Perché Vox non è un partito fascista

Dipinto come xenofobo e islamofobo, il partito spagnolo nasce in realtà con l’intento di preservare i valori che hanno dato vita al Partito popolare. Come testimonia la biografia del suo leader, Santiago Abascal Conde

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In Spagna si sta animatamente discutendo se il partito Vox, recentemente assurto alle cronache di tutto il mondo dopo le elezioni in Andalusia, si debba considerare semplicemente un partito di ultradestra o più propriamente un partito fascista. È un dibattito drogato da una campagna mediatica diffamatoria.

CHI È SANTIAGO ABASCAL CONDE

Per capire la vera natura di questo movimento politico bisogna, in realtà, conoscere la storia del suo fondatore e attuale presidente.
Santiago Abascal Conde, classe 1975, non è nuovo alla politica. Nel 1999, a soli ventitré anni, si iscrive al Partito popolare, nel quale percorrerà una fulgida carriera: consigliere comunale, dirigente nazionale di partito, assessore e infine parlamentare. È figlio d’arte: suo padre, Santiago Abascal Escuza, è stato membro del gruppo Alleanza Popolare e poi dirigente locale del Partito popolare di Álava per più di trentasei anni, oltre a ricoprire diverse cariche istituzionali di prestigio. A dire il vero, pure suo nonno, Manuel Abascal Pardo, è stato sindaco di Álava dal 1963 al 1975.

LA LETTERA DI COMMIATO DAL PP

Santiago è stato il rampollo di una storica famiglia di popolari. Fino al 24 novembre 2013. Quella, infatti, è la data in cui lui decide di firmare una commovente lettera di dimissioni all’allora presidente del Partito popolare Mariano Rajoy. In quel periodo, infatti, Santiago Abascal rappresentava una delle «dos álmas» del Partito popolare.
Questo l’incipit della lettera di commiato:

«Stimato Presidente, con la presente ti comunico la dolorosa decisione di porre fine alla mia quasi ventennale militanza nel Partito popolare. Ti trasmetto, quindi, quella che è senza dubbio una delle decisioni più dolorose della mia vita. Me ne vado con tristezza dal partito al quale mi sono iscritto a diciotto anni, dal partito che è stato, e che ancora è, di mio padre. Per questo, a prescindere dalla mia personale decisione e da tutte le conseguenze che essa potrà determinare, mi sentirò sempre affettivamente unito a tutte le persone del Partito popolare. E per questo, anche se profondamente dispiaciuto, ti restituisco con affetto e rispetto la tessera che ho portato nel cuore dal 31 dicembre 1994».

«NON STRACCIO LA TESSERA»

Non è un rinnegamento del passato:

«Ci fu un tempo», scrive ancora Abascal nella lettera, «in cui il Partito popolare ha rappresentato uno strumento straordinario per la società spagnola. Questo io l’ho sempre sentito. Specialmente nei momenti peggiori, quando i nostri compagni venivano assassinati, quando gli uomini di scorta erano parte della nostra vita quotidiana, quando abbiamo donato la nostra gioventù, la nostra libertà e in alcuni casi persino la nostra vita al servizio dell’unità della Spagna e della libertà di tutti gli spagnoli. Oggi, fuori dal Partito popolare, però, mi sento più vicino ai suoi valori. Non straccio una tessera, non rinnego il mio passato, non penso che tutto il duro lavoro fatto sia stato inutile. Me ne vado, Presidente, con un sentimento di strazio nel cuore. Sono migliaia le persone che ancora restano nel partito e con le quali mi identifico, persone che rappresentano una delle due anime dei popolari: le migliaia di iscritti, i milioni di votanti, il partito di Madrid, José María Aznar, Esperanza Aguierre, Alejo Vidal-Quadras, Jaime Mayor Oreja o Santiago Abascal Escuza, mio padre. Io me ne vado perché, a differenza di loro, sono giunto alla conclusione definitiva che non vi è alcuna possibilità di cambiare le cose internamente, e che il Partito popolare, la sua struttura, i suoi coraggiosi militanti, la sua generosa e patriottica base sociale, che non vi meritate, sono sequestrati da una inamovibile cupola di dirigenti, che tu rappresenti. Una cupola che ha tradito i nostri valori e le nostre idee».

UNA DECISIONE MEDITATA

Nella lettera Santiago precisa anche che non si è trattata di una scelta fatta a cuore leggero: «Una decisione così non si prende in due giorni. Mi ci sono voluti mesi, e persino anni, di dolorose riflessioni, fin dal congresso di Valencia del 2008. Oggi non mi riconosco più nelle politiche di governo del Partito popolare, del governo che tu guidi. E non mi riconosco proprio perché continuo a credere negli stessi principi che ispirarono i nostri giorni migliori e giorni migliori della Spagna contemporanea. Non è stato un atto d’impulso, né la reazione difronte a precisi tradimenti, né tanto meno il maltrattamento che ho subito personalmente, quello che mi ha fatto prendere la decisione di lasciare il partito. È stata una decisione lungamente meditata che risponde a precise ragioni morali e politiche».

