Portare mia figlia all’altare e ricordare che «la vita è missione, compito, dovere»

Gli ostacoli non mancavano. Ma ho visto tra le lacrime la Bellezza fatta carne, la compagnia di Cristo che unisce per sempre Lucilla e Antonio

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

matrimonio-amicone

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Ho portato la mia prima figlia all’altare. Ed è stata una festa che non potevo neanche immaginare. Come è potuto accadere questo, visto che quella mia stessa prima figlia mi ha anche avvertito, «occhio papi, se arrivi dopo le due e mezza resti fuori dalla chiesa»? Quando si dice che la famiglia, tutte le famiglie, sono scombussolate e solubili come lo sono sempre state e che non esistono in versione Barilla, tanto nella vecchia quanto nella nuova pubblicità. Quando si dice che, copia incolla dell’antico fasullo idealizzato “Mulino Bianco”, famiglia sarebbe l’equivalenza #lovislove tra alterità e l’uguale sessuale. In verità, come dice il catechismo cattolico e, prima di tutto, l’esperienza dei popoli, «la vocazione al matrimonio è iscritta nella natura stessa dell’uomo e della donna, quali sono usciti dalla mano del Creatore».

Il matrimonio è tra l’uomo e la donna, come sa la millenaria storia di questo nostro pianeta. E perfino la “dissenting opinion” del Giudice capo Roberts sulla sentenza del 26 giugno 2015 con cui i suoi colleghi in Corte Suprema hanno imposto 5 a 4 il riconoscimento del “same-sex marriage” a tutti gli Stati della federazione americana: «La Corte dispone la trasformazione di un istituto sociale che ha costituito la base della società umana per millenni, tanto per i boscimani del Kalahari quanto per i cinesi han, i cartaginesi e gli aztechi. Chi crediamo di essere?».

Ma tornando verso l’altare. L’ho fatto volentieri. Il sacramento del matrimonio è fatto apposta per festeggiare la mano della Creazione. Sacramento, sacrum facere, Dio che unisce indissolubilmente tutto lo scombussolabile e solubile amore tra un uomo e una donna.

Quante ricorrenze
Vabbè, cara Lucilla che adesso sei in luna di miele parigina con il tuo Antonio (Antonio, come il don Villa-Villin della Provvidenza) e che domenica 4 ottobre, in un accumulo di circostanze strepitose (apertura del Sinodo sulla famiglia, san Francesco patrono d’Italia, Francesco come il Papa, mio padre e mio figlio, e perbacco ho compiuto 59 anni!): quanto è stato bello il tuo matrimonio a ostacoli? Come nel mare di questa estate in Sardegna, quando il maestrale aveva preso un bagnante sbattendolo tra due correnti opposte: per quanto fosse nuotatore provetto non riusciva a riguadagnare la riva a causa di un incrocio di forti correnti che lo sospingevano lontano dalla battigia. Intuizione della coscienza cristiana del soverchiare della natura e, al contempo, della struttura razionale dell’Essere, il bagnante si lasciò andare a schiena diritta (più volgarmente si dice “fare il morto”), finché gli si aprì una via e riguadagnò la riva.

Così, due belle famiglie, belle perché imperfette e scalcagnate e perciò non satolle e disperate ma in lotta per la vita, ora contro, ora assecondando la corrente, si sono ritrovate insieme, domenica 4 di circostanze minori uggiose, a festeggiare l’approdo di due figli. Pioveva che Dio la mandasse già il venerdì. E a detta delle previsioni meteo, il maltempo avrebbe insistito. Il venerdì sarebbe stato ugualmente santo, ma senza possibilità di resurrezioni pasquali. Sì, qualche schiarita sulle Prealpi. Ma le nozze combinavano col catino lacustre lariano e niente faceva presagire che la persistente perturbazione non avrebbe portato in dono la proverbiale sposa bagnata, benché fortunata. E invece le tante preghiere a san Giuseppe per la festa liturgica fissata alle 16.30 in quello spettacolo di romanico e benedettino che è la chiesa di sant’Abbondio, santo martire ed evangelizzatore di Como, hanno dato modo a un bel venticello frizzantino di levarsi e spazzare vie le brume gonfie di pioggia.

Infatti, verso il mezzogiorno del dì di festa è spuntato il sole sui buoni e sui cattivi, bontà sua, comprendendo nel suo spuntare coloro che viaggiavano a nord di Monza. Dunque anche su noi, famiglia di Lucilla che correva a Como a diverse mandate. Prima la madre e le sorelle per il trucco e il vestimento della sposa. Poi il padre e gli amici di Sardegna Franco ed Eleonora Mascia. Infine i fratelli maschi, Francesco e Giovannino, chauffeur agghindati per scarrozzare gli sposi su una favolosa Audi 8 messa fraternamente a disposizione da Maurizio Monteverdi.

