Perché lo shopping frenetico dei cinesi nel mondo potrebbe non essere una buona notizia

Multinazionali, squadre di calcio, banche, alberghi. La fame di investimenti all’estero del Dragone sembra il sintomo di un’imminente crisi dell’economia cinese. Che minaccia di travolgerci tutti

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Chi sta facendo minimamente attenzione allo shopping compulsivo che le imprese cinesi stanno conducendo in tutto il mondo, non si sorprende che si stia estendendo al calcio. L’anno scorso il precedente record di acquisti e fusioni cinesi all’estero è stato battuto, quest’anno sarà stracciato. L’offerta multimilionaria di Baidu, il secondo motore di ricerca Internet del mondo, per l’acquisto dell’Ac Milan, e l’interessamento di alcune aziende (Suning Commerce Group, Bejing Xinwei, ChemChina) a rilevare quote di proprietà dell’Fc Internazionale si spiegano anche con l’importanza che il regime di Pechino attribuisce all’ascesa della Cina nell’ambito del calcio, lo sport più popolare del mondo.

Il gruppo Dalian Wanda, gigante dell’edilizia e delle sale cinematografiche del miliardario Wang Jianlin (il cinese più ricco del mondo), è diventato top level sponsor della Fifa con l’obiettivo di portare in Cina il Mondiale di calcio del 2030, mentre il piano di sviluppo decennale del paese prevede il rilancio dell’economia sportiva e in tale contesto la creazione di 50 mila nuove scuole calcio entro il 2025. Dalian Wanda è già entrato nella proprietà dell’Atletico Madrid con 45 milioni di euro, mentre il gruppo automobilistico Rastar ha comprato la maggioranza delle azioni dell’Espanyol con circa 17 milioni di euro. Altre dieci squadre della Liga spagnola hanno contratti di varia natura (sponsorizzazioni, scambi fra scuole calcio, forniture) con aziende cinesi. In Inghilterra China Media Capital Holdings ha comprato una quota da 400 milioni di euro nella proprietà del Manchester City.

Zhang Jindong, miliardario proprietario della SCG, si propone di acquistare una quota del 20 per cento della proprietà dell’Inter con una cifra attorno agli 80 milioni di euro. Molto più ambizioso, Robin Li, presidente del Consiglio di amministrazione di Baidu e sesto uomo più ricco della Cina, ha offerto 720 milioni di euro per rilevare interamente l’Ac Milan: se l’operazione andrà in porto sarà il più grosso investimento cinese nel calcio europeo.

Acquisizioni internazionali
Eppure queste cifre, capaci di mettere a dura prova la resistenza di uomini come Silvio Berlusconi e Mansur bin Zayd Al Nahyan (il proprietario del Manchester City e fratellastro del presidente degli Emirati Arabi Uniti), sono poco più che spiccioli in confronto agli investimenti che i cinesi hanno fatto e stanno offrendo di fare in altri settori. Per anni si sono concentrati principalmente in acquisizioni di grandi compagnie dei paesi emergenti, ma da qualche tempo si sono riorientati sui mercati dell’Occidente industrializzato.

L’anno scorso su 112,5 miliardi di dollari di acquisizioni e fusioni made in China in tutto il mondo, le imprese cinesi hanno investito 23 miliardi in Europa (di cui 17,1 nell’eurozona) contro i 18 del 2014; 15 miliardi di dollari negli Stati Uniti contro i 12,8 del 2014. L’affare più grosso in Europa ha riguardato l’Italia: China National Chemical Corporation (nota con l’abbreviazione ChemChina) ha acquistato la maggioranza della Pirelli comprando azioni per una cifra attorno ai 7,9 miliardi di dollari. Il 2016 si è aperto con altri trofei di caccia grossa: Haier ha comprato l’unità prodotti della General Electric americana per 5,4 miliardi di dollari, mentre Dalian Wanda ha acquistato Legendary Entertainment (casa cinematografica californiana) per 3,5 miliardi di dollari.

Altre trattative sono in corso da parte di soggetti cinesi per acquistare la Borsa di Chicago, la tedesca Krauss-Maffei (specialista in armamenti e meccanica pesante), la catena americana di hotel Starwood per 13 miliardi di dollari e soprattutto la Syngenta, il gigante svizzero dell’agroindustria per la quale ChemChina sarebbe pronta a sborsare circa 43 miliardi di dollari, cioè quasi il triplo di tutti gli investimenti cinesi negli Stati Uniti l’anno scorso.

