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Perché un uomo contemporaneo dovrebbe studiare la Divina Commedia?

marzo 16, 2016 Giovanni Fighera

Il capolavoro dantesco è uno degli esiti più grandi e più belli che l’uomo abbia mai partorito. Ecco perché vale la pena conoscerlo e capirlo

dante-inferno

“Mercoledì 24 agosto alle ore 12 presso la Sala incontri della Libreria del Meeting di Rimini (padiglione A3), in dialogo con il poeta Alessandro Rivali, Giovanni Fighera racconterà Tre giorni all’inferno, il suo personalissimo «viaggio con Dante», che offre un pratico e appassionato vademecum per riscoprire il Sommo poeta. Quando venne concepita la stesura della Commedia? Qual era la visione politica del suo autore? E chi era davvero Beatrice? Ecco solo alcuni degli spunti che hanno animato la ricerca di Giovanni Fighera. Una domanda fondamentale attraversa il libro: perché dovremmo leggere la Commedia a settecento anni dalla sua composizione? In “Tre giorni all’Inferno” Fighera intende affrontare l’intero percorso di Dante (dalla selva oscura alla visione delle stelle dell’emisfero australe) con un’attenzione ai versi del capolavoro, ma, nel contempo, con uno sguardo vivo al significato esistenziale del viaggio che l’autore ci suggerisce di affrontare, oggi, con lui. 

divina-commedia-figheraNel 2012 la Divina commedia è stata accusata di essere profondamente offensiva, razzista, antieducativa. Valentina Sereni, Presidente di Gherush92, organizzazione di ricercatori e professionisti che svolge progetti di educazione allo sviluppo e ai diritti umani, accreditata presso l’ONU, le ha mosso queste critiche: «Il pilastro della letteratura italiana e pietra miliare della formazione degli studenti italiani presenta contenuti offensivi e discriminatori sia nel lessico che nella sostanza e viene proposta senza che via sia alcun filtro o che vengano fornite considerazioni critiche rispetto all’antisemitismo e al razzismo. Studiando la Divina Commedia i giovani sono costretti, senza filtri e spiegazioni, ad apprezzare un’opera che calunnia il popolo ebraico, imparano a convalidarne il messaggio di condanna antisemita, reiterato ancora oggi nelle messe, nelle omelie, nei sermoni e nelle prediche e costato al popolo ebraico dolori e lutti. […] Nel canto XXIII Dante punisce il Sinedrio che, secondo i cristiani, complottò contro Gesù; i cospiratori, Caifas sommo sacerdote, Anna e i Farisei, subiscono tutti la stessa pena, diversa però da quella del resto degli ipocriti: per contrappasso Caifas è nudo e crocefisso a terra, in modo che ogni altro dannato fra gli ipocriti lo calpesti».

Andrebbe per questo eliminato il suo studio nei programmi scolastici, perché antisemita, islamofoba, addirittura contro i sodomiti o almeno si dovrebbero «inserire i necessari commenti e chiarimenti». La Commedia contribuirebbe a «diffondere false accuse costate nei secoli milioni e milioni di morti». Ma noi ci chiediamo se chi ha espresso queste opinioni abbia davvero letto il capolavoro dantesco, se abbia visto che il poeta, in base ai suoi principi, ha collocato anche papi e imperatori all’Inferno? Ha visto che i sodomiti non sono collocati solo all’Inferno, ma anche nel Purgatorio, proprio come i peccatori lussuriosi eterosessuali che possono essere collocati all’Inferno o in Purgatorio? La discriminante non è il tipo di peccato, ma il desiderio che si tramuta in domanda di essere perdonato. Quello che sorprende è che non sia stato espresso un giudizio negativo sul fatto che Dante punisca le colpe degli eterosessuali, dal momento che nella società di oggi vige una morale lassista e libertina che considera come positivo e del tutto consono alla vita umana «sottomettere la ragione al talento», cioè all’inclinazione naturale. Insomma il discorso dell’associazione non regge neanche se lo si considera dall’interno, a partire dalla logica delle accuse mosse. Nella Commedia sarebbero discriminati tutti coloro che sono stati violenti, assassini, golosi, avari, prodighi, fraudolenti, etc. insomma tutti i peccatori. Perché un goloso non dovrebbe sentirsi indignato alla lettura del testo? L’obiezione ci fa sorridere e giustamente.

