Più di 2500 morti in Iraq da gennaio. «Il conflitto siriano destabilizza ancora di più il paese»

Nei primi cinque mesi del 2013 sono morte 2.509 persone, il record di aprile superato da quello di maggio. Intervista a Francesca Manfroni, direttrice di Osservatorio Iraq

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Un’autobomba e diversi ordigni sono esplosi in più quartieri di Baghdad ieri provocando la morte di almeno dieci persone. Mercoledì, sempre nella capitale irachena, sono morte almeno 30 persone per l’esplosione di un’autobomba vicino a dove si stava svolgendo un matrimonio. «In Iraq ogni mese fa registrare un record di violenza rispetto al mese precedente e ci si avvicina pericolosamente alla media di mille morti ogni 30 giorni del biennio di sangue 2006-2007» dichiara a tempi.it Francesca Manfroni, giornalista direttrice responsabile di Osservatorio Iraq. Gli attentati che continuano a sconvolgere il paese sono aumentati in modo costante nel 2013, insieme al numero delle vittime. A gennaio, infatti, sono state uccise 357 persone, 358 a febbraio, 394 a marzo, 561 ad aprile e 839 in questo mese di maggio, secondo Iraq Body Count, per un totale di 2.509 morti nei primi cinque mesi del 2013.

A cosa si devono i picchi di violenza raggiunti nel 2013?
Credo che ci siano due motivi. Il primo è la protesta del dicembre del 2012, quando i sunniti, che sono la maggioranza nel paese ma di fatto estromessi da tutti i veri luoghi di potere dell’Iraq, sono scesi in piazza nella provincia di al-Anbar, roccaforte sunnita, e hanno invaso le strade per protestare contro il governo del primo ministro sciita al-Maliki. La repressione della protesta ha portato all’esasperazione.

E il secondo motivo?
L’aggravarsi della guerra in Siria sta destabilizzando il già fragile equilibrio dell’Iraq. C’è un’ondata di miliziani che dalla zona di al-Anbar vanno a combattere in Siria e tanti che entrano in Iraq dallo stesso confine. Di conseguenza, sul suolo iracheno sono aumentate le milizie armate che rendono incandescente la situazione. Ho riscontrato, infine, anche una guerra in corso tra bande di mercenari, che ormai si scontrano tra di loro.

La sicurezza che dovrebbe essere garantita dal governo non funziona.
Al di là del problema della corruzione, la responsabilità più grande grava sulle spalle di al-Maliki. Lui ha messo in ogni apparato che conta i suoi uomini e ora dopo gli ultimi attentati ha dichiarato: «Cambierò i vertici della sicurezza». Queste parole suonano come una presa in giro visto che gli uomini al comando sono già i suoi.

I problemi dell’Iraq sono più vasti dello scontro tra sunniti e sciiti?
Sì, l’Iraq non è solo preda di una guerra a carattere confessionale, c’è un problema di potere, interno e internazionale. Dietro all’Iraq, infatti, giocano sempre una partita importante gli Stati Uniti e l’Iran. Il premier sciita al-Maliki, che secondo molti ha instaurato una vera e propria nuova dittatura, tanto che in questi giorni il Parlamento vuole approvare una legge che gli impedisca di governare per un terzo mandato, è riuscito a rimanere in bilico tra americani e iraniani, ottenendo una volta l’appoggio di questi e un’altra l’appoggio di quelli.

Ci sono tentativi di risolvere le tensioni con la politica?
Il rappresentante speciale delle Nazioni Unite per l’Iraq ha invitato le parti politiche a sedersi a un tavolo e trovare un accordo sulle questioni ancora aperte, come ad esempio il problema dei territori contesi. La regione autonoma del Kurdistan, infatti, contende a Baghdad Kirkuk e alcune parti delle provincie di Niniveh, Salahuddin e Diyala abitate principalmente da curdi. Sotto questi territori, però, ci sono immensi giacimenti di petrolio e le parti non hanno ancora trovato una soluzione. Il Kurdistan, inoltre, sta facendo arrabbiare Baghdad perché ha interrotto le forniture di petrolio, che invece vende direttamente alla Turchia.

In questo contesto si inserisce anche il dramma dei cristiani.
Questo è un tema di cui non parla mai nessuno, ma è importantissimo. La comunità cristiana è ormai ridotta a meno dell’1 per cento della popolazione, vivono soprattutto asserragliati nel nord dell’Iraq, completamente abbandonati dalla comunità internazionale. Tutelare la comunità cristiana, invece, è importante perché l’Iraq rischia di perdere quelli che hanno costituito il suo mosaico di civiltà. I cristiani, infatti, erano una componente importantissima del paese, erano anche inseriti bene a livello politico. Oggi sono marginalizzati e continuamente attaccati da gruppi estremisti islamici.

Le violenze degli ultimi mesi potrebbero portare a una nuova guerra civile?
Io penso che non succederà perché i leader politici vogliono mantenere il loro posto. Nei dieci anni dall’intervento americano tutti i leader politici – sciiti, sunniti e curdi – hanno fatto finta di ricostruire il paese, arricchendosi e speculando su tutto. La gente però è sfinita e il conflitto siriano è un punto interrogativo da cui dipendono gli equilibri dell’Iraq.

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