Perché la riforma delle banche popolari sta creando la coda in tribunale

Dopo l’azione giudiziaria di alcuni soci Bpm contro la trasformazione in spa, si preparano iniziative analoghe in Veneto. I nodi? Voto capitario e diritti di recesso

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Sono sull’orlo di una crisi di nervi le banche popolari italiane, un universo di una decina di istituti che conta circa 1 milione di azionisti e rappresenta il polmone finanziario di grandi bacini territoriali e il punto di riferimento delle economie locali, da nord a sud.

RICORSI E CONTENZIOSI. Prima i ricorsi al Consiglio di Stato, poi quelli alla Corte costituzionale, poi le pronunce di entrambi, parziali e non definitive, sulla legge di riforma e sulle norme attuative indicate dalla Banca d’Italia. Ora anche le richieste di annullamento da parte di gruppi di soci delle delibere di trasformazione in spa, le attese per le future sentenze, il coinvolgimento dei tribunali con prevedibili contenziosi.
Dopo una fase in cui la riforma delle banche popolari sembrava avere preso una piega ordinata e ineluttabile, con assemblee dei soci che durante quasi tutto il 2016 hanno in linea di massima approvato a larga maggioranza la trasformazione in società per azioni, ecco che il nuovo assetto rischia di essere nuovamente sovvertito.

NON SOLO MILANO. La richiesta di annullamento da parte di 63 soci della Bpm della delibera del 18 ottobre scorso con cui la banca milanese deliberava la trasformazione in spa e avviava il processo di fusione con Banco Popolare, potrebbe essere solo il primo di una serie di azioni giudiziarie di questo tipo. Il malcontento tra le migliaia di soci, infatti, cresce e iniziative analoghe potrebbero riguardare altri istituti soprattutto nell’area del Veneto.

IL CASO BPM. Quello che ha indotto il gruppo di soci della Bpm a impugnare la delibera di ottobre è la convinzione di aver subìto un enorme torto. Questi, infatti, ritengono che l’assemblea Bpm avrebbe votato contro il progetto presentato dai vertici se fosse stata consapevole della possibilità di realizzare la trasformazione in spa anche attraverso la costituzione di una holding di controllo di natura cooperativa e quindi con il mantenimento del voto capitario, principio che attribuisce a tutti i soci lo stesso peso nelle votazioni. Tale eventualità è stata esplicitamente esclusa dalla circolare di Bankitalia che ha dato attuazione alla riforma. Ma successivamente la circolare stessa è stata sospesa dal Consiglio di Stato che ha aperto così la strada ai ricorsi dei soci dissenzienti.

ASPETTANDO LA CONSULTA. E questo mentre si attende che la Corte costituzionale si pronunci definitivamente sull’attuazione della riforma soprattutto per la parte che riguarda il diritto di recesso dei soci, che a fronte della trasformazione in spa è stato concesso, sì, ma a condizioni capestro. E senza contare che le due banche “ribelli”, Banco Popolare di Sondrio e Popolare di Bari, non hanno ancora convocato le assemblee per deliberare la trasformazione in spa. Il termine ultimo scadeva il 31 dicembre 2016, ma è stato poi prorogato a data da destinarsi proprio per consentire alla Consulta di esprimersi. Nel frattempo si rischia il caos.

Foto Ansa