Per festeggiare l’8 marzo, più aborti e meno obiezione di coscienza

Per la festa della donna, Magistratura democratica si inventa il «diritto d’aborto». Garantirlo è semplice: basta che gli obiettori facciano un altro lavoro

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Per onorare a modo suo la festa della donna, Magistratura democratica (Md), la corrente di sinistra per antonomasia dell’Anm, ha pensato bene di appoggiare esplicitamente la trovata dei bandi pubblici riservati ai medici non obiettori di coscienza, idea ufficialmente sdoganata pochi giorni fa dalla Regione Lazio guidata da Nicola Zingaretti (Pd) e definita «iniqua» anche dall’ordine dei medici di Roma. In un comunicato diffuso oggi, un giorno prima dell’8 marzo, Md sostiene la propria presa di posizione inventando un «diritto d’aborto» che sarebbe addirittura «negato» dal crescente rifiuto di praticare aborti da parte dei ginecologi italiani, e rilanciando i soliti falsi allarmi sulla presunta “emergenza-obiezione” che tempi.it ha ampiamente smontato.

«NON CANDIDATEVI». La questione è semplice per Md: l’obiezione di coscienza rispetto all’aborto è legittima, del resto è riconosciuta dalla stessa legge 194; e per garantire alle donne il “diritto d’aborto” basta che gli obiettori facciano un altro lavoro. Magistratura democratica, si legge nel comunicato, «ritiene che debba essere ricondotto alla ratio della legge l’adozione di bandi di assunzione di personale medico finalizzata all’applicazione effettiva della L. n. 194/1978, senza che ciò possa ledere il diritto all’obiezione di coscienza. La previsione è infatti rivolta alla tutela di un diritto, legislativamente riconosciuto; chi ritiene legittimamente di obiettare non presenterà la propria candidatura».

I NUMERI VERI. Alla nota della corrente togata ha risposto puntualmente il Centro Studi Rosario Livatino, formato da magistrati, docenti universitari e avvocati, con un comunicato ad hoc. «Il 7 dicembre 2016 – recita il testo del Centro Livatino – il Ministero Salute ha pubblicato la relazione annuale sull’attuazione della legge 194/1978. Essa smentisce ogni allarmismo. In Italia, nel 2015 si sono effettuati 87.639 aborti legali nel 59.6% delle strutture disponibili. Il numero dei punti IVG è pari al 74% rispetto al numero di punti nascita: confrontando poi punti nascita e punti IVG non in valore assoluto, ma rispetto alla popolazione femminile in età fertile, a livello nazionale, ogni 5 strutture in cui si fa un aborto, ce ne sono 7 in cui si partorisce. Infine, valutando gli aborti settimanali a carico di ciascun ginecologo non obiettore, e considerando 44 settimane lavorative in un anno, a livello nazionale ogni non obiettore ne effettua in media 1.6 a settimana, un valore medio che si colloca fra il minimo di 0.4 della Valle d’Aosta e il massimo di 4.7 del Molise. Qualcuno provi a sostenere che 1.6 interventi a settimana costituiscono un carico insostenibile. Certamente in alcune aree vi è un problema di cattiva organizzazione: non è un caso se la regione che presenta i problemi più seri è la Campania (ma lì i ritardi riguardano la sanità nel suo insieme)».

PIÙ ABORTI? Concludono i giuristi del Livatino: «Con queste cifre si commenta da sé che Magistratura democratica scelga il giorno in cui i quotidiani e i tg illustrano i numeri della denatalità – il vero punto debole della Nazione – per sostenere che è necessario fare più aborti (così si festeggerebbe meglio l’8 marzo!) e per contrastare il diritto all’obiezione: un diritto fondamentale, come hanno ricordato la Corte EDU e la Corte costituzionale».

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