Per Penati il successo delle primarie è una bastonata all’ala estrema dell’Unione. E al governo che ne è ostaggio


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Cara ultrasinistra è finita la cuccagna

«Credo che il processo innescato dalle primarie imponga una seria riflessione a tutta l’Unione. Le indicazioni di oltre tre milioni di persone non possono essere ignorate, gli alleati della sinistra radicale dovranno farci i conti». Filippo Penati, presidente ds della Provincia di Milano, è stato da subito uno dei più convinti sostenitori della nascita del Partito democratico e ora che il popolo della sinistra ha incoronato con un plebiscito bulgaro Walter Veltroni segretario, per l’ex sindaco di Sesto San Giovanni è giunta l’ora delle scelte ma anche della serietà.
«Un grande risultato, una partecipazione importante che personalmente ho visto crescere di interesse negli ultimissimi giorni: girando per i mercati e per le strade, la gente chiedeva modalità e luoghi per il voto. C’è stato interesse e coinvolgimento, penso che la scelta di indire una consultazione popolare per la scelta della leadership abbia pagato a livello di credibilità verso l’elettorato: un successo innegabile. Adesso però.».
Però?
Ora deve cominciare un serio lavoro politico, visto che dallo spoglio milanese, ad esempio, sono giunte chiarissime indicazioni. Nei quartieri periferici, popolari, Veltroni ha stravinto con percentuali oltre il 70, un dato in linea con quello nazionale. Nei quartieri centrali invece non supera il 60 per cento, e nel collegio Milano 1 si ferma al 56: venti punti in meno sono un segnale netto a cui bisogna dare risposta e su cui calibrare le future politiche per la città di Milano, storicamente il laboratorio nazionale.
Quale deve essere il primo passo?
Assolutamente mantenere fede a quanto ha detto Veltroni al Lingotto sulla vocazione federale del Pd, che deve essere una rete di partiti territoriali fortemente radicati nel territorio e legati da un coordinamento nazionale. Questo punto è fondamentale perché ci si gioca la sfida della modernizzazione della politica e della società italiana. D’ora in poi le alleanze dovranno essere chiare e basarsi sul presupposto della stabilità dei governi e non solo della necessità di unirsi per vincere.
Molti già invocano un cambio della leader-ship a livello nazionale, una staffetta Prodi-Veltroni: lei cosa ne pensa?
Rischieremmo di indebolire entrambi i soggetti, governo e Pd. Il Partito democratico deve garantire a Prodi di poter lavorare in modo meno schiacciato sulla sinistra radicale, renderlo meno ostaggio di certi diktat. Dobbiamo sostenere il governo in modo leale ma sapendo chiaramente che le cose non saranno più come prima: anche le politiche di governo, ora, devono cambiare radicalmente, è l’ora della svolta riformista.
Pensa che Prodi avrà il coraggio politico di scontentare l’ala sinistra dell’Unione?
Io credo che il processo in atto dovrà imporre una riflessione generale, dentro e fuori il quadro politico dell’Unione. Abbiamo assistito a una grande mobilitazione popolare culminata nel voto libero e consapevole di oltre tre milioni di persone. Nessuno, nemmeno la sinistra radicale, può permettersi di non fare i conti con quanto deciso dalla gente: devono fare i conti con la realtà e questo impone un cambio netto delle politiche di governo e un cambio di atteggiamento. Lo ripeto perché mi pare fondamentale: è l’ora della svolta riformista.