Non è detto che tutte le operazioni vadano a buon fine. Soprattutto in America gli organi di controllo vigilano, e non tutte le acquisizioni ottengono il via libera. Si calcola che mediamente il 60 per cento delle offerte cinesi non abbia esito positivo. Però nel solo mese di gennaio sono state annunciate 82 offerte cinesi di acquisto o fusione per un valore di 73 miliardi di dollari. Il conto è presto fatto. E in ogni caso la cedevolezza alle iniziative cinesi è molto superiore alle resistenze.

Esemplare il caso della Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib) promossa da Pechino. Gli Stati Uniti hanno svolto un’insistente opera di dissuasione nei confronti dei paesi europei orientati ad aderire alla banca multilaterale, spiegando che essa rappresenta un’alternativa al sistema imperniato sul Fondo monetario internazionale (Fmi) e sulla Banca mondiale egemonizzati dall’Occidente e uno strumento per l’espansione dell’influenza politica cinese. Non è servito a nulla: contro il parere di Washington, il Regno Unito è diventato membro fondatore dell’istituto di credito con sede a Pechino il 12 marzo, Francia, Germania e Italia il 16 marzo. In tutto 13 paesi dell’Unione Europea figurano fra i membri fondatori della filo-cinese Aiib. Che, scrive China Daily, «aiuterà le compagnie cinesi nelle loro offerte di acquisizioni internazionali».

Ma per quale motivo tanti soggetti economici cinesi – aziende pubbliche e imprese private, fondi sovrani d’investimento e fondi azionari privati – si sono lanciati nello shopping planetario compulsivo di imprese straniere? La risposta porta con sé motivi di preoccupazione.

Da una parte, infatti, gli attori cinesi acquistano all’estero per le ragioni strategiche tipiche delle multinazionali. Chi investe nel calcio ovviamente non pensa di realizzare profitti in quell’ambito, ma vuole fare conoscere il proprio marchio per facilitare l’ingresso dei propri specifici prodotti o servizi nel mercato del paese della squadra di football acquisita. Poi ci sono le acquisizioni che mirano ad accaparrarsi tecnologie, linee di produzione, catene di distribuzione, quote di mercato, marchi esteri prestigiosi, capacità di ricerca e sviluppo. Tutto questo rientra nella norma e nella logica delle multinazionali. Nel caso delle aziende cinesi sappiamo anche per certo che queste scelte sono approvate e facilitate dal governo: il dirigistico stato cinese esercita un forte controllo sulla disponibilità di valuta estera; senza il via libera delle autorità le imprese non disporrebbero dei dollari o degli euro necessari per le loro operazioni.

Ma le strategie industriali e finanziarie non sono le uniche cause degli investimenti esteri cinesi. Il rallentamento della crescita economica, il rischio di una nuova svalutazione della moneta nazionale e le particolari strategie che il governo cinese ha messo in atto per contrastare la flessione della crescita sono altrettante, preoccupanti ragioni per le quali le aziende cinesi acquisiscono all’estero. Il problema è questo: la sinizzazione dell’economia mondiale è sintomo di un rischio di crac dell’economia in Cina che si ripercuoterebbe sulle economie di tutto il mondo.

Un rallentamento inevitabile
Com’è noto, i tassi di crescita dell’economia cinese sono in flessione. Fra il 1979 (anno della riforma economica di Deng Xiaoping) e il 2010 il Pil cinese è cresciuto mediamente del 9,9 per cento all’anno. A partire dal 2010 si sono fatti sentire anche sulla Cina gli effetti della crisi finanziaria dei mutui sub-prime divenuta acuta nel 2008. Nel 2012 la crescita è stata “solo” del 7,8 per cento, nel 2015 addirittura del 6,9 per cento, la più debole negli ultimi venticinque anni. Quella di quest’anno è stata programmata dal governo al 6,7 per cento, ma i dati del primo trimestre proiettati su tutto l’anno dicono 6,3. Questo rallentamento ha influito al ribasso sul prezzo delle materie prime, mettendo in crisi i paesi come il Brasile e aree come l’Africa sub-sahariana che in questi anni si sono arricchiti esportando in Cina le materie prime al servizio del boom manifatturiero, e l’Europa che stava risalendo la china con esportazioni di alta gamma verso tutti i sopra menzionati.

