Perché ci sono voluti centosettant’anni per avere un inno (e pure bruttarello)

Gli italiani che siamo italiani per procurata identità transeunte. Le stesse canzoni battezzate nel ferro e nel fuoco delle trincee hanno più senso di Fratelli d’Italia

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Dopo centosettant’anni Fratelli d’Italia, l’inno di Goffredo Mameli, diventa legge. Forse s’incorre in reato, forse è vilipendio, è decisamente bruttarello nel motivo – per non dire del testo – ma è significativo che si sia atteso così tanto per sottrarlo alla provvisorietà dove lo aveva collocato la cosiddetta Italia repubblicana (pescandolo in fretta e furia dal repertorio risorgimentale).

I tedeschi che sono i tedeschi – la patria che ancora paga il prezzo della sconfitta militare, la Seconda Guerra mondiale – non hanno mai avuto cambiato il loro inno, anzi, in quel pezzo di Italia che fu parte dell’impero lo si cantava nella lingua di Dante: «Salvi Iddio l’austriaco Regno, salvi il nostro Imperatore».

I russi che sono russi – ancora una patria imperiale, mutuata da Roma, adottandone i Cesari – hanno riformulato il testo restituendolo all’istinto di un popolo fedele allo spirito più che al materialismo storico.

Nelle cerimonie di Stato, i russi (che sono i russi) si consentono di farne eseguire ben due di partiture, con quello nato al tempo della Rivoluzione bolscevica c’è infatti – commovente – quello degli Zar perché la storia è quella dell’origine, non certo la provvisorietà propria dei popoli orbi di sovranità.

Gli italiani che siamo italiani per procurata identità transeunte (una volta grazie agli inglesi, un’altra grazie agli americani, domani grazie a George Soros) dei tanti nostri inni possiamo farne un festival dei fuori concorso per non avere mai avuto il tempo di mandarli a memoria. Il beato Regno Duosiciliano fu orbato di oro, industrie, flotte e confini per cantare l’Evviva della marcia sabauda e mal gliene incolse ai piemontesi perché la Carmagnola rabbiosa ancora si canta tra i tratturi mentre la Bella Gigogin galleggia nel laghetto folk.

Le stesse canzoni battezzate nel ferro e nel fuoco delle trincee – su tutte, La leggenda del Piave – hanno più senso di Fratelli d’Italia, per non dire dell’Inno a Roma, musica di Giacomo Puccini e parole prese dall’eterno carme di Orazio. Solo che gli italiani (che siamo italiani) attendiamo sempre cenni d’intesa con chi tiene in pugno la bacchetta. Giusto centosettant’anni e arriva il via libera.

Foto Ansa

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