L’ex sindaco di Roma «sta bene, studia e scrive», racconta l’amico Francesco Storace, «ma non c’è ragione perché non possa scontare gli ultimi mesi ai domiciliari»
L’ex ministro e sindaco di Roma Gianni Alemanno fotografato nel 2017 fra due altri esponenti storici della destra, Roberto Menia (a sinistra nella foto) e Francesco Storace (foto Ansa)
Quella di Gianni Alemanno, detenuto nel carcere di Rebibbia dal 31 dicembre 2024, non è una storia inedita: non per questo, però, è meno significativa sul terreno, vasto e problematico, della giustizia, della sua applicazione, della pena, dell’equilibrio tra colpa, espiazione e redenzione, insomma di tutto quanto investa l’essere umano al cospetto della dea bendata. Certo, c’è poi la contingenza storica, la politica, la società, la cultura dominante ma, una volta udito il clangore della cella che ti si chiude alle spalle, tutto diventa semplicemente e tragicamente umano. È il nostro caso, prima di tutto.
Alemanno, figura storica della destra romana e italiana che non necessita di troppe presentazioni grazie a un curriculum che l’ha visto fare il ministro dell’Agricoltura nel governo Berlusconi e il sindaco di Roma dal 2008 al 2013 e tanto altro ancora (almeno finché non intervenne la scure di “Mafia capitale”, il maxi flop giudiziario che scaraventò Roma nella bolgia dei mattinali in p...
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