Ricapitolando. Ci si immaginava freddo e pioggia. Come ostacoli non un granché. Anzi. Ma l’sms di Lucilla (sto scrivendo che è lunedì 5 ottobre e l’implacabile iPhone mi ricorda che il messaggio è di «ieri 00:13», mezzanotte e un po’, è già il giorno di scena del matrimonio)? «Domani il Giro di Lombardia arriva a Como dalle 15 in poi. Le strade principali della città e quindi tutte le strade per arrivare alla mia chiesa sono chiuse. I vigili consigliano di arrivare prima del Giro o se non si può aspettare quando riaprono le strade. Può essere 30 min o 1 ora di attesa. C’è il parcheggio dell’ospedale sant’Anna (autosilo Valmulini) fuori dal blocco, 20 min di distanza a piedi (portare ombrelli). Per informazioni dell’ultima ora potete chiamare la polizia stradale a questo numero 031252700». Insomma, gli ostacoli si facevano abbastanza seri.

Tra gli amici di Cometa
Intanto Antonio, il pasticciere sposo, si era alzato come tutti i suoi santi giorni della settimana alle 4,30 del mattino. Ma questo 4 ottobre non per preparare le tortine e i croissant. In questo 4 ottobre c’era l’emozione, il tramestio, il viavai, l’oddio oggi mi sposo e tutto il necessario al passo definitivo. Al suo fianco, ci sono i suoi genitori, la famiglia Amato, Angelo e Rosaria, il pescatore e la casalinga di Torre Annunziata. E papà Erasmo e mamma Serena, che accolsero Antonio con suo fratello (già sposato, due figli) tanti e tanti anni fa, e che oggi, insieme ai tre figli naturali e parecchi altri in affido, fanno i registi della giornata compresa tra chiesa e Cometa. E a proposito di Cometa dirò che anch’io, nel mio piccolo, il giorno prima delle nozze riempivo di confetti colorati le bomboniere per i trecento invitati (ma arriverà qualcuno dopo l’sms di Lucilla?). Il cartiglio rivela che le bomboniere sono fatte a mano dagli amici lavoratori della cooperativa “Grazie alla vita”. E il bigliettino di nozze infilato nel ricordino non dimentica lo stupore del mondo (da Como a New York passando dal sottoscritto al numero uno dei giornalisti intervistatori, lo Stefano Lorenzetto che ha messo in un libro – Vita morte e miracoli. Dialoghi sui temi ultimi – il passaggio a Cometa, casa dei fratelli Innocente ed Erasmo Figini, mogli Marina e Serena, e di altre quattro famiglie, per cui, ha scritto Lorenzetto : «Metti una sera a cena, con 90 figli a tavola»).

Ma insomma, mentre riempivo bomboniere di grazie alla vita, leggevo e pensavo al bigliettino annesso: un «Grazie!» in grande e, a seguire, una cometa e un tetto stilizzati. Infine, firma e data indimenticabili, «Lucilla e Antonio, 4 ottobre 2015». Sul retro del biglietto-bomboniera passa e scrive, in piccolo, la grande storia. «In occasione del nostro matrimonio abbiamo scelto di sostenere Cometa. Questa bomboniera solidale contribuirà a supportare il progetto “Una casa per crescere”». In anni passati sono stato a Cometa, casa di Innocente, Erasmo e Grazia (terza sorella Figini e responsabile dell’ambaradan tra famiglie, scuola e accoglienza). Ho fatto cena anch’io con le moltitudini di figli e ora ritrovo alla festa questo Franceschino che adesso non è più il pargolo di due settimane che Marina cullava a tavola l’ultima volta che sono venuto a cena qua. Adesso è un leoncino che esplode in carne e vitalità. Samuele mi dirà poi durante la festa, relativamente a un’altra cena di anni fa, che «ero piccolino allora, adesso leggo Tempi, ma mi spieghi perché ti sei tanto arrabbiato con Kasper?».

Vabbè, questa è Cometa che, secondo me, è la prosecuzione con mezzi laici e idem sentire del sant’Abbondio del decimo secolo e, forse, addirittura la continuazione, al polo nord e un 1300 anni dopo, della travolgente abbazia di San Vincenzo alle sorgenti del Volturno – altra circostanza incredibile – che ho visitato qualche giorno fa («è da dieci anni che il professore Beppe Fidelisbus ci diceva: “dovete portarci Luigino!”», mi ha riferito l’accompagnatore molisano): ottavo secolo, con un ciclo di affreschi dove il tema centrale e ricorrente è la mano di Dio. Una mano che ritrovo quasi stilisticamente identica a quella vista agli scavi al Volturno nello show cooking (praticamente una torta nuziale fatta lì per lì e con Marina Corradi che guarda lo show con due occhi così) regalato da Gualtiero Marchesi alla festa di Lucilla e Antonio. Dove? In Cometa appunto, «realtà di famiglie» – leggo ancora sul bigliettino di ringraziamento accluso all’ormai famosa bomboniera – «impegnate dal 1986 nell’accoglienza, educazione e formazione di bambini e ragazzi e nel sostegno alle loro famiglie nel segno della Bellezza come esperienza possibile. Ad oggi 5 famiglie con 38 figli, in affido e naturali, vivono in Cometa, mentre altre 60 partecipano all’esperienza dell’affido: 105 sono i minori accolti nella casa dopo la scuola, 350 i ragazzi in formazione nella Scuola Oliver Twist».

