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Perché l’Austria sbaglia a vietare il Corano

marzo 30, 2017 Aldo Vitale

L’unico parametro affidabile è guardare i problemi non tanto e non solo secondo la verità, cioè senza schematismi ideologici, ma soprattutto nell’ottica della persona

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Secondo quanto riportato dalle principali agenzie di stampa nazionali ed internazionali, l’Austria avrebbe deciso non solo di vietare l’indossabilità del velo islamico, ma anche e soprattutto la distribuzione del Corano.

Sul tema del velo, o in prospettiva del burqa, vi possono essere fondatissimi motivi di carattere strettamente giuridico come l’ordine pubblico, la sicurezza, la facile identificazione delle persone negli spazi pubblici e aperti al pubblico; diverse perplessità sorgono, invece, in merito al divieto riguardante il Corano.

In primo luogo: la differenza tra uno Stato di diritto e uno Stato totalitario, ateistico come i regimi socialisti, o teocratico come quelli islamici, consiste proprio nella garanzia della libertà di pensiero e dalla libertà di coscienza, tutelate nel primo e oppresse nel secondo.

Se in occidente queste vengono sempre più minacciate, per esempio, dalle minoritarie, ma rumorose e danarosamente influenti lobbies LGBT, cioè dagli adepti dell’idolatria del pansessualismo, in oriente, cioè nei Paesi islamici, queste vengono minacciate dalla stesse struttura essenziale dell’islam che non ammette la consistenza e la coesistenza dell’infedele come si apprende, appunto, dallo stesso Corano.

In secondo luogo: le libertà e i diritti fondamentali, tra cui la libertà di coscienza, non possono essere compressi o limitati, proprio perché attengono alla struttura essenziale della persona umana che in uno Stato di diritto, cioè uno Stato in cui il diritto prevale sull’ideologia, non può essere violata sulla base di una decisione di carattere politico o maggioritario.

I regimi totalitari del XX secolo hanno insegnato perfettamente proprio questo, almeno per chi non si era distratto nell’adorazione del loro contenuto profondamente antiumano.

In terzo luogo: si pone l’antico e amletico dilemma della tolleranza, cioè quello che interroga le coscienze di chiunque non sia immischiato in apriorismi di carattere ideologico e abbia avuto modo di riflettere sul problema che così può essere riassunto: bisogna essere tolleranti con gli intolleranti?

Infatti, se si è intolleranti con gli intolleranti, da questi ultimi non ci si distingue, negando così quella stessa libertà che invece si pretende di difendere; se con gli intolleranti, invece, si è tolleranti, si rischia di perdere la stessa libertà nel caso verosimile in cui gli intolleranti dovessero prevalere con il tempo. Che fare dunque? Dove e come porre il limite? Con quale criterio?

L’unico parametro affidabile è guardare i problemi non tanto e non solo secondo la verità, cioè senza schematismi ideologici, ma soprattutto nell’ottica della persona, per cui un culto o una pratica religiosa, per esempio, possono essere tollerati soltanto fino a quando essi non risultano lesivi dello statuto ontologico della persona, come per esempio nell’eventuale caso di sacrifici umani, o di antropofagia rituale, o di mutilazione genitale o di altre simili situazioni.

Da ciò emerge che la lettura o la diffusione del proprio testo religioso di riferimento, come il Corano, non può essere impedita senza violare la fondamentale libertà di professare il proprio culto, peraltro ormai ovunque costituzionalmente garantita.

Ciò, ovviamente, non significa negare la struttura essenzialmente violenta e antiumana, tirannica perfino, che nell’islam è connaturata e così tipicamente contraddistintiva, come più volte ha ricordato, tra i tanti esempi possibili, Oriana Fallaci.

Del resto, se si accettasse l’idea della legittimità di un tale divieto, con il precedente austriaco, le conseguenze potrebbero essere verosimilmente estese all’infinito e con conseguenze inimmaginabili e aberranti.

Cosa si penserebbe, per esempio, se, in obbedienza alla ondata gender-friendly in cui è sempre più impantanata la (sub)cultura contemporanea, si decidesse di vietare l’insegnamento di Platone che ritiene che soltanto l’unione tra maschio e femmina è espressione di divina perfezione? O cosa si farà quando (molto presto considerando la situazione), in ossequio ad un tale precedente, le lobbies LGBT pretenderanno il divieto della pubblicazione, dello studio, della lettura delle opere cristiane come quelle di S. Agostino o di S. Tommaso d’Aquino che insegnano che esiste soltanto un unico modello di famiglia realmente naturale?

In quarto luogo: la reale differenza è offerta, quindi, non già da divieti che comprimono libertà fondamentali come quella di coscienza o di pensiero, ma da operazioni culturali di profondo e ampio respiro, a cui purtroppo l’Europa non è più abituata poiché ha abdicato ad ogni pretesa di definizione della propria identità culturale.

Del resto, gli islamici che rivendicano, giustamente, la libertà di coscienza nei Paesi occidentali – negandola agli occidentali nei Paesi islamici – ignorano che questa è frutto diretto dell’esperienza cristiana la quale, tramite le prime comunità protocristiane, come racconta per esempio S. Giustino, ha rivendicato e difeso tale libertà contro le leggi imperiali romane che chiedevano la sottomissione dei cittadini al culto divino dell’imperatore.

Quindi, non solo si può affermare che storicamente il cristianesimo è sorto sulla difesa della libertà di coscienza, ma si può altresì affermare il reciproco, cioè che la vera libertà di coscienza è concettualmente sorta soltanto con il cristianesimo.

L’islam, sostanzialmente teocratico, infatti, compie la medesima operazione, soltanto di segno opposto, degli imperatori romani che pretendevano di essere incensati come divinità: nell’antica Roma, infatti, la sfera spirituale veniva sottomessa a quella politica; nell’islam, invece, la sfera politica viene sottomessa a quella spirituale.

Due errori in entrambi i casi che soltanto il cristianesimo ha insegnato ad evitare e che oggi non si possono ripetere senza rischiare di negare le strutture elementari della stessa cultura occidentale.

In un simile scenario, del resto, proprio simili provvedimenti che oggi vengono utilizzati “contro” la religione islamica, potrebbero essere utilizzati, in un prossimo futuro, anche contro la religione cristiana e per analoghi motivi.

Rispolverando alcune delle più oscure pagine del XX secolo, infatti, chi potrebbe evitare, a questo punto, l’eventuale divieto per il velo delle suore (magari con la giustificazione del principio di uguaglianza), o il divieto di esporre simboli cristiani (per un frainteso, ma non meno coercitivo spirito di laicità), o di diffondere e leggere la Bibbia (nell’ottica di un neutralismo generale)? La crescente lotta contro l’obiezione di coscienza (specialmente per motivi etici o religiosi) del personale medico-sanitario in caso di aborto, surrogazione di maternità o eutanasia, non è già un concreto e reale anticipo di tutto questo?

In questo scenario, allora, si possono accogliere, in conclusione, le riflessioni di Herbert Marcuse che ha sintetizzato perfettamente il paradosso di fondo di tutta la cultura occidentale odierna e che perfettamente si adattano al caso austriaco e a tutti i casi analoghi che seguiranno: «Ciò che oggi si proclama e si pratica come tolleranza è in molte delle sue effettive manifestazioni al servizio della causa dell’oppressione».

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