Perché demonizzare la plastica?

La chiamano plastic tax e la presentano come misura ecologia. Ma quali le conseguenze? Intervista a Luca Iazzolino, presidente di Unionplast

Una delle misure più contestate contenute nel documento programmatico di bilancio inviato dal governo giallorosso a Bruxelles è la cosiddetta plastic tax. Una tassa sugli imballaggi di plastica: mille euro per ogni tonnellata o un euro al chilo, se preferite. Il provvedimento ha subito allarmato i rappresentanti del settore, ma la norma dovrebbe far drizzare le antenne anche ai consumatori su cui la tassa andrà, inevitabilmente, a pesare. Dal provvedimento il governo intende portare a casa 1,8 miliardi di euro nel 2020, e 2 a partire dall’anno successivo.

La gabella, come è costume di questo governo, è ammantata delle migliori intenzioni green e ambientaliste. Ma è proprio così? Da Confindustria alla Cgil, tutti hanno protestato. Marco Falcinelli, segretario Filctem Cgil, è stato molto esplicito: «Questa tassa produrrà solo disoccupazione, non si può fare cassa sulla pelle dei lavoratori. La ventilata ipotesi di una tassa metterebbe a rischio il futuro di 50.000 lavoratori e di 2.000 imprese. Non si tratta di difendere gli interessi di un settore ma di evitare un disastro dal punto di vista sociale e produttivo».

Tempi ne parla con Luca Iazzolino, presidente di Unionplast, Federazione gomma plastica.

Presidente, in seguito alle notizie apparse sulla stampa, lei ha pubblicamente chiesto: «Perché demonizzare la plastica?». Le rigiro la domanda: perché crede che larga parta del cosiddetto mondo ambientalista demonizzi la plastica?

Oggi la plastica è vista come il nuovo nemico da combattere, senza se e senza ma. Ma la plastica è un materiale che ha consentito enormi progressi, ad esempio a livello di conservazione degli alimenti e di sicurezza alimentare. Per questo dobbiamo lavorare per combattere gli abusi, rendere i nostri prodotti più sostenibili, ma non possiamo prescindere dal riconoscere l’enorme valore della plastica nella società contemporanea. Si tende a pensare ai rifiuti per definire il problema conseguente all’utilizzo di una materiale; in verità questo è un approccio sbagliato perché, se la plastica oggi è considerata un problema quando diventa rifiuto, è vero, al contrario, che altri materiali sono in grado di far più danni all’ambiente valutando tutto il loro ciclo di vita. Senza dimenticare che l’utilizzo stesso della plastica, rispetto ad altri material,i consente di ridurre le emissioni di gas serra (si pensi, per esempio, ai trasporti).

Alcuni esponenti di governo hanno fatto filtrare sui quotidiani che «la tassa non riguarda la plastica riciclata», ma voi sostenete, al contrario, che essa «colpisce anche gli imballaggi composti in parte con materiali riciclati». Perché?

Noi guardiamo ai fatti concreti, non quello che genericamente viene dichiarato. Tornando al merito, per noi non esistono plastiche buone o cattive, ma giusti utilizzi e giuste funzioni della plastica

Lei ha dichiarato che la misura «penalizza i prodotti e non i comportamenti». Cosa significa?

Intendo dire che penalizza prodotti che nella maggior parte dei casi hanno una filiera di riciclo consolidata, e per cui le nostre imprese pagano circa 450 milioni ogni anno per finanziare l’avvio a riciclo attraverso il contributo ambientale Conai. Ma il marine littering, l’abbandono di plastica in mare, non è riconducibile alla nostra filiera quanto da un errato – e, ricordiamolo, illecito – comportamento dei consumatori.

Il governo sostiene che la misura «ha finalità ambientali».

Secondo noi, le misure per incentivare una transizione sostenibile del nostro settore sono altre. Ad esempio, prevedere un credito d’imposta per le aziende che utilizzano almeno il 30 per cento di plastica riciclata nei propri prodotti. Questo strumento permetterebbe il rilascio di nuove energie e di investimenti che potenzierebbero lo sviluppo sostenibile dell’industria e la sua competitività a livello internazionale.

In Italia esistono undicimila imprese nel settore. In un vostro comunicato del maggio dell’anno scorso, avete scritto che «l’industria della prima trasformazione e della seconda lavorazione di materie plastiche genera in Europa un fatturato di 350 miliardi di euro, 30 miliardi solo in Italia». Una simile tassa che ricadute avrebbe in termini economici per le aziende e in termini sociali sui 110 mila lavoratori del settore?

Avrebbe un effetto molto rilevante sulle aziende, che si troverebbero a fare fronte a costi di produzione molto maggiori, che inevitabilmente dovranno tradursi, almeno in parte, in un aumento del prezzo verso le aziende utilizzatrici di imballaggi e, ancora più a valle, verso i consumatori finali.

Federconsumatori stima che con la plastic tax «ogni famiglia dovrà far fronte ad una maggiorazione della spesa di 138,77 euro annui». È una stima credibile?

Non sappiamo i parametri con cui Federconsumatori abbia stimato questo aumento, ma sicuramente l’aumento dei costi di produzione comporterà, almeno in parte, anche un aumento del prezzo verso le aziende utilizzatrici di imballaggi e, ancora più a valle, verso i consumatori finali.

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