Di cosa sono espressione questi attacchi alla Commedia? Di tutela per i diritti umani o di intolleranza nei confronti del cristianesimo? Di apertura all’altro o della dittatura di quello che nel 2005 l’allora Cardinale Joseph Ratzinger nella Missa pro eligendo romano pontefice aveva chiamato dittatura del relativismo? In effetti, ciò che muove queste accuse non è un discorso logico, ma ideologico.

In tanti anni di insegnamento della Commedia non ho mai sentito accusa più insana e irreale. Nessuno studente è mai stato spronato a compiere azioni lesive della dignità dell’altro a partire dal capolavoro dantesco, anzi al contrario le testimonianze mi dicono che l’opera ha spesso indotto i ragazzi a prendere più seriamente la propria vita. Certo, c’è da sorprendersi, perché la Commedia, che è stata tradotta in tutte le lingue del mondo e anche in arabo, è apprezzata ovunque. Farideh Mahdavi-Damghani, che l’ha tradotta in persiano, ha detto: «La gente in Persia non conosceva Ravenna, non sapeva che è la città in cui è sepolto Dante, ma vedendo tutto quello che io amo fare per questa città, leggendo le mie traduzioni, il pubblico persiano ora conosce Ravenna. C’è questo paradosso: siamo lontani dal punto di vista culturale, ma nello stesso tempo siamo molto vicini: le credenze sulla famiglia, sull’emotività, sull’amore per la poesia e la letteratura, cose primordiali che forse per altri paesi hanno minore importanza, sono molto simili in Italia e in Persia. Quindi si può dire che gli italiani somigliano ai persiani».

Purtroppo, i dati sullo studio della Commedia nelle scuole superiori e nelle università in Italia denunciano già un grave abbandono dello studio del capolavoro dantesco. Quando nel 2005 e nel 2007 sono state assegnate per la prima prova dell’Esame di Stato nelle scuole secondarie superiori terzine tratte dalla Commedia (rispettivamente dal canto XVII e dal canto XI), l’esito non è stato dei più confortanti: una percentuale davvero irrisoria di maturandi (attorno al 4-5 per cento) si è cimentata con il monumentale capolavoro. E pensare che il Ministero aveva provveduto addirittura ad accompagnare i versi danteschi con alcune postille in funzione di commento e di parafrasi. Il dato non era che l’ennesima riprova dell’attenzione sempre minore che nelle scuole superiori veniva riservata allo studio delle tre cantiche.

All’università, però, la situazione non è migliore. Anzi. All’inizio degli anni Novanta alla Statale di Milano si studiavano tutti i cento canti negli esami di Letteratura italiana I e II del corso di Laurea in Lettere. Che cosa è rimasto di questa formazione dantesca? Solo la lettura di alcuni canti per cantica? Recentemente un docente universitario mi raccontava della sua soddisfazione per il fatto che all’università era ormai cessata la preponderanza dello studio di Dante che aveva caratterizzato gli ultimi decenni. Era ormai ora di svecchiare lo studio della letteratura, di trattare autori più moderni e più attuali. Pochi mesi dopo questa confidenza lo stesso docente venne invitato ad una serie di incontri con famosi dantisti internazionali, organizzati presso quella sede da studenti. Rimase stupito dalla presenza numerosa di ragazzi alla serata e dall’entusiasmo con cui l’iniziativa era stata promossa.

L’interesse dei giovani per la Divina commedia è stato tale che laddove il mondo accademico ha voluto smantellare il tradizionale apparato e volume di studio del capolavoro dantesco gli stessi giovani si sono fatti promotori di una lectura Dantis integrale. Allora ci chiediamo: perché se da un lato il mondo scolastico e accademico mette da parte Dante, alcuni giovani lo apprezzano e sopperiscono alle carenze delle istituzioni? Perché leggere la Commedia, a settecento anni dalla sua composizione? Il capolavoro dantesco può ancora parlare a noi uomini del terzo millennio?

