Più rigore con l’Islam

Immigrazione e penetrazione islamica. Parla Ernesto Olivero, fondatore di una delle più grandi opere di accoglienza, il Sermig dell’Arsenale di Torino

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Colloquio di Maurizio Zottarelli con Ernesto Olivero Dopo 35 anni di attività, con una media di più di 200 persone accolte ogni notte al vecchio Arsenale di Torino, il Sermig è diventato un punto di riferimento per giovani, immigrati, alcolisti, tossicodipendenti e senzatetto. Ernesto Olivero ha speso tutta la vita sul fronte dell’accoglienza ai più disagiati che, spesso, proprio per la loro condizione di emarginazione finiscono inevitabilmente al servizio della malavita. “Questo avviene perché lo stato è assente: se chi va in un paese nuovo non ha alternative, si arrangia come può. Sono le situazioni che portano l’immigrato a delinquere. Qui il ruolo dello stato è inesistente. Prendiamo un caso recente: gli assitenti psichiatrici di una struttura statale ci portano sull’uscio una ragazza anoressica ridotta a 32 chili. In sei mesi aumenta di 10 chili, ma in tutto quel tempo nessuno di coloro che ce l‘avevano affidata si è fatto sentire. Anzi, non si sono nemmeno fatti trovare al telefono e ora non pensano nemmeno di ripagarci le spese. Sono sempre i singoli a intervenire dove non lo fa lo stato…

E lo stato come dovrebbe intervenire?

Innanzitutto dovrebbe capire. Quando è stata fatta la legge sull’immigrazione nessuno si è preoccupato di interpellare una comunità come il Sermig che è tra le prime ad aver affrontato il problema. Per prima cosa si deve interpellare chi opera sul campo: certo, si scelgano tre o quattro esperienze e teorie, ma non si operi sempre al di sopra di chi lavora.

Nel corso della vostra attività avete avuto contatti con comunità o associazioni islamiche?

L’Islam ha una filosofia per cui è molto difficile instaurare una collaborazione, non è una cultura permeabile. Credo che un rapporto serio con il mondo islamico richieda processi precisi e rigorosi: per esempio credo che gli stati dovrebbero stabilire dei diritti di reciprocità. È giusto costruire una moschea a Roma, ma deve ugualmente essere possibile innalzare una chiesa in paesi islamici dove non è consentito e dove ancora oggi con un crocefisso al collo si corrono rischi gravissimi. Lavorare per la pace significa pensare anche al domani e non solo all’oggi. Per questo dico che si dovrebbe pensare a una legge di reciprocità, invece si continuano ad affrontare le emergenze senza nessuna prospettiva sul futuro.

Talvolta si ha l’impressione che questa impermeabilità arriva al rifiuto del mondo occidentale, non le sembra?

Se si crede di essere gli unici veri fedeli di Dio, i prediletti, tutto diventa possibile e lecito. La nostra cultura attraverso la sua storia, l’approdo alla democrazia con i suoi errori, ha compiuto passi che il mondo islamico non ha ancora fatto. Più che una sua impressione, questa è una realtà, superabile solo se si affronta questo nodo culturale.

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