto/ ruggisse più fiero: Va’ fuori, va’ fuori d’Italia,/ va’ fuori, va’ fuori straniero!”

Lasciate che riecheggi ancora, qui, sul Colle Capitolino, il carme di Fausto Salvatori: “Ghirlande di lauro fiorite/ sui clivi del gran Campidoglio:/ o Roma, con fulgido orgoglio/ t’offriamo le giovani vite./ O Roma, speranza ridesta/ nel sole tra mille bandiere,/ noi siamo le giovani schiere/ custodi del fuoco di Vesta”».

Quale fanfara, fra i poeti primonovecento! Però di buon conio: a parità di retorica mi terrei stretta quest’inattualità piuttosto che celebrare, con il travolgente eloquio di Mattarella, lo «sviluppo solido, equo e sostenibile» del nostro «paese fondatore dell’Unione Europea». Scendendo infine di tono, virando al semplice, gli smemorati retori contemporanei farebbero bene a conoscere un’altra gioia d’occasione: Primavere italiche. È una fiaba per fanciulli scritta da Olga Visentini all’indomani di Vittorio Veneto; racconta la vicenda di tre classi d’età, tre generazioni d’una stessa famiglia in armi per la Patria. Un nonno, un padre, un figlio immolato (detto il “Giovane Marte”): tutti splendidamente racchiusi in una sola frase con la quale lo zio Naldo conclude una sua lettera dal fronte: «Viviamo di Primavera, e ci sentiamo tutti un po’ poeti, ma un solo poema ci sgorga da le labbra – Viva l’Italia – Vi saluto».

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