Proviamo a sentire lo stesso Dante. Nel canto XVII del Paradiso Dante esprime al trisavolo Cacciaguida la paura di perdere l’ospitalità presso i signorotti dell’epoca nel caso in cui racconti tutto quello che ha visto nel viaggio nell’Oltremondo. Cacciaguida, però, lo riconferma nel suo compito di «removere viventes in hac vita de statu miseriae et perducere ad statum felicitatis» cioè di «allontanare gli uomini dalla condizione di miseria/peccato/infelicità e accompagnarli alla situazione di felicità/beatitudine» (come il poeta scriverà nella Epistola a Cangrande della Scala inviatagli assieme al Paradiso). Il fine è quello di rimuovere i viventi, cioè noi finché siamo in vita, dalla condizione di miseria, di peccato, di tristezza, e accompagnarci alla felicità e alla beatitudine. La Divina Commedia è stata scritta perché potessimo intraprendere il viaggio verso la felicità e la salvezza eterna. Dante ha pensato a sé e a coloro che avrebbero chiamato il suo tempo antico, cioè i posteri. Inoltre, il poeta mette subito in collegamento la questione della bellezza con la felicità e addirittura con la salvezza eterna.

Dante non ha avuto paura dell’esilio, della solitudine, ha avuto solo timore di non raccontare la verità e di perdere la gloria presso i posteri. Il paradosso è che Dante temeva di perdere la fama se non avesse raccontato la verità, mentre oggi, dopo settecento anni, vogliono eliminarlo, perché si è fatto portavoce di un pensiero forte.

Il compito di cui Dante si sente investito è la testimonianza della verità vista e incontrata. La consapevolezza di una simile missione lo spaventa. Virgilio, però, lo persuaderà a intraprendere il viaggio nel canto II rivelandogli che è voluto dal Cielo, ovvero che il suo operato è strumento  e cooperazione del disegno del Cielo. Dopo alcuni giorni di viaggio nel mondo ultraterreno, si ripresenta la tentazione di non obbedire al compito assegnatogli. Accade nel canto XVII del Paradiso. Il trisavolo Cacciaguida preannuncia al giovane parente l’esilio: «Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale». Preso dal timore, Dante manifesta al trisavolo le sue perplessità ed è di nuovo spronato a compiere la sua missione. Ancora una volta, il monito è rivolto a tutti noi.

La Commedia parla dell’uomo, della vita, e lo fa con la potenza e la capacità di comunicazione del genio proprio di Dante. Se tutti sono colpiti dalle parole cortesi di Francesca, dalla forza d’animo di Farinata e dal suo desiderio di «ben far», dall’ardore di conoscenza di Ulisse è perché il poeta racconta storie che testimoniano il cuore dell’uomo di ogni tempo. La Commedia ci spalanca una finestra sulla vita e sull’uomo di oggi, come del passato. Avvertiamo una comunione universale tra noi moderni e gli antichi, tra la nostra e la loro aspirazione alla salvezza, alla felicità e all’eternità. Ci accorgiamo che l’antico Dante sa esprimere noi stessi meglio di quanto sappiamo fare noi, così come il maestro Virgilio nel viaggio sa intendere il discepolo meglio di quanto questi sappia fare.

