La preside di Caivano, pasionaria dell’educazione
«Una mattina sto attraversando i viali del Parco Verde quando sento una donna chiamarmi dalla finestra: “Preside, ma che ci fate qua? Venite a prendervi un caffè”. Io rispondo: “Ma tua figlia non è venuta a scuola”. E quella allarga le braccia: “Non si è voluta svegliare”. “Apri un po’ – le dico -, salgo sopra”». Così Eugenia Carfora è diventata la “preside del caffè”: non servito nei salotti dei colletti bianchi, ma bevuto nelle case dove la scuola è un lusso e la sveglia del mattino un’impresa. Era il 2018: all’Istituto “Francesco Morano” di Caivano c’erano 719 iscritti ma solo 380 frequentanti. Oggi gli iscritti sono 800 e in aula ci sono quasi tutti.
Al Meeting di Rimini, invitata a raccontare la sua esperienza nell’incontro “I rischi educativi” promosso da Tracce insieme a Paolo Valentini, coordinatore didattico dei licei della Fondazione Karis (Rimini) e a Franco Nembrini (docente che non ha bisogno di presentazioni, ma qui trovate tutto), la Carfora ha dato la sveglia al pubblico, colleghi, ragazzi e insegnanti che numerosissimi hanno partecipato. Non è un’educatrice da manuale, ma una dirigente scolastica che ha scelto la guerra vera. «Io mi occupavo di immigrati, il concorso da dirigente l’avevo fatto per scherzo, su suggerimento del Provveditore che mi vedeva tosta: “Porterai brio a scuola”. Mio marito lo sapeva già: non avrei scelto la più ambita, anzi».
Caivano, dallo spaccio alla palestra di vita
La scena è da serie Netflix: il primo istituto che adocchiò era una “non scuola”, tra materassi, caos e improvvisati guardiani che la indirizzavano a “mio fratello” per ottenere qualunque cosa. Alla fine vinse una scuola sgarrupata, scelta «perché c’era da rimboccarsi le maniche». La sua carriera di preside cominciò con secchio e spazzolone. «All’inizio tutti mi accettarono con entusiasmo: facevo le pulizie. Poi, rimessa in sesto la scuola, mi accorsi che una scuola bella ma vuota era un problema».
Prima ancora di andare a riprendere i ragazzi a casa, impose ai docenti una disciplina ferrea: «Non esiste l’ora di matematica dalle 13 alle 14 per avere il sabato libero. Mi davano della matta. Non volevo dare l’esempio: volevo risolvere un problema». Da lì è cominciata la cronaca, quella vera, che ha portato la “preside coraggio” sulle prime pagine: la donna che ha fatto irruzione nel Parco Verde, ribattezzato “la più grande piazza di spaccio d’Europa”, e che ospitava le due cuginette vittime di abusi. «Oggi da quelle rovine è nata una palestra di vita».
Insegnare è una vocazione, non un ordine
Carfora non ha mai aspettato i ragazzi in classe: li va a prendere per strada, bussando alle porte. Ha costruito una rete di aziende disposte ad assumere ogni anno una decina dei suoi studenti e convinto famiglie più abbienti ad “adottare” i più promettenti per sostenerli fino all’università. È la stessa tenacia con cui ha riconquistato i locali della scuola occupati dai clan di cui raccontarono spesso i giornali: un giorno, per impedirle l’accesso, le fecero trovare una muta di pitbull. «Non mi fermarono loro e non mi fermarono i loro cani».
Quando nell’agosto 2023 Giorgia Meloni visitò la scuola, Carfora non ringraziò ma rilanciò: «Qui ci servono insegnanti bravi, i più bravi d’Italia. Solo così salveremo i giovani del Parco Verde dal loro destino». E oggi al Meeting ripete la stessa cosa: «Servono educatori che amino quello che fanno. E non se ne vedono più da un pezzo. Amare significa comunicare ai ragazzi che si è felici di quello che si fa, che la scuola è un posto di libertà e felicità. Questa è una vocazione, non un ordine».
«Mi danno della pazza, ma preferite la musica o gli elicotteri?»
Ai nuovi docenti dice sempre la stessa frase: «Questi ragazzi non hanno mai visto lo stesso insegnante per un quinquennio. Mai. Come si sente un ragazzo di Caivano? Come un mezzo, usato per raggiungere un altro obiettivo. Ma la scuola non è questa». E ancora: «Se un insegnante viene solo per aspettare la campanella, con il cellulare acceso e l’occhio all’orologio, che cosa comunica ai suoi ragazzi? Che non valgono niente. Non valgono un minuto in più del suo tempo».
Carfora arriva a scuola prima di tutti, spalanca le finestre che guardano sulle palazzine e alza la musica a tutto volume per svegliare i ragazzi e le loro famiglie. «Mi danno della pazza, e io rispondo: preferite la musica o gli elicotteri?». Nei giorni dei maxiblitz del 2024, la musica era ancora più forte: «Tutte le volte che loro sparano, noi mettiamo la musica. Come può un ragazzo entrare felice se non trova un volto felice ad accoglierlo? Io ogni mattina scendo e li aspetto. Mi piace guardarli negli occhi: è il mio momento».
Lotta alla “danza delle apparizioni”
Il suo lessico non ha bisogno di allegorie: lo “sguardo” è un fatto concreto, occhi negli occhi. Per questo la sua guerra quotidiana è contro la dispersione e contro la “danza delle apparizioni” degli insegnanti che ottengono l’assegnazione a Napoli e poi scappano verso Parma, o praticano l’assenteismo salvo lamentarsi se i ragazzi non vengono a scuola. «Così si insegna a stare a casa. Si mortificano gli alunni: com’è possibile che agli scrutini qualcuno non sappia nemmeno chi sia Giuseppe, lo studente a cui sta dando un voto?».
Oggi Caivano non è più solo un titolo di cronaca, ma un luogo dove una scuola è stata svuotata di materassi, spaccio e degrado, e riempita di studenti. La porta della presidenza della Carfora è aperta come le sue finestre sul quartiere. Non c’è ragazzo che non la saluti, genitore che non le offra un caffè, professore che non spenga il cellulare prima di entrare. Lei non usa mai la parola “rischio educativo”, ma lo corre ogni giorno. E continua a darci la sveglia.
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