LA VOCE DEGLI SPAGNOLI

Poi segue il lungo cahier de doléances, l’elenco di tutti gli errori politici che Santiago Abescal imputa alla gestione del partito, tra cui, «il consolidamento di tutta la legislazione ideologica di Zapatero a causa dell’inazione e dell’atteggiamento passivo» dei popolari.
Poi rivolge uno sguardo al futuro:

«Ho cercato in maniera tanto sincera quanto inutile, insieme con altri, di contenere questa deriva all’interno del partito. Non è stato possibile. Non avete voluto. Me ne vado, quindi, con la coscienza tranquilla, dopo essermi infranto contro il muro incrollabile della realtà interna di un partito che avete sempre più isolato. A partire da questa data smetto di essere uno di meno dentro il Partito popolare e divento uno in più tra quegli spagnoli che cercheranno il modo più adeguato ed efficace per far sentire la propria voce in favore della Spagna. E lo farò con la speranza intatta, con il desiderio inestinguibile e con la piena fiducia nella capacità di reazione che storicamente ha dimostrato il nostro popolo. Alla fine, la voce della maggioranza degli spagnoli si farà sentire tra le tenebre in cui siamo precipitati grazie al settarismo di Rodríguez Zapatero e al tuo fatalismo, presidente. Settarismo e fatalismo che in questo momento ci impediscono di guardare il futuro promettente che la Spagna di oggi merita, e che la Spagna di domani avrà. Addio, e buona fortuna».

Poi si firma come “ex” di tutti gli incarichi ricoperti nella sua lunga militanza da popolare: «Ex tesserato n.1999 del Partito popolare; ex presidente di Nuevas Generaciones del País Vasco; ex membro della Giunta Direttiva Nazionale del Partito popolare; ex membro dei comitati esecutivi del Partito popolare di Álava e dei Paesi Baschi; ex assessore del comune di Llodio; ex procuratore delle Juntas Generales di Álava; ex deputato del parlamento basco».

FASCISTI, ISLAMOFOBI, XENOFOBI

Ora, è davvero difficile definire “fascista” il fondatore e attuale presidente di Vox, Santiago Abescal, che continua a restare nel profondo dell’anima un sincero popolare. Non è un caso, peraltro, che lo stesso Abascal e i dirigenti di Vox, fra le tante etichette affibbiate al nuovo movimento («omofobo», «ultraconservatore», «fascista», «islamofobo», «xenofobo», «misogino», «razzista», «franchista») sia proprio quella di “populismo” che respingono in maniera più energica. Non vogliono essere definiti populisti.
Loro si reputano i veri eredi di quell’autentico popolarismo che, tra l’altro, non fa sconti al politically correct zapaterista e che difende senza compromessi e senza sconti i cedimenti, i valori e gli ideali dell’anima popolare.

ABORTO, GENDER, FAMIGLIA

Il recente incredibile exploit elettorale alle elezioni regionali in Andalusia (10,5%) è dovuto in parte anche al fatto che una dello due anime del partito popolare ha votato Vox. A cominciare da tanti cattolici moderati. Per capirlo basta leggere alcuni punti del programma elettorale.

Il punto n.70, per esempio, prevedeva espressamente l’abrogazione della liberticida legge andalusa sulla cosiddetta “violenza di genere”, norme in realtà emanate per imporre l’ideologia gender nelle scuole e limitare la libertà di opinione e di credo religioso in materia di omosessualità. Il punto n.75 richiamava una politica ispirata alla «defensa de la vida desde la concepción hasta la muerte natural» (niente aborto ed eutanasia), che comprendesse anche l’obbligo per lo Stato di «fornire alle donne in gravidanza «informazioni veritiere, assistenza e alternative» all’aborto; il punto n.61 rivendicava «l’attribuzione ai genitori di un’autentica libertà di scelta dell’educazione da impartire ai propri figli»; il punto n.71 prometteva la «creación de un Ministerio de Familia», e la «promulgación de una ley orgánica de protección de la familia natural que la reconozca como institución anterior al Estado». Il punto n.81 prevedeva «il divieto dell’utero in affitto e di ogni attività che porti ad una reificazione degli esseri umani usati alla stregua di meri prodotti oggetto di compravendita». Il punto n.82 invocava il divieto di sovvenzioni pubbliche a partiti, fondazioni politiche, sindacati e organizzazioni che praticano forme di «proselitismo ideológico», a cominciare dall’ideologia gender ed omosessualista.

CAMPAGNA DIFFAMATORIA

Questa è una delle ragioni per cui la dittatura del Pensiero Unico ha deciso di bollare come “fascista” il movimento politico Vox, attraverso un’orchestrata campagna diffamatoria a livello planetario. Oggi Vox, grazie al risultato elettorale conseguito, ha consentito al Partito popolare la nascita di un governo del cambiamento, dopo trentasei anni di egemonia socialista in Andalusia.

Chi però si meraviglia di come sia stato possibile l’accordo tra il Partito popolare e questo «impresentabile movimento di ultra destra», come è stato definito, non conosce Vox, e soprattutto ignora la storia di Santiago Abascal Conde, il suo fondatore e attuale presidente.

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