Tutto il viaggio rappresenta il cammino nella vita di ogni uomo. Chi legge la Commedia col cuore non può che percepire come essa parla di lui, della sua aspirazione ad una vita piena, alla felicità e alla salvezza. Consigliamo a tutti di intraprendere il viaggio con Dante, di iniziare a guardare la profondità del proprio animo e la capacità di male. Dobbiamo guardare la selva oscura in cui ci troviamo, la solitudine del mondo, il non senso che percepiamo nelle nostre giornate. Ogni uomo, quando si trova in difficoltà, vorrebbe risolvere il problema da solo e salire il colle luminoso, la strada giusta, che lui ha visto con i suoi occhi. Da soli, però, non possiamo farcela, perché roviniamo «in basso loco». Allora accade un imprevisto, un incontro che ci salva dalla selva oscura. Dante scrive: «Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,/ dinanzi a li occhi mi si fu offerto/ chi per lungo silenzio parea fioco./ Quando vidi costui nel gran diserto,/ «Miserere di me», gridai a lui». La mendicanza è l’atteggiamento più vero che spalanca alla possibilità di salvezza. Da questo atteggiamento scaturisce la possibilità di iniziare a guardare la realtà in maniera più vera, non a partire da quello che abbiamo in mente in noi, ma da quanto è più buono, così come Virgilio dice a Dante nel canto primo: «A te convien tenere altro viaggio/ […] se vuo’ campar d’esto loco selvaggio». La proposta che Virgilio fa a Dante è di seguirlo, di stare in sua compagnia. Così, dopo che Dante è ancora preso dalla paura, anche nel secondo canto quando è convinto di non essere all’altezza, o nel terzo canto quando deve varcare la porta sopra alla quale compare l’epigrafe spaventosa («Per me si va nella città dolente»), Virgilio lo prende per mano «con lieto volto» e lo introduce alle «secrete cose». Nel Dante che vuole salire il colle luminoso da solo, all’inizio dell’Inferno, ci ritroviamo noi tutti. Dobbiamo sperimentare che da soli non riusciamo a salire e dobbiamo come Dante mendicare e gridare «Miserere di me». Per grazia incontriamo una compagnia umana che ci salva dalla selva oscura, con cui poter intraprendere il viaggio di salvezza. Non c’è verso della Commedia in cui non si respiri l’esperienza e la fatica di uomini che vogliono fare da soli e rifiutano la luce di Dio o di uomini che, invece, si lasciano abbracciare dall’amore e dalla grazia.

Così quando nel canto III del Purgatorio Virgilio è dispiaciuto per un piccolo errore che ha commesso, Dante auctor esclama: «O dignitosa coscienza e netta/ come t’è picciol fallo amaro morso», ovvero il poeta dice che tanto più una persona è pulita nella coscienza tanto più si sente responsabile e peccatore. E pochi versi dopo ancora scrive che i suoi piedi lasciarono andare la fretta «che l’onestade ad ogn’atto dismaga», ovvero la fretta toglie, sottrae la bellezza ad ogni cosa bella. Qualunque cosa tu faccia, falla bene, per non sminuirne la bellezza. E poi ancora leggiamo: «Perder tempo a chi più sa più spiace», cioè quanto più sei consapevole, tanto meno vuoi sprecare tempo. Una perla di saggezza dopo l’altra, che derivano dall’esperienza di vita dell’autore, che documentano e illuminano il nostro al di qua, prima dell’aldilà. Nello stesso canto Dante sintetizza in maniera potente l’aspirazione dell’uomo a conoscere la verità e il Mistero e ad un tempo la necessità della rivelazione: «Matto è chi spera che nostra ragione/ possa trascorrer la infinita via/ che tiene una sustanza in tre persone. […]/ Se potuto aveste veder tutto,/ mestier non era parturir Maria».

La Commedia è uno degli esiti più grandi e più belli che l’uomo abbia mai partorito. Charles Moeller dice addirittura che c’è una sola cosa che supera la sua bellezza ed è la bellezza dei santi, persone che hanno incontrato un ideale così grande che nel loro volto è come se incarnassero questa bellezza. Noi siamo stati fatti da Dio per la bellezza, per l’amore, per la felicità.  La bellezza darà sempre quello stupore, trasmetterà sempre l’entusiasmo e la speranza che ci permetteranno di ripartire. Nel film Le vite degli altri il protagonista lavora nella Stasi e spia la vita delle persone. A un certo punto si trova a controllare la vita di un artista. Nel tempo cambia vedendo come questi vive in maniera diversa l’amore, l’arte, la musica. Allora esclama: «Come si fa ad essere cattivi dopo aver sentito una musica così bella?». La vera bellezza porta al desiderio di cambiamento e di essere migliori, come quando ci innamoriamo davvero di una persona. Vorremmo essere alla sua altezza e desidereremmo essere migliori di quello che effettivamente siamo.

Per questo conviene ancora oggi affrontare l’avventura del viaggio con Dante.


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4 Commenti

  1. paolo says:

    grazie!

  2. stefano says:

    Grazie!

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