Ma il peggio deve ancora arrivare. L’economia cinese sembra destinata a un rallentamento ben più accentuato di quello registrato negli ultimissimi anni, perché l’alta crescita che è stata comunque mantenuta si basa sulla bolla di un crescente indebitamento delle imprese e su una bolla edilizia. In buona sostanza il governo cinese ha affrontato la crisi creata a livello globale dai mutui sub-prime riversando un mare di denaro sulle imprese che a loro volta lo hanno usato per investimenti infrastrutturali e per costruire città che sono rimaste disabitate.

Quando il collasso?
Nel solo 2009 il governo approvò un pacchetto di stimoli per 586 miliardi di dollari. Il debito pubblico cinese è poco elevato: ufficialmente è pari al 41 per cento del Pil (si pensi che quello italiano, che è il quarto più alto al mondo, sta al 133 per cento); ma se ad esso si sommano il debito delle imprese e quello delle famiglie, arriviamo al 230-240 per cento (le stime variano fra varie fonti autorevoli, secondo McKinsey Global Institute sarebbe addirittura 282 per cento), che è uno dei più alti del mondo. In cifra assoluta, il debito cinese totale (quello pubblico sommato a quello privato) è quadruplicato nel giro di sette anni, passando dai 7 mila miliardi di dollari del 2007 ai 28 mila miliardi del 2014. Dati più aggiornati non ce ne sono. Prima o poi le imprese dovranno disindebitarsi, oppure fallire, oppure far fallire le banche che hanno loro prestato. Si calcola che i bilanci delle banche cinesi siano già afflitti da 200 miliardi di dollari di debiti inesigibili.

Tutto ciò produrrà deflazione, ulteriore diminuzione della crescita, e tutto questo si riverbererà a livello dell’economia mondiale. A preoccuparsi della piega che stanno prendendo le cose sono i cinesi stessi. Che il rapporto debito/Pil sia diventato insostenibile lo ha ammesso lo stesso Zhou Xiaochuan, il governatore della banca centrale cinese. Ning Zhu, uno dei più celebrati economisti di Shanghai, ha da poco scritto in inglese China’s Guaranteed Bubble (La bolla garantita della Cina), dove spiega che le implicite garanzie del governo cinese a banche, imprese statali, governi locali e investitori del settore edilizio e del mercato azionario hanno incoraggiato livelli di indebitamento sempre più pericolosi per un’economia in rallentamento. «Una bolla e il suo successivo collasso non sono questione di se, ma di quando», ha dichiarato in un’intervista al New York Times. «La finestra a disposizione per disinnescare questa bomba a orologeria si sta chiudendo, considerata la velocità con cui il debito è aumentato negli ultimi anni».

Secondo Zhu la bomba si disinnesca togliendo di mezzo la garanzia dello Stato e lasciando fare al mercato. Non è quello che sta facendo il governo cinese, che all’inizio dell’anno ha emesso altri 500 miliardi di debito in forma soprattutto di prestiti alle imprese. L’Economist ha previsto le prossime mosse: utilizzo della leva del debito pubblico (con un rapporto debito pubblico/Pil del 41 per cento, c’è ancora spazio di manovra), tassi di interesse sui prestiti vicini allo zero, Quantitative Easing alla Draghi. Resta tabù, ufficialmente, la misura regina per stimolare la crescita attraverso l’export e per rendere meno oneroso il servizio dei debiti: la svalutazione della moneta.

L’esigenza di spendere
L’anno scorso la valuta nazionale è stata svalutata del 3 per cento, le autorità ripetono che vogliono difendere l’attuale cambio, ma economisti e imprenditori cinesi parlano e agiscono come se una nuova svalutazione fosse solo questione di tempo. Per difendere il cambio attuale sono stati bruciati quasi 1.000 miliardi di dollari di riserve valutarie, scese da 4 mila a 3.200 miliardi di dollari nel giro di un anno. Secondo il presidente dell’Accademia delle Scienze sociali Yu Hongding, intervistato a Cernobbio da Ambrose Evans-Pritchard del Daily Telegraph, «le autorità devono smettere di intervenire sul mercato dei cambi. La Cina ha bisogno di una svalutazione del 15 per cento. Stanno creando le condizioni per gli speculatori».

La prova che gli imprenditori cinesi prevedono una svalutazione sta proprio nel fatto che stanno facendo acquisizioni all’estero più che possono. Quello è il modo migliore di prevenire il deprezzamento dei loro asset che deriverebbe da una svalutazione in patria. Come ha dichiarato un altro economista cinese al Financial Times, Shen Jianguang, «la fuoriuscita di capitali è fortemente collegata alle aspettative di una svalutazione della moneta cinese». Sì, Berlusconi e Thohir possono tirare sul prezzo.

Foto Ansa

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