Col vestito nuovo e la rosa bianca
Ecco, come passando da San Vincenzo in compagnia di Nicola Mucci da Termoli e da Goffredo Giacca di Colli al Volturno proverete il brivido di gioia e di giovinezza a respirare con gli occhi l’ossigeno di una cappellina isolata in cima ai monti e trasformata in pochi anni da una tempesta di vita in monastero tra i più grandi in Europa. Così, anch’io posso testimoniare che la prima volta che andai in via Madruzza a Como c’era una casa bella ma sgarrupata e adesso c’è una città bella, espansa da una tempesta di vita e contendente palmo a palmo la natura scoscesa del luogo: in un fazzoletto di terra spazi infiniti e una chiesetta con vista mozzafiato sul lago. Alle sorgenti umanizzate dal cristianesimo al Volturno lo stato islamico arrivò trucidando – esattamente come oggi nel Califfato – decapitando e letteralmente cucinando i monaci sulle graticole. A Cometa, per il momento, che siano islamici o africani presbiteriani, tutti trovano amore e ospitalità.

Ma adesso siamo al cuore di tutta la faccenda. Devo portarla all’altare e sono qui, per strada, in un angolo di Como, davanti alla casetta che maestra Lucilla ha condiviso per un buon biennio con Pilar e altre non so quante amiche. Una casetta che «più manzoniana non c’è», dice Giovanna, moglie di Mario Mauro e, aggiunge l’arguto senatore anch’egli in festa con noi, «che messa insieme al Giro di Lombardia forse vuol dire “questo matrimonio non s’ha da fare”». Spiritoso. Sono qui col vestito nuovo e la rosa bianca nel taschino. E altro che non s’ha da fare, spunta dall’uscio lei, bellissima, con le “mie bambine” dice, damigelle ghanesi e la ragazzina ecuadoregna di cui ho appena salutato papà e mamma. Dopo verrà la festa fino a mezzanotte nella palestra colorata da centinaia di ragazzi, parenti e amici degli sposi (ma non dovevano essere 300 gli invitati? Evviva, saremo in 500). Con nonna Vittoria Zaffarano (79 anni) che balla rock and roll ad oltranza. E nonno Jean (93), che tiene tribuna. Dopo verranno gli invitati che nonostante l’sms hanno valicato barriere (Antonio Simone) o si sono infilati dietro l’ultima auto del servizio corse al Giro di Lombardia (Samuele Sanvito, Caterina e figli). Verranno la francese zia Rosa, i cugini romani della mamma della sposa (Gianfranco e Margherita con i figli Benedetta e Luca). Verranno i parenti valtellinesi (sempre della sposa) zio Lino e zia Mary. E tanti altri amici di una compagnia invincibile (Mario e Luisa Sala in cima). Amici come te, Ettore Lopiano, che nonostante l’immenso lavoro che hai adesso col mistero della malattia, ti sei imbarcato a venire da Lucilla e Antonio fasciato nel tuo giubbotto in pelle. Papà Francesco e zio Nicola, l’Anna e cugino Walter invece non ce l’hanno fatta, chi per le condizioni di salute, chi per i blocchi del Giro. Però si sono sentiti per telefono con gli sposi e alla festa ci sono anche loro, papà, Anna, zii e cugini che hanno sottoscritto sul’Iban di nozze.

Ora mi è chiaro cosa ho visto
Ebbene, solo adesso riesco a mettere a fuoco cosa ho visto varcando la soglia della chiesa: ho visto come Baudelaire ma più di Baudelaire, tra le lacrime la Bellezza fatta carne, la compagnia di Cristo all’uomo e alla donna. L’onda dell’Essere che unisce e per sempre Lucilla a Antonio. Ho visto aprirsi il Mar Rosso e il popolo passare mentre passava la sposa e il papà della sposa. E dietro di noi i carri della mentalità faraonica travolti dalla predilezione per te, Lucilla, e per te, Antonio. E per noi tutti, padri, madri, fratelli e amici dello sposo e della sposa. Solo adesso, nel giorno che viene dopo quelli dei preparativi, del prendere e spostare cose da una casa all’altra, fare mente locale, riordinare documenti, mi sento lo scriba divenuto discepolo del regno dei cieli.

«Simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». Infatti, ho pensato di te, Lucilla, e di te, Antonio, mentre sostavate davanti a quelle vetrate sul lago e a quella Madonna della chiesetta di Cometa, prima di entrare nel salone della cena e della festa. Ho pensato qualcosa che Giussani disse. Disse a tua madre e a me dall’altare: «La vita è una missione, un compito, un dovere. Ogni persona ne vive, vive per questo o sopravvive per questo. Come è grande che voi ne siate così chiaramente consapevoli!». Come è grande la vostra semplice, chiara, definitiva avventura!

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •