Pensare come i lupi

C’è una familiarità del vivente con il vivente, ma non possiamo anche immaginare una familiarità più particolare con il vivente che si è evoluto assieme a noi? Ragioni per ritrovare la via della natura ferale

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Per molto tempo, anche dopo la neolitizzazione e la civilizzazione avanzata del mondo umano, l’umanità ha vissuto in un equilibrio tra neolitico e paleolitico – tra immersione adattativa nella vita selvaggia, coltivazione e trasformazione del mondo –, le isole di cultura e di civiltà erano circondate, accerchiate, inglobate dall’immensità largamente sconosciuta o ignorata della vita selvaggia, della natura selvaggia, della selvatichezza umana e bestiale – di cui ci testimoniano le carte e i portolani pieni di bestie strane, di mostri fantastici e di mari insondabili – terra incognita, hic sunt leones.

La civilizzazione apriva strade e oasi coltivate nel palpitante deserto del mondo – deserto di uomini ma non di vita, deserto di cultura ma non di natura, deserto di civilizzati ma non di selvaggi – interstizi e corridoi che intrecciano con leggerezza una vita selvaggia fortemente indipendente e indifferente. Ma in questi ultimi secoli questo equilibrio relativo e instabile si è trasformato in uno squilibrio crescente attraverso l’accelerazione esponenziale del processo di civilizzazione – le maglie della rete si sono inesorabilmente ristrette fino a coprire il mondo intero con la loro tela – a tal punto che oramai sono le isole di natura, di vita selvaggia, che sono circondate, accerchiate, inglobate dalla gigantesca civilizzazione industriale e urbana che continua a rimpicciolirle e a guadagnare ogni giorno terreno. Oramai, la cultura prevale sulla natura; ogni forma di vita selvaggia è soltanto in libertà condizionale, un regime di libertà condizionale, di libertà vigilata – di tolleranza.

Questo fenomeno di civilizzazione delle terre e dei costumi (costumi selvaggi, vegetali, animali ma anche umani – i selvaggi, cannibali, barbari e altri primitivi non civilizzati – destinati non solo a essere domati, ma anche coltivati, addomesticati, messi al lavoro e ridotti in schiavitù – o respinti, ripudiati, sradicati, sterminati) all’esterno della società civile/civilizzata, trovava e trova ancora il suo equivalente all’interno della società civile/civilizzata attraverso un processo interno di civilizzazione dei costumi – educazione e inquadramento di tutto ciò che vi è di selvaggio – ma anche di fiero e indipendente – nell’uomo e fra gli uomini.

Basta pensare alla lunga guerra condotta da tutti gli imperi e tutti gli Stati del mondo e della storia contro la natura selvaggia e la natura umana, contro la natura dell’uomo e la natura attorno all’uomo, guerra mondiale contro la natura, contro tutto ciò che vi era di selvaggio – a cominciare dalle piante e le bestie selvagge, ma anche gli umani indocili, selvaggi e altri barbari – all’interno come all’esterno di essi, contro tutto ciò che vi era di indipendente, di autonomo, di indomabile, di libero, ma anche di indisciplinato, di resistente, di refrattario o semplicemente recalcitrante al controllo, alla domesticazione e allo sfruttamento – esistenti meramente per sé stessi e autonomamente, insopportabile stato per l’Impero e lo Stato, all’interno come all’esterno di essi. Un processo di civilizzazione il cui nome reale, la traduzione reale, la pratica reale è sempre stata la colonizzazione – che è sempre riduzione, distruzione, sradicamento e alla fine sterminio delle autoctonie autonome.

Allo stesso tempo, c’è una sorta di irresistibile nostalgia della selvatichezza che percorre la storia dell’Europa, dell’Occidente e del mondo moderni e di cui non racconteremo certo qui la storia culturale – in particolare filosofica, letteraria, cinematografica, ma anche politica e pratica – e che non si riduce né al “rousseauismo” né al “buon selvaggio”. La bibliografia e la filmografia sarebbero immense! Nostalgia dell’avventura e della libertà, benché la libera avventura sia ciò che, nell’esplorazione e nella colonizzazione, distrugge ciò che ricerca. L’immenso successo pubblico dell’etnologia e dei suoi prodotti derivati da quasi due secoli a questa parte attesta questa nostalgia del selvaggio. O ancora, quello della recente moda “paleo”, che testimonia, molto più che una volontà irenica o onirica di regressione verso il primitivo, una vera e propria coscienza, benché ancora confusa, dei limiti della “pastorale neolitica”, la civilizzazione del controllo diretto del vivente che mostra davanti ai nostri occhi le sue conseguenze estreme, finali (in tutti sensi del termine).

Vediamo farsi strada in ordine sparso una spinta verso una nuova visione del mondo e un nuovo stile di vita che il giovane filosofo Baptiste Morizot propone di chiamare, invece di “paleolitico”, “aneolitico”; e “ferale” anziché primitivo o selvaggio – termine troppo carico di fantasie di verginità edenica. È ferale ciò che vive fra noi, e anche dentro di noi, autonomamente, è ferale ciò che è puramente naturale, ciò che è così spontaneamente, e spontaneamente è ciò che è – i gatti randagi, le pulsioni nascoste dentro di noi, e anche oggi, e ancora: i lupi. Vivere e pensare come i lupi per ritrovare la via della natura ferale – quell’altro e nuovo nome della natura selvaggia dentro di noi attorno a noi –, ecco l’invito di Baptiste Morizot.

Lupi mannari e uomini-scimmia
Non riassumeremo qui, in qualche pagina, un libro così geniale, un libro tanto denso e intenso come Les diplomates di Baptiste Morizot, e invece di offrirvi un reader’s digest, per quanto fedele possa essere, indirizzeremo il lettore alla sua lettura diretta e completa, che costituirà – lo spero – un’esperienza di rivoluzione intellettuale e morale, di liberazione spirituale e mentale, di rivelazione reale, intramondana, umana molto umana e animale persino – di disvelamento del reale costitutivo dell’essere delle cose, un reale ontologicamente relazionale. Un autore non vuole vedere la sua opera ridotta a delle schede, a delle recensioni e note a piè di pagina, ma vederla crescere e far crescere ciò di cui è portatrice – essa stessa frutto di un nodo gordiano di relazioni intellettuali che si inseriscono nell’evoluzione del campo intellettuale totale – per riprendere il paradigma dell’ecologia relazionale.

Il lettore vi rileverà forse tracce di biosemiotica, fanerologia, zoologia invertita, selezione creativa, ecologia comprensiva, etologia generalizzata, epistemologia animalista, biomorfismo, etnologia animale e meta-antropologia o “antropologia al di là dell’umano” – ossia un culturalismo al di là dell’umano – e altre di cui abbiamo già parlato, o forse no qui, ma probabilmente, se è di buona fede e di buono spirito, vivrà qualcosa di simile a un’esperienza oscillante tra un sisma intimo e un’ascensione alpina: «Ciò che vi è di migliore e di più sano nella scienza e nella montagna è l’aria viva che vi soffia» (Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano).

Chi sono i diplomatici evocati e tanto desiderati? Sono i lupi mannari, i Werwölfe, ma anche gli uomini-scimmia, gli uomini e le donne capaci di passare dalle prospettive umane alle prospettive animali, capaci di un prospettivismo interspecifico – ieri sciamani e cacciatori, oggi etologi, zoologi, biologi, tutti specialisti ed esperti delle forme di vita animali. Tutti familiari di animali – e anche entomologi, come un Jean-Henri Fabre nel passato e uno Hugh Raffles oggi che, come Ernst Jünger nelle sue Cacce sottili, ama gli insetti, ha un percorso insieme smarcato e rappresentativo della sua epoca, e per il quale l’entomologia è intimamente legata all’antropologia e si realizza in una vera e propria filosofia della vita – una biosofia in forma di insettopedia distillata nelle sue classi più sottili.

Una empatia da risvegliare
E anche, per allargare il campo, dei fini conoscitori e specialisti delle forme di vita vegetali, quelli che sono capaci, come un Francis Hallé, un Ernst Zürcher o un Bruno Sirven, di vivere e pensare come degli alberi. Tutti coloro che praticano, coscientemente o no, una forma di distaccamento sciamanico, di animismo epistemologico, di sciamanismo metodologico… Fecondità euristica e scientifica incredibile – per molto tempo proibita per peccato di antropocentrismo – del “pensare come”. Con Aldo Leopold, pensare come una montagna; con Vinciane Despret, pensare come un ratto; con Baptiste Morizot, pensare come un lupo – o diventare un cespuglio di salvia. «Diventare un cespuglio di salvia. Strusciarsi con delle foglie odoranti, rannicchiarsi, seduti su una collina, ad alta quota, al di sopra della vallata, e aspettare fino a diventare un cespuglio in mezzo a tanti altri per il resto del mondo. In quel momento potrebbe accadere qualcosa». È necessaria probabilmente un’ascesi filosofica nell’ordine del decentramento, dello spoglio, ma anche, in maniera più positiva, una grande curiosità liberata, una forte empatia che non chiede altro che essere risvegliata nei meandri della grandezza animale e anche vegetale dell’umano.

Baptiste Morizot è un ricercatore, certo, ma anche un segugio. Ha imparato a seguire le tracce del lupo, e lo ha seguito per ore e per giorni. E il lettore segue le sue tracce, in una lettura gaudente, gioiosa, che accresce la forza di esistere, la forza di capire – la grande gioia della traccia. Camminare sulle tracce del lupo, avanzare, vedere, sentire, pensare come un lupo…

Perché c’è una familiarità del vivente con il vivente, ma non possiamo anche immaginare una familiarità più particolare con il vivente che si è evoluto assieme a noi? Come specie, ma anche come popolazione? Non bisognerebbe forse ritrovare, al di là delle troppo rare esperienze di questo tipo nelle nostre vite, la familiarità delle volpi e delle poiane, dei caprioli e dei cinghiali – ma anche degli orsi e dei lupi? Quando l’orso e il lupo spariscono dal nostro paesaggio, si forma una specie di buco nel nostro paesaggio mentale, che tutti i nostri racconti, leggende e documentari non riempiranno mai. E solo il loro ritorno reale, in carne, pelle e ossa, può arrivare a riempire questo vuoto, questa reminiscenza a salve, senza corrispondenza nella natura – come un pezzo del puzzle sempre più incompleto e frammentato del nostro ambiente naturale.

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Il genio di ogni forma di vita
Anche l’uomo in quanto specie e in quanto popolazione ha un Umwelt, un mondo-ambiente, un biotopo nel quale è evoluto e co-evoluto con altre specie – in particolare uccelli e mammiferi con i quali ha sempre sviluppato, anche se oggi lo ha dimenticato, delle comunicazioni interspecifiche – e tutto un linguaggio diplomatico, un linguaggio di territori, di frontiere – e talvolta anche di alleanze. Reminiscenze di cui dovremmo fare l’anamnesi, primordia animali, ancestralità animali e umane sedimentate, «l’antica umana animalità», come diceva Nietzsche. Dobbiamo ritrovare gli spiriti animali (in un senso più cartesiano che darwiniano) che ci abitano, e, per questo, «immergere di nuovo l’uomo nella natura» e immergersi nella natura dell’uomo: «Ho scoperto per quanto mi riguarda che l’antica umanità, l’antica animalità, sì anche tutti i tempi primitivi e il passato di ogni esistenza sensibile, continuano a vivere dentro di me, a scrivere, ad amare, a odiare, a concludere…» (Friedrich Nietzsche, La gaia scienza).

Ritrovare in noi e in ogni essere vivente non solo l’intelligenza animale, ma anche il genio animale, perfezione singolare – singolarità perfetta – di ogni forma di vita nel suo stile inimitabile, nel suo ritmo esistenziale unico – il lupo aristocratico e la scimmia politica, il lupo animale politico (e non semplicemente sociale), dinastico, feudale – all’opposto della grande scimmia manipolatrice, bugiarda, ingannatrice, e in particolare del primate umano, questa scimmia sociale divenuta predatore. Singolarità non solo di ogni specie, ma di ogni popolazione, perché ogni popolazione animale – e in particolare i branchi di lupi e le orde di scimmie – ha la sua storia, la sua cultura, le sue tradizioni – e il grande entomologo, zoologo, ecologo, primatologo e antropologo giapponese Imanishi Kinji è stato uno dei primi a insegnarcelo.

Ma l’Occidente, così sicuro della sua superiorità, ha rifiutato per molto tempo le lezioni dell’etologia nipponica accusata di antropomorfismo – ma un certo antropomorfismo non è forse la via paradossale di superamento dell’antropocentrismo? Considerare l’animale – e ogni essere vivente come soggetto, soggetto di una vita, non solamente da un punto di vista etnico, ma prima di tutto da un punto di vista epistemologico, scientifico – biologico e ecologico –, a questo ci invita l’opera di Imanishi Kinji e la sua teoria dell’ecospecie che difende, basandosi sulla spontaneità evolutiva del vivente, la soggettività nell’evoluzione – contro un certo darwinismo eccessivamente determinista e meccanicista. Imanishi Kinji potrebbe essere pertanto una delle figure simbolo del movimento anti-utilitarista nelle scienze naturali che sarebbe probabilmente utile fondare.

Ritrovare dunque non solo la specificità, ma anche la singolarità di ogni individuo – avendo ogni animale una vera e propria vita alla quale spesso manca solo la sua biografia –, seguendo l’esempio di un Ernest Thompson Seton, questo Omero americano che scrisse le gesta troiane di Lobo, questo capobranco lupino che per anni eluse le trappole e i sicari dei ranchers del Nuovo Messico. Seton, che utilizzò le sue competenze naturalistiche per lottare, a malincuore e pieno di ammirazione, contro Lobo e il suo clan, gli rese omaggio nel 1900 in Lobo the King of Currumpaw dove già si chiedeva: «Veramente le creature selvagge non hanno alcun diritto, né diritti morali, né diritti legali? Che diritto ha un uomo di infliggere un’agonia così lunga e così orribile a delle creature amiche, semplicemente perché non utilizzano la nostra stessa lingua?».

Verso un’ecologia integrale
Il naturalismo deve ritornare all’intuizione primaria della storia naturale – ossia che la natura ha una storia, che la vita ha una storia, che la vita è prima di tutto una storia –; ogni essere vivente ha ed è una storia, si sviluppa, come individuo ma anche come popolazione e specie, non solo come temporalità ma anche come storicità. Le scienze naturali sono delle scienze storiche, ossia delle scienze sociali e delle narrazioni storiche, biografiche. Pertanto, descrivere un branco di lupi significa scrivere delle biografie storiche. La lupologia è dunque e anche una scienza della vita, una scienza del vivente – una scienza vivente, una scienza che appartiene alla vita, che appartiene al vivente in quanto tale, vivente nel quale si àncora ogni pulsione di sapere, libido sciendi – pertanto, come la coscienza, la scienza è coestensiva alla vita. E questa scienza vivente, questa bioscienza invita a superare la scienza oggettiva e quantitativa che reifica i suoi oggetti come i suoi soggetti, e a ricominciare dalle sue stesse fondamenta, dalla sua origine biologica. Ogni scienza è anzitutto bio-logica, bio-logia – logica del vivente, scienza del vivente, inteso non come oggetto ma come soggetto, come autore di questo sapere. Ogni scienza del vivente, oltre che obiettiva e quantitativa per alcuni aspetti delle sue ricerche, deve, per essere autenticamente scienza del vivente, essere prima di tutto e alla fine soggettiva e qualitativa, prospettivista e relazionale.

Lo studio dell’ecologia offre una visione che si avvicina a un certo anarchismo: c’è una sorta di federalismo del vivente, fatto di lotte, certo, ma anche di mutualismo e associazionismo, in un’indipendenza vista e vissuta come un’interdipendenza dinamica, ma equilibrata, un’autonomia vista e vissuta non come individualismo, ma come affermazione di sé, ritmo esistenziale e stile di vita singolare in permanente interazione con la trama relazionale nella quale si inserisce – con la sua eteronomia costitutiva. Baptiste Morizot ci introduce come un abile diplomatico a questa geopolitica animale che si amplifica in ecologia integrale: «Vivere significa essere generosi con i segni. Significa dare dei segni a tutti, malgré soi, senza desiderarlo, senza che siano appropriabili: è la definizione fenomenologica di un dono puro. Dare e ricevere dei segni, scambiarne, è la base e la natura della grande politica vitale che lega i viventi nella comunità biotica».

Ecco che illumina, tra le altre cose, la grande ragione, la profonda ragione dei corpi iscritta nell’antica (umana in particolare) animalità. E che fornisce delle ragioni per passare, con il lupo come con tutti gli altri animali, fra cui i cosiddetti “nocivi”, dalla regulation – che induce allo sterminio come potenzialità – alla relazione, alla geopolitica animale, e anche alla zoopolitica come propongono Will Kymlicka e Sue Donaldson, autori di un ambizioso e magistrale progetto di integrazione degli animali sentients alla comunità politica. C’è una generosità inerente alla vita, e dunque un valore intrinseco del vivente, poiché il vivente è ciò che si valorizza da solo come vivente appunto. Vivere, vuol dire essere generoso, dare vita – la vita è un dono, un dono primordiale, che si dà come vita, come vivente, come vita vivente a sé stessi e agli altri.

Elements, febbraio-marzo 2017, n. 164
Traduzione di Mauro Zanon

Foto © Bruno D’Amicis

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