“Piccolo Grande Pinocchio”. Uno spettacolo speciale a Segesta

Di Francesco Inguanti
18 Luglio 2025
Nella meravigliosa cornice del parco archeologico è andato in scena uno spettacolo i cui protagonisti sono stati alcuni ragazzi affetti da disabilità

Percorrendo l’autostrada che da Palermo porta a Trapani è impossibile non notare lo splendido tempio greco di Segesta. Non visibile ma altrettanto bello è il suo teatro che gli abitanti di Segesta costruirono sulla cima più alta del Monte Barbaro. Orientato a nord, verso il golfo di Castellammare sfrutta come scenografia lo splendido panorama del mare e delle colline a perdita d’occhio.

Da molti anni esso è ampiamente utilizzato per spettacoli estivi di vario genere, e nel mese di agosto offre proposte quanto mai interessanti in uno speciale festival, curato dal Parco Archeologico di Segesta.

Ma forse mai prima d’ora aveva accolto uno spettacolo particolarmente diverso perché ha avuto come protagonisti dei ragazzi affetti da varie forme di disabilità che hanno rappresentato una interessante e piacevole rivisitazione di Pinocchio, dal titolo “Piccolo Grande Pinocchio” di Giampiero Pizzol per la regia di Pietro Ganci.

Come è iniziata l’avventura

Per comprendere il valore e l’importanza della proposta artistica, ma anche culturale e solidaristica, bisogna iniziare dalla fine, quando a spettacolo concluso l’autore del testo ha chiamato via via in scena i ragazzi protagonisti. Tra balli e canti si è scatenata una festa difficile da contenere di cui i ragazzi sono stati i protagonisti comunicando a chi ancora non ne avesse compreso il valore la loro gioia di vivere, dopo essersi cimentati in una prova quanto mai ardua.

Il luogo di svolgimento di questa storia è il comune di Alcamo, in provincia di Trapani e la protagonista è Giuseppina, che ha avuto per prima questa intuizione. Quando le chiediamo di raccontare come tutto è accaduto e le difficoltà incontrate ci dice: «Uno dei tanti problemi è stato far imparare a memoria a ciascuno la propria parte. Quando dimenticano la battuta non attendono necessariamente il suggerimento, ma vanno in automatico, spesso utilizzando il dialetto. In tal modo la genuinità è garantita e con essa l’ilarità degli spettatori».

Ma come è nata questa idea? Come è stata possibile realizzarla? «Tutto ha avuto inizio – prosegue Giuseppina – appena due anni fa, dalle confidenze di una mia collega che mi esprimeva le sue difficoltà nell’accudire il figlio, affetto da una forma di autismo. Il ragazzo viveva le sue giornate da solo, senza alcun amico, con pochi impegni e molta tristezza. Ho provato amarezza, ma poi mi sono chiesta come potessi aiutare questa mamma, tenuto conto che sono tanti i ragazzi come lui».

Il progetto? La compagnia

Senza perdersi d’animo Giuseppina iniziò a guardarsi intorno, a cercare idee e sostegno, finché guardando uno spettacolo teatrale con protagonisti ragazzi disabili, decise di chiamare il suo amico Piero Ganci, che recita da sempre, e a cui espose l’idea. Accettò e da subito si coinvolse Mimma, una sua amica, mamma di un ragazzo fragile.

Torniamo al racconto di Giuseppina: «Al primo incontro i genitori ci guardavano increduli, chiedendo quale “progetto istituzionale” volessimo portare avanti. Rispondemmo che non avevamo alcun progetto, ma solo il desiderio di fare compagnia a questi ragazzi coinvolgendoli in attività come il teatro e il canto».

L’idea apparve subito buona e la notizia si sparse in città. Iniziarono ben presto ad aumentare i ragazzi interessati e desiderosi di una compagnia nel merito della condizione che vivevano. Anche i Servizi Sociali iniziarono a segnalare ragazzi che hanno bisognosi solo di compagnia e a questi si aggiungevano man mano anche volontari.

Occasioni di incontro

Scelto il testo, cominciarono le prove. Già durante le prove i protagonisti erano i ragazzi alle prese con un modo nuovo di stare insieme, per la prima volta protagonisti della propria iniziativa e non oggetto di attenzioni altrui.

Giuseppina desidera subito precisare: «La nostra idea è stata da subito di non esaurire l’iniziativa alla recita teatrale, ma di fare compagnia nel merito della vita ai ragazzi e alle loro famiglie». Ed è così che sono nate tante altre occasioni di incontro e convivenza: prendere la pizza insieme, fare qualche giorno di vacanza al mare, trascorrere del tempo senza particolari impegni da portare avanti.

In questa storia bisogna dare il giusto riconoscimento ai genitori: scettici all’inizio, coinvolti da subito, pieni di iniziativa, in grado di affrontare ogni difficoltà, a cominciare da quelle economiche. E con i genitori si sono coinvolti i mariti, i parenti e tanti amici. Da qui la necessità di costituire “La Bellacompagnia APS” un’associazione resa necessaria per portare avanti altre iniziative e costituire una interlocuzione efficace con le istituzioni.

A Natale dello scorso anno c’è stata la prima uscita pubblica al Teatro Comunale di Alcamo. Tanto timore fugato con un pienone inatteso e la vendita di tutti biglietti. Erano presenti alcuni assessori del Comune di Alcamo e grazie anche a loro lo spettacolo è stato incluso tra quelli proposti dal Comune durante il carnevale alcamese.

A quel punto è scattata la solidarietà della gente che ha fatto a gara per aiutare tutti: dal custode del teatro, al tecnico del suono che l’ultima sera ha esclamato: «Ho visto tanti tentativi di inclusione sociale, ma non ho mai visto tanta bellezza».

Mamma, sto lavorando

Le iniziative di convivenza si moltiplicano. Una sera dopo la sesta replica di “Pinocchio”, una cena con tutti, ben 35 partecipanti. Al momento dei saluti il proprietario propone di fare un laboratorio pizza con i ragazzi. Sembra una idea impossibile da realizzare, ma ciò che conta è che la proposta arriva da uno sconosciuto che ha guardato divertito tutta la sera, come stanno insieme questi ragazzi. Da lì a poco la proposta prende corpo. Si organizza la prima serata con i ragazzi che si improvvisano pizzaioli e camerieri! Una serata, con la presenza di 60 genitori e con qualche testimonianza da raccontare.

Ognuno ha un compito: chi porta l’acqua, chi il vino, chi accoglie semplicemente gli invitati accompagnandoli ai tavoli, sempre sorridenti e allegri. A turno si cuociono le pizze, si servono gli antipasti. Laura controlla se le bottiglie sono vuote proprio come un segugio, la madre la chiama e lei risponde: «Mamma, sto lavorando».

Dario orgoglioso porta la pizza ai genitori e dice: «Questo devo farlo io perché così vedono come sono bravo!». Ad un certo punto si mette un po’ di musica e i ragazzi servono ballando e tutto si trasforma in una grande festa; finita la musica si ritorna al lavoro concentrati e attenti fino all’ultima pizza. A fine serata bisogna mettere in ordine. Gli adulti sono stanchi ma i ragazzi no, e pensano a tutto loro.

Condividere il senso della vita

L’ultima parola a Giuseppina: «I ragazzi mi hanno insegnato la libertà del volersi bene, del ricominciare in ogni attimo, del guardarsi per quello che si è, e che nulla di quello che siamo si perde. Il mio stupore cresce di giorno in giorno: osservo i miei nuovi amici mentre preparano la loro entrata in scena, mentre si suggeriscono le parti quando siamo in difficoltà, fieri e orgogliosi, alla ricerca del riconoscimento della loro unicità. Lo stare con i ragazzi condividere giorni e gesti non è solamente un guardare il loro bisogno ma un condividere il senso della vita che poi è il mio stesso bisogno e di tutti quelli con cui condividiamo questa avventura».

La domanda finale è inevitabile: come continuerà questa storia”? Giuseppina non ha dubbi: «Certamente abbiamo già altri progetti, non vogliamo né possiamo finire con un successo teatrale. È una storia iniziata quasi per caso che vogliamo portare avanti, lì dove ci porterà».

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