Petrolio e commedia all’italiana

L’incredibile vicenda dei giacimenti della Val d’Agri, un tesoro che l’Italia non riesce proprio a sfruttare

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Benzina a duemila lire, “carbon tax” in arrivo. E pensare che il petrolio ce l’abbiamo sotto casa, e da una dozzina d’anni perdiamo tempo senza sfruttarlo. “Certo non produrrebbe una diminuzione del prezzo alla pompa, ma ci farebbe risparmiare un bel po’ di valuta pregiata che oggi spendiamo per comprare petrolio dall’estero”, spiega Giorgio Carlevaro. La pietra dello scandalo sono i giacimenti di idrocarburi della Val d’Agri, bucolica regione della Basilicata non lontana dal Mar Jonio. In un articolo di The Economist di due anni li si definiva “i più grandi d’Europa”. “Fra quelli terrestri probabilmente lo sono, e adesso finalmente speriamo di poterli sfruttare adeguatamente” spiega Lucia Widmer dell’ufficio stampa dell’ENI, facendo riferimento all’accordo fra Regione Basilicata, ENI ed Enterprise (compagnia petrolifera americana) firmato il 24 giugno scorso.

La somma totale delle riserve dei giacimenti è di 900 milioni di barili, ma il progetto per ora riguarda solo i campi di Val d’Agri e Perticara, che insieme assommano 665 milioni di barili. Per avere un’idea del valore dei giacimenti si tenga presente che il più grande del mondo, recentemente scoperto in Iran, conterrebbe 24 miliardi di barili, e che i campi della Basilicata, a pieno regime, raddoppierebbero la produzione attuale di petrolio italiano, attualmente proveniente dalla pianura padana e dal basso Adriatico: da 100 mila a 200 mila barili al giorno. Perché allora si va a rilento? “Problemi tecnici ed economici, credo”, dice l’ingegner Toniolo. “Estrarre petrolio in Italia non è come estrarlo in Nigeria o nel Brunei. Rispettare le leggi ambientali dei paesi evoluti costa. E poi bisogna vedere la qualità del greggio”. “Una parte è molto buona, molto leggera, ma quella più bassa è pesante e costosa da sfruttare”, spiega Carlevaro. E poi ci sono i problemi burocratici: dopo anni di tira e molla, manca ancora il via libera alla costruzione dell’oleodotto Viggiano-Taranto, 150 km di tubi per portare il greggio al porto pugliese. La Regione Basilicata non si è ancora pronunciata, la Regione Puglia non ha nemmeno effettuato la procedura di valutazione dell’impatto ambientale sull’opera. Bisognerà aspettare ancora anni. E intanto continueremo a regalare dollari agli